Intervista – Sara Ferro

1 Cantami o Dj, già nel titolo mescoli epica e modernità. Come nasce e cresce l’ idea di mettere per iscritto queste “lezioni parecchio alternative d’ italiano”?

Verso la fine della scuola un mio studente mi fa: “facciamo una gara di improvvisazione di rime?”. Era dalla terza superiore che volevo rappare e non l’avevo mai fatto, così gli ho detto di sì (del resto un professore non può non rispondere alle sfide degli studenti). Il giorno della gara un altro mio studente mi fa: “possiamo filmarla?” E io ho pensato che non avevo niente da vergognarmi, così gli ho detto di sì. Il giorno dopo mi fa: “possiamo mettere il video su youtube?” E io gli ho detto di sì. Due mesi dopo, in settembre, un giornalista di Reggio mi chiama e fa: “ho visto il video e mi sembra una cosa simpatica, vorresti fare un’intervista?” E io gli ho detto di sì. Dalle pagine Resto del Carlino di Reggio la notizia è rimbalzata anche sui media nazionali, e per un paio di giorni sono stato frullato dal frullatore mediatico – esperienza interessante.
Fra le varie telefonate che si sono susseguite in quelle due settimane mi ha chiamato anche la casa editrice Kowalski che mi ha proposto questo libro, che mi ha permesso di tradurre per iscritto ciò che già facevo normalmente in classe: spiegare le figure retoriche con le canzoni pop e non con le classiche poesie.
Il programma del biennio delle superiori permette ai professori una certa elasticità. Così ho pensato: perchè non andare incontro ai gusti dei miei studenti, per spiegargli le figure retoriche? S. Giovanni Bosco diceva: “Se amate le cose che amano i vostri ragazzi, anche loro ameranno le cose che amate voi.” Lui si riferiva ai doni spirituali, ma credo che anche nella didattica questa regola possa funzionare.
Così ho approfittato del fatto che nella classe alla quale stavo insegnando le figure retoriche c’erano alcuni amanti del rap e così ho iniziato a proporre loro l’analisi di alcuni testi rap.
Anche perchè le regole poetiche funzionano allo stesso modo per Petrarca e per Jovanotti, per Pascoli e Tiziano Ferro. Una metafora è sempre una metafora, chiunque la usi. Anche gli insulti sono metafore. Metafore di bassa qualità perché inflazionate, ma pur sempre metafore.
Le metafore usate dai poeti classici sono invece rare, e per questo vanno salvaguardate e insegnate. Proprio perché sono rare sono preziose, perché solo loro le hanno sapute creare.
Dal punto di vista quantitativo, si fanno in una sola mattina più figure retoriche al mercato di Gavassa che in tutta la letteratura italiana, ma, mentre le figure retoriche usate al mercato di Gavassa sono eterne ed immortali, quelle presenti nella letteratura sono uniche e irripetibili. E’ questo il motivo per cui vanno studiate: la loro preziosità. Nello stesso modo in cui mettiamo in un museo le opere d’arte degli artisti e non i disegni degli asili: i disegni degli asili esisteranno sempre, sono eterni e immortali, le opere d’arte invece no: sono fragili e rare, esistono solo una volta, e vanno conservate – eppure sia i bambini che gli artisti usano lo stesso pennello.
Per questo mi sembra importante dire agli studenti che la poesia ci circonda, è parte integrante della nostra vita: la troviamo nelle canzoni, nella pubblicità, nei film, nelle storie d’amore e quando ci arrabbiamo. E c’è un motivo: la poesia dà voce ai sentimenti. E i sentimenti ce li hanno tutti.
Anche gli studenti – per quanto possa sembrare strano.

2 Da dove nasce il tuo amore per la lingua italiana? Qual è il suo futuro secondo te?

Il mio amore per la lingua nasce dalle favole che mi raccontavano i miei genitori prima di dormire, dal fatto che non ho mai giocato a calcio e dalla mia passione per le cose che passano inosservate. Le parole sono deboli e potentissime: possono cambiare la vita eppure non sono che un soffio.
Il mio amore per la lingua che parlo è lo stesso che ho per la mia città, la mia mamma, la mia mano e l’odore di autunno. Amo la mia lingua perchè mi ha accompagnato fin da piccolo, perchè ho letto e ascoltato cose bellissime dette nella mia lingua, perchè è il ponte per abbracciare le ragazze e la vita.
Nella mia vita le parole mi hanno aiutato a scegliere: tutte le scelte importanti che ho fatto sono legate a parole che qualcuno mi ha detto e che poi io mi sono detto da solo.
Il futuro della lingua italiana è bellissimo: è quello di crescere, mutare, cambiare, evolvere verso qualcosa di sconosciuto e appassionante, che parlerà ancora d’amore, di rabbia, di vita.
Sono curioso di vedere come evolverà tanto quanto mi incuriosisce studiare la lingua che parlava mia nonna o Dante. La lingua è un organismo vivo e simpatico, col quale si ha una relazione. E dalla relazione che si ha con la lingua dipenderanno anche le nostre relazioni con le persone: saper ascoltare, saper capire, farsi capire.

