Apocrifo Dantesco Anacronistico 2014 – vincitori

PREMIAZIONE APOCRIFO DANTESCO ANACRONISTICO 2014

Gentili partecipanti e semplici curiosi, data l’abbondanza e la qualità degli apocrifi in gara, la giuria ha deciso di segnalare alcuni apocrifi meritevoli, oltre ai tre vincitori.

premio INFERNO 2014-15
1° posto: FANTI LUCA con l’apocrifo ATREO fra i traditori dei parenti.
2° posto: SPAGGIARI MATTIA con l’apocrifo VINCENZO BELLINI E MARIA MALIBRAN nel girone di lussuriosi
3° posto: MORDINI GABRIELE con l’apocrifo GALILEO GALILEI nel girone degli eretici
– menzione speciale a D’ANGELO IRENE per l’apocrifo LORD HENRY WOTTON fra i consiglieri fraudolenti
– menzione speciale a LA FARCIOLA ALESSANDRO per l’apocrifo ALBERT EINSTEIN fra i consiglieri fraudolenti

premio PURGATORIO 2014-15
1° posto: DE GIORGIO GIOVANNI MARIA con l’apocrifo ALBERTO SORDI nella cornice degli avari

premio PARADISO 2014-15
1° posto: BIANCHI SAMUELE con l’apocrifo TORQUATO TASSO nel cielo di Mercurio
2° posto: LAMACCHIA SILVIA con l’apocrifo DANTE INCONTRA SE STESSO nel cielo di Mercurio
3° posto: GHEZZANI TOMMASO con l’apocrifo ARTEMISIA GENTILESCHI nel cielo della Luna

premio speciale MONACA DI MONZA
non assegnato

NOTE GENERALI
APOCRIFI ELIMINATI: Moltissimi apocrifi non hanno potuto vincere perchè lo schema delle rime era sbagliato e non seguiva l’ordine delle terzine dantesche.
Altri apocrifi sono stati eliminati perchè gli endecasillabi non erano precisi.
SECONDO E TERZO POSTO: nonostante il bando preveda un premio di 100 euro solo per il primo vincitore di ogni categoria, la giuria ha scelto di porre su un simbolico podio tutti gli apocrifi che erano entrati in lizza per il primo posto. Per quanto riguarda il purgatorio, nessuno degli altri apocrifi presentati erano sufficientemente corretti per poter conseguire anche solo la menzione di secondo o terzo posto, nonostante non mancassero idee interessanti.
MENZIONI SPECIALI: gli apocrifi di Lord Henry Wotton e di Albert Einstein presentano qualche errore: il primo erra alcune rime e vari endecasillabi, il secondo è quasi perfetto nella forma, ma presenta un Einstein pentito di quello che ha fatto, il che l’avrebbe posto in purgatorio e non all’inferno.
A parte questi errori, si presentano come apocrifi intelligenti, dove lo spessore dei personaggi è curato e il dialogo interessante. Non sono apocrifi banali, e secondo la giuria meritavano di essere indicati come significativi, nella speranza che gli autori partecipino alle prossime edizioni del concorso.
PREMIO SPECIALE MONACA DI MONZA: l’unico apocrifo concorrente per questa categoria presentava errori metrici troppo evidenti per poter conseguire il premio.
CERIMONIA DI PREMIAZIONE: per chi volesse partecipare alla cerimonia di premiazione, essa si svolgerà nella mattina dell’11 marzo 2015, presso la sede del Liceo Scientifico San Gregorio Magno di S.Ilario d’Enza (RE).

APOCRIFI VINCITORI
APOCRIFO DANTESCO INFERNALE
Atreo – Luca Fanti

Come, di gloria vago e di divizie,
salendo di castel le mura stuolo,
ferma amaro liquor le sue letizie,

sì che la speme si trasmuta in duolo
e fa ch’ad imo la masnada giaccia,
vinta dal sogno dell’avaro1 volo,

così Caina nelle fiamme ghiaccia
gli spiriti di quei che lor famiglia
fero ‘