sentimento predominante

Primi di settembre duemilatredici

In questi giorni il sentimento predominante è la riconoscenza.

Mi viene da dire grazie a tutto, a tutti, e più ci penso più mi viene in mente gente da ringraziare, da riconoscere. E visto che sono troppi allora dico grazie Dio, grazie vita e bon.

Era il 1992 quando mi ricordo di avere pensato per la prima volta coscientemente: “voglio fare il professore di italiano”. Quinta elementare. Uno dei pochi ricordi coscienti che ho delle elementari, oltre al disegno ad acquerello di un cane in una palude.

Sono passati ventun anni, e da venerdì scorso sono un prof di italiano, indeterminatamente.

Alla fine della quinta superiore ho avuto una leggera sbandata per la grafica e per la pigrizia, e mi tentò Scienze della Comunicazione, che feci bene a non fare.

Poi l’università, Bologna la bellissima. Il profumo della biblioteca di italianistica al pomeriggio, in primavera.

(Un paio di esami per i quali ancora devo accedere i ceri e che non racconto perchè dopo dite vabbè allora vai vai.)

E dire le lodi prima dell’esame, seduto sul banco, in corridoio, per farsi notare e distendere la tensione e andare all’esame con l’idea di mettere di buonumore il prof.

E poi fermarsi a ringraziare in chiese che hanno visto (almeno da fuori) anche Giovanni Pascoli ed Enrico Brizzi, poi a comprare una carta di magic che mi mancava.

E mia mamma che quando l’esame va bene compra le paste e quando va male sdrammatizza che dopo come fai a restarci male ancora?

Poi non esisteva facebook e ho fatto la tesi su Gozzano senza usare wikipedia, in autunno, a montecavolo, che manco la mail ormai esisteva.

Poi ho iniziato a lavorare al San Gregorio Magno, il liceo che ha le tende bianche alle finestre, che se guardi fuori vedi che tempo che fa.

L’impressione più frequente che provo quando penso al San Gregorio è l’impressione della luce della mattina – forse la stessa di quando giocavo sul tappeto coi lego.

Poi la Ssis, Parma la pirulina che dai oh. Mi ricordo due cose: il senso di fatica e il senso di compagnia. Oppressione e divertimento. La Stefi dice che lei, la Meri, la Bene e la Linda sono state le mie badanti – ed è vero – ma qualcuno dice angele custodi a tempo indeterminato.

Poi la statale:

prima il carcere, dove non si può entrare con il cellulare e non ci sono orologi al muro;

poi la pietra di Bismantova fuori dalle finestre, che in montagna c’è il sole anche se a Reggio c’è la nebbia, le mattine che si parte prima del sole e si vede il tramonto durante i ricevimenti dei genitori;

poi la Filippo Re, poi il Convitto a Correggio, e di entrambe resta la simpatia che mica fanno così ridere gli altri (a parte quando vorresti stritolarli fortissimo).

Poi in mezzo di nuovo l’università, Bologna la ciuppetta, con la Linda: passare dal forno e fare a gara chi offriva la colazione, preludio alle studiate del concorso. (E anche lì un paio di esami che a raccontarli poi mi dite e vabbè allora dillo che). E la Luci che compare dopo l’esame e camminiamo come nei film. E poi pescare italiano all’orale del concorso. E poi pescare Leopardi. E mio papà che viene in camera e mi racconta due(cento) cose che non sapevo.

E poi il provveditorato che fa dire vabbè, e poi le graduatorie e i cavilli, e non volere arrabbiarsi, e tutti quelli che mi han chiesto “Matte come va con” e poi la fortuna, il merito, la passione, il dono, l’incastro, la sfumatura.

E sempre, sempre, sempre il sentimento del bene che mica.

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~ di debenedittismatteo su 4 settembre 2013.

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