Upgrade #9 – Fattore X

Un giovedì qualsiasi.
Intervallo.
Corridoio.
“Allora prof, ha visto X Factor ieri sera?”
Annuisco mentre mi scappa da ridere.
(non è che l’ho proprio visto, diciamo che so come è andata – più o meno)

Più tardi.

Pranzo.
Cucina.
Mi siedo.
Orecchiette al pomodoro.
A destra mio papà, a sinistra mio fratello.
Di fronte mia mamma.
Non ho ancora finito di grattugiarci sopra il formaggio che la mamma dice:
“Morgan ieri sera… e poi Mara, la Ventura, i Bastard, …gli Aram, le Yavanna, …Marco, …Elio, Max Pezzali… Giuliano, Matteo, GiusyFerreri…”

Più tardi.

Cena.
Divano.
Telefono.
“Ciao nonna!”

Eccomi qua, quindi, sospinto dalla foga delle mie studentesse, di mia mamma e di mia nonna (cantare piace alle donne perchè comunicano più con le emozioni che con i pensieri) a porgere il mio tributo a quello che non è un “reality” ma un “talent” (come mi ha corretto una mia ex compagna delle superiori).
Ed effettivamente ha senso: X Factor è molto più simile a San Remo che al Grande Fratello.

Mi concentrerò su alcuni aspetti retorici della faccenda.

Partiamo dal titolo.
X.
La X è simbolo di incognita. Questa X è stata scelta come simbolo di un programma che – in teoria – regala successo e fama.
Quindi, in qualche modo, la “X” e il “successo” devono avere qualcosa a che fare.
Io credo che la X risponda alla domanda: da dove nasce il successo?
E la X è l’incognita.
Quindi non si sa.
Nessuno sa di preciso come mai una persona diventi famosa e un’altra no.
Le dinamiche che entrano in gioco sono troppe.
E’ impossibile calcolare tutte le probabilità, tutte le componenti, tutti i fattori che creano il successo (altrove chiamato destino, karma, caso, fortuna, provvidenza o – più semplicemente – vita).
E allora rinunciamo, e scriviamo che non lo sappiamo.

Le Yavanna
Il nome delle tre sorelle lombarde merita un accenno.
E’ chiaramente una citazione da Tolkien: Yavanna è una sorta di spirito della fertilità. Fra tutti gli spiriti (Valar) tolkeniani è quello di aspetto femminile più noto e riverito. Significa che in qualche modo le tre sorelle Racca vogliono avere qualcosa in comune – nella musica e nell’aspetto – con questo fertile spirito ancestrale.
(Questo mi fa tornare in mente quando in seconda media leggevo lo Hobbit arrampicato su un albero, in seconda superiore leggevo il Signore degli Anelli sul terrazzo e all’università leggevo il Silmarillion sulla spiaggia…)
“In fondo al tramonto” – un verso del loro inedito “Una donna migliore” – mi piace perchè il “fondo” di una cosa è relativo soprattutto alla sua componente spaziale (il fondo di un sacco, il fondo di un bicchiere, il fondo di una vallata) e quando viene usato in senso temporale mi emoziona abbastanza. Incrociare tempo e spazio dà le vertigini, a pensarci bene. Infatti “il tramonto” è un momento e non uno spazio. Dire il “fondo del tramonto” dà dei confini al tramonto, ed è una novità, perchè il tramonto ha per definizione confini indefiniti.

Giuliano Rassu
Il simpatico sardo ha scelto il titolo giusto per il suo inedito: “ruvido”.
“Ruvido” è una parola rara e sdrucciola, ancora più efficace se accostata alla parola “cuore” (ben meno rara e sicuramente piana).
Nonostante tenessi per le Yavanna – dati i miei trascorsi tolkeniani – questo era il mio inedito preferito – dati i miei trascorsi piuttosto funk.
Introverso.
La canzone parla di una persona introversa, che si lascia andare poco, tendenzialmente timida e riservata.
A me le persone timide, quiete, tranquille, riflessive sono sempre piaciute. Danno la sensazione di calma e di ascolto.
E la mia psicologia da oratorio mi fa pensare che anche il buon Giuliano sia così.
Ecco: per descrivere tutte queste cose il buon sardo usa una bella metafora: “cuore ruvido.”
Dove il cuore è il centro della persona, dell’identità, delle relazioni. Relazioni ruvide, un’identità ruvida, un carattere ruvido.
Spesso una cosa ruvida è dura e rugosa, ma anche piacevole al tatto. Poi è ricca di ombre, è interessante. Una cosa ruvida, per quanto scostante, è viva.

Marco
Lo scheletro portante di tutta il testo di “Dove si vola” è l’antitesi. L’accostamento di due parole o concetti contrari. Ce ne sono almeno tre:
1. “Cosa mi aspetto da te / cosa ti aspetti da me” (me vs te)
2. “Potremmo dirci, bugie tranquillamente / oppure andare per mano per sempre” (mentire vs prendersi per mano)
3. “Lasciami lo spazio e il tempo”
(Ammetto che “lo spazio” e “il tempo” non sono proprio due contrari… diciamo che sono complementari.)

Tirando il dado
mentre i tre finalisti si disputano la vittoria
il mio amico
commenta
togliendo un carro armato dalla Kamchakta
“per i prossimi dieci anni
sentiremo le Yavanna
alla fiera di
Lucca”

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~ di debenedittismatteo su 4 dicembre 2009.

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