3 Sei molto giovane e già insegni. Come è il tuo rapporto con i tuoi alunni? Che cosa nella tua opinione fa di un professore “un buon professore”?

Quando penso ai miei studenti sento una grande riconoscenza. Sono i miei datori di lavoro, e non potrei desiderarne di migliori. Danno il senso alla scuola, al mio lavoro. Sono le persone più presenti nella mia vita, considerando che gli dedico circa otto ore al giorno.
Secondo me un buon professore deve salvaguardare i ragazzi che hanno voglia di imparare, opponendosi a chi non ha voglia di imparare. E’ alleato di chi studia e nemico acerrimo dei parassiti. Spera che chi non fa fatica si converta, e cerca di convertirlo – ma la conversione è nelle mani di Dio. Minaccia punizioni che può mantenere e le mantiene. Un buon professore entra in classe contento e fa venire voglia. Voglia di studiare, voglia di capire, voglia di vivere. Deve avere voglia di fare quel che fa. Un buon professore prende decisioni chiare e dice di preciso come e quando sarà la verifica. Un buon professore fa in modo che chi ha studiato prenda 10 e chi non ha studiato 3. Un buon professore è credibile e fa delle lezioni da cui si esce con almeno un’idea in più. Un buon professore sa che la vita va al di là dei voti.
Non so se io sono così, ma lo sono i buoni professori che ho incontrato.

4 Si dice che tu abbia sfidato un tuo alunno in una gara di freestyle e che tu abbia perso… come cui si sente ad essere “messo alla prova” come uno studente? (a proposito, che cosa è il freestyle??)

Ottima domanda. Come accennavo nella prima risposta, un professore deve rispondere alle sfide che gli studenti gli propongono. Solitamente sono sfide didattiche: non studiare, fare confusione, volersi sostituire al prof…
Queste sfide sono un momento importante e faticoso. All’insegnante viene chiesto di mettersi in gioco, cambiare, convertirsi. Il prof soffre la ferita narcisistica di non poter plasmare a sua immagine il microcosmo-classe che ha davanti. E allora? Allora deve accettare i suoi limiti e nello stesso tempo cercare di superarli. Se ci riesce allora può amare i limiti degli studenti e provare ad aiutarli.
A volte incontra studenti che lo aiutano, altre volte che lo ostacolano: la vita è così.
Nel mio caso sono stato fortunato: una di queste sfide si è trasformata in un’occasione imprevista e bellissima. (Forse, in realtà, la trasformazione da sfida in occasione succede ogni volta in cui la risposta alla sfida è efficace.)
Il freestyle è un’esperienza mistica nella quale i due rapper staccano il cervello e parlano prima di pensare. Ma lo fanno in rima e a tempo. E’ un’arte difficilissima, che richiede grande allenamento e prontezza di riflessi – qualità che io non ho.
E’ un’arte relazionale, che non può essere fatta in solitaria, e che richiede un grande ascolto dell’avversario per riuscire bene.
E’ un’arte divertente e simpatica, proprio perché l’obiettivo è far divertire e applaudire il pubblico.
Se digitate “2theBeat” oppure “tecniche perfette” su youtube troverete qualche esempio di altissima qualità.

5 Musica e parole. Parole, parole, parole, soltanto parole? Quali segreti nascondono le canzoni, laghi misteriosi di cui spesso notiamo solo la superficie? Facciamo un po’ di esempi pratici.
(se ne hai altri di significativi all’ interno delle canzoni stesse…)

– Mentre lascio naufragare un ridicolo pensiero
La metafora è una figura retorica bellissima: mette in relazione cose che fra loro non hanno niente a che fare, come un naufragio e i pensieri. Cos’hanno in comune l’azione di pensare e l’azione di naufragare? di solito niente, ma in questo caso invece sì: Elisa e Ligabue lasciano andare alla deriva un pensiero: lo abbandonano, lo lasciano andare in malora, lo lasciano morire. Se era un pensiero ridicolo, allora forse non era così importante da salvarlo.

– Siamo nella stessa lacrima, come il sole e una stella, siamo luce che cade dagli occhi. (Luce)
Gli elementi di questo verso sono due: le lacrime e la luce (sotto forma di sole e stella). Potremmo volgarmente riassumere questo verso con “lacrimare luce”. E’ un’immagine bellissima. Uno dei compiti della poesia è quello di creare immagini mentali nuove ed inedite. In questo caso abbiamo un contrasto: le lacrime sono tristi, la luce è bella. Infatti la canzone racconta di un abbandono: due persone si lasciano, ma sono contente di essere state insieme. Un paradosso, come un sole che tramonta a nordest.

– E’ una notte da scartare come un pacco di Natale (Gli ostacoli del cuore) (Elisa)
Un paragone: la notte e il regalo di natale hanno in comune la sorpresa che nascondono. E’ una sorpresa che si può trovare solo frugandoci dentro, scartando la notte, togliendo i veli che la coprono, la carta che la avvolge (che altro non è che gli “ostacoli” del titolo).

– Una settimana un giorno solamente un’ora a volte vale una vita intera (Bennato)
Un originale anticlimax combinato con un parallelismo: settimana, giorno e ora sono tre elementi simili ma di dimensioni sempre minori, e questo è un climax discendente (o anticlimax). Questa scala discendente è messa a confronto in parallelo con la vita intera: l’elemento A (settimana, giorno, ora) è messo di fianco all’elemento B (la vita)

– Notti uscite da una festa notti con i bigodini in testa (Notti, Claudio Baglioni)
Ah, ecco qua una bella antitesi: le notti di festa vengono messe in antitesi con le notti domestiche, passate in casa (è difficile uscire di casa con i bigodini in testa, ancor meno andare ad un party).

– Quasi sempre dietro la collina è il sole (Battisti)
Spostare le parole è un’arte raffinata dei poeti: la costruzione normale della frase sarebbe: “il sole è quasi sempre dietro la collina”. Ma spostando l’ordine delle parole mogol permette al verso di fare rima, e di mettere in ultima posizione – quella più importante – la parola più importante, cioè “sole”, che è però quasi sempre nascosto.

– Sorella terra ascolto te
Ogni conchiglia oceano è
(Sorella Terra- Pausini)
Questi due versi splendidi di Laura Pausini contengono ben due anastrofi, un’antitesi, una metafora, una personificazione, una citazione.
Le anastrofi sono l’inversione sintattica di due elementi della frase (“sorella terra, ti ascolto”, sarebbe la costruzione corretta del primo verso; “ogni conchiglia è oceano”, sarebbe la sintassi corretta del secondo).
L’antitesi è la vicinanza di due termini di significato solitamente opposto, in questo caso “terra” e “oceano”.
La metafora unisce la conchiglia e l’oceano. Non sono la stessa cosa, ma hanno qualcosa in comune: il rumore frusciante.
La personificazione dà anche il titolo alla canzone: la terra acquisisce caratteristiche tipicamente umane: in questo caso la famigliarità.
Tale rapporto di sorellanza con la terra è ovviamente una citazione dal cantico delle creature di S. Francesco, come se Laura Pausini volesse aprire un collegamento fra il suo testo e quello del Santo.

Poi mi piacerebbe fare una breve analisi del testo di: Padre e madre

La canzone di Cesare Cremonini racconta una situazione raramente raccontata dai cantanti: il momento in cui il figlio si allontana dai genitori, la sofferenza dei genitori stessi, l’incomprensione fra i tre.
Cesare riesce a cogliere – da figlio – quel momento che solo chi è genitore riesce a sapere: il momento del distacco, in cui ci si rende conto che il figlio non è più tuo, ma della vita.
Cesare, pur non essendo genitore, riesce a mettersi nei panni dei suoi genitori, e a capire il loro dolore.
Sente di aver abbandonato i genitori. Nei romanzi sono i genitori che abbandonano i figli, in questo caso è un figlio che abbandona i genitori, ma non può farne a meno: deve seguire la sua strada.
E allora? Quando si accorge che i suoi genitori stanno male per la sua assenza, cosa fa?
Può fare tante cose: tornare a casa, rinunciando alla sua vita; oppure può disinteressarsene: dopotutto i suoi genitori non possono pretendere che lui rinunci alla sua vita per loro.
Cesare reagisce in altro modo: dedica loro una canzone.
E’ un modo per farli entrare nel suo mondo, per trovare un punto di contatto fra i due aspetti del problema: la musica e i genitori.
E allora prova a farli incontrare, sostituendo la sua presenza con una canzone che parli di lui, e faccia compagnia ai genitori al posto suo.
Una storia in una canzone.

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~ di debenedittismatteo su 8 settembre 2011.

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