Compiti per casa #1: parafrasiamo Baglioni.

mare

Se avessi saputo prima dell’esistenza di questo testo, avrei intitolato il libro “Cantami o Claudio” e l’avrei scritto tutto basandomi solo sul testo di “Io dal mare”.
Infatti questo testo è imbarazzantemente strabordante di figure retoriche di significato e significante.

Mi accingo a fare una spigolatura di tutto ciò che si potrebbe mietere.
La prima strofa è analizzata – spero – nella sua completezza. Il resto della canzone invece dovete analizzarlo per la prossima volta che ci vediamo.

saranno stati scogli di carbone dolce
dentro il ferro liquefatto di una luna
che squagliò un suo quarto
come un brivido mulatto
o un bianco volar via di cuori pescatori
acqua secca di un bel cielo astratto

Un’allitterazione della “esse” introduce un panorama metaforico: gli scogli (che hanno in comune con il carbone dolce la forma ruvida e sgretolata) sono illuminato dalla luce della luna (che è come ferro liquefatto: infatti il ferro ha in comune con la luce lunare il colore argenteo, e la luce ha in comune con i liquidi la prerogativa si distendersi uniformemente fino a che non trova ostacoli).
Un’assonanza fra quarto e mulatto (“a” e “o”) ci fa notare che il quarto di luna presente in cielo si squaglia come un brivido mulatto. Cosa vuol dire squagliarsi come un brivido (che sia mulatto è solo una sinestesia che forse richiama, tramite metonimia, richiama una notte d’amore con una ragazza dalla pelle scura)?
Un brivido è qualcosa che tende ad allargare i nostri sensi: ci scuote perché l’anima è fatta per stare in qualcosa di più grande del corpo in cui è conchiusa. Si potrebbe dire che il brivido è l’anima che – in particolare situazioni – si ribella al limite impostole dal corpo, e freme per uscirne. Ecco, questa caratteristica del brivido è assimilabile ad un oggetto che si squaglia: squagliarsi significa infatti uscire dai propri confini, allargarsi al resto del mondo, occupando tutto lo spazio disponibile. Ecco ciò che c’è in comune fra il brivido e lo squagliarsi.
Ma cosa significa che la luna squaglia la metonimia (il concreto per l’astratto: il quarto di luna sta per la luce della luna) del suo quarto? Ripetiamo: la luce è come se fosse liquida (ferro liquefatto) e si squaglia sugli scogli dalla forma di carbone dolce.

Ma non solo: la luce della luna liquefatta è anche simile ad un “bianco volare di cuori pescatori”. Partiamo dalla rima leonina dei cuori pescatori. Siamo in un ambiente marittimo, ed è legittimo pensare che i cuori pescatori siano cuori che hanno a che fare con il mare: innamorati estivi?
Non lo sappiamo, ma visto che volano via, e che questo volo è bianco, è possibile.
E’ arduo addentrarsi in questo intrico metaforico, ma possiamo districarci ipotizzando che Baglioni intenda dire l’emozione dell’amore (quando senti il cuore volare via, ovvero quando l’emozione ti solleva e ti fa vedere il mondo da un’altra angolazione) nata sul mare (pescatore). La sinestesia del volo bianco ci immerge nel colore della luce lunare, oppure semplicemente nella purezza, nel candore di questa emozione cordiale e marina.

Un ossimoro continua la descrizione del paesaggio marino e lunare. La luce è acqua secca: ha le caratteristiche del liquido, perchè si espande dovunque non trova ostacoli, ma le manca una caratteristica fondamentale dei liquidi, cioè l’umidità. La luce è quindi acqua secca, che proviene da un cielo astratto.
La storia dell’arte ci insegna che l’aggettivo astratto esula dalla rappresentazione oggettiva della realtà. E il cielo è quanto per eccellenza si presta ad interpretazione soggettive: ogni costellazione, ogni corpo celeste, ogni notte stellata dice qualcosa di diverso ad ognuno: il cielo (nella maggior parte dell’esperienza umana, escludendo astronomi e ufologi) non parla all’oggettività, ma alla soggettività.
Perciò è facilmente definibile astratto.

Aprite il diario, compito per casa: per la prossima volta analizzare la fine di “Io dal mare” di C. Baglioni.

Annunci

~ di debenedittismatteo su 1 novembre 2009.

3 Risposte to “Compiti per casa #1: parafrasiamo Baglioni.”

  1. Ciao Matteo sono contento che ti sia piaciuto,non vedo l’ora di conoscere la tua analisi sul testo rimanente.
    Ciao Nicola.

  2. Caro professore, provo a fare il compito assegnato. Siccome l’analisi del particolare serve alla comprensione complessiva del testo, ma per capire un particolare passaggio spesso c’è bisogno di aver compreso il testo nell’insieme, la lettura deve procedere oscillando tra ipotesi di interpretazione generale e ipotesi di interpretazione di singoli passaggi, fino a raggiungere un quadro il più possibile coerente.
    Cosicché partirei innanzi tutto dal verso che rivela, secondo me, il senso complessivo del testo di Baglioni: “i miei si amarono laggiù”. Tutta la canzone va intesa come immaginazione del momento in cui chi nella canzone dice “io” (diciamo, per comodità, “il cantante”) è stato concepito. Cercando di rappresentarsi il contesto ambientale ed emotivo dell’unione amorosa dei genitori, il cantante ricerca il proprio destino e la sua verità più intima. Questo centro spiega adeguatamente le numerose simmetrie della canzone. Prima di tutto spiega il verso breve “e io”, che compare due volte tra la fine delle strofe e i ritornelli: in quel paesaggio notturno, marino e lunare in cui si accumula tutto un arsenale di complicate figure retoriche, c’ero anche io. Io all’origine, io come seme fecondato. In secondo luogo, l’idea chiave del concepimento spiega la serie di ipotesi multiple e alternative che strutturano la sintassi delle prime due strofe: “Saranno stati scogli di carbone… o un bianco volar via…”; “Chissà se c’erano satelliti… o una vertigine di spiccioli…”; “Aveva forse nervi… o tende di merletto…”; “Forse era morto senza vento… o turbini di sabbia…”. Il cantante non sa cosa avvenne, quale incanto della natura celeste e marina fu presente al suo concepimento, può solo costruire con la mente scenari variamente suggestivi. Infine si comprendono i tre ritornelli “dal mare venni…”, “dal mare ho il sangue…”, “E innanzi al mare…sto…”. Il cantante è irresistibilmente attratto dal mare, perché cerca nella presenza del mare il mistero del suo essere al mondo. Non procedo in una analisi più dettagliata – che sarebbe utile per argomentare persuasivamente quanto detto finora – perché il discorso diventerebbe troppo lungo. Mi limito agli ultimi versi. Ciò che appare più evidente è che qui esplode il gioco di parole (paronomasia) – già disseminato in tutto il testo – per il quale il “mare” è dappertutto: ansimare, domare, consumare, catramare, tracimare, fiumare, schiumare, chiamare. Ma andiamo con ordine. Mentre i primi due ritornelli dicevano la provenienza “dal mare” del cantante, il terzo ritornello ci mostra il cantante rivolto verso il mare (“innanzi al mare”). Nei primi due ritornelli il cantante si definiva stremato e amareggiato (“mare… amaro rimarrò” è un’altra paronomasia), nel terzo ansima. Il terzo ritornello segna insomma un punto d’arrivo: il cantante fa ritorno al luogo della sua origine e del suo destino (viene in mente un luogo illustre della letteratura: “E come quei che con lena affannata / uscendo fuor del pelago a la riva / si volge all’acqua perigliosa e guata…”). “Ansimare” (come il più letterario anelare) è la rappresentazione corporea della fatica di vivere (“amare mi stremò”) e del desiderio incessante (perché il mare non si può calmare né domare); cioè contiene potenzialmente un’antitesi tra il tendere verso una meta e il sostare sfiniti. L’antitesi, in effetti, è sviluppata nel contrasto tra la strana similitudine “come pietra annerirò” e la seguente accumulazione di strani verbi d’azione all’infinito. Non è del tutto chiaro cosa significhi annerirsi come una pietra: una pietra si può annerire se è esposta al fumo di un camino oppure se è uno scoglio che si sporca di catrame. In ogni caso, mi pare che qui si voglia indicare il lento passare del tempo sopra una cosa immobile: il nostro cantante sembra avere deciso di rimanere fermo dinanzi al mare. Nello stesso tempo, questo stare davanti al mare è articolato in una serie di azioni, piuttosto stravaganti se prese nel loro significato letterale (“fiumare” poi non è un verbo noto ai dizionari italiani), ma che acquistano senso perché contengono tutte “-mare”, perché, nella loro disparata varietà, rappresentano l’indisciplinata varietà della vita, e perché richiamano tutte vagamente qualcosa che ha a che fare con l’acqua. Il verbo che conclude la serie – “chiamare” – si espande nell’ultima frase della canzone: “a chiamare quel mare che fu madre e che non so…”. L’invocazione finale del mare come madre (si noti l’ennesima paronomasia mare-madre) sconosciuta e inconoscibile (“e che non so”) sintetizza degnamente la canzone tutta giocata sul tema della ricerca incessante, appassionata e irraggiungibile della propria origine. Per concludere, va anche detto che la canzone, ridotta al suo concetto, appare molto meno interessante e significativa del tessuto poetico-retorico che di fatto la costituisce.
    Prof., come sono andato?

    • Caro Marco, grazie della profondità di questa analisi, della sua convincente argomentazione, e della chiarezza con cui l’hai esposta.
      Sono sicuro che tutti gli estimatori di Baglioni apprezzeranno la luce che irradi su questo testo.
      Attendo altri commenti!
      Matteo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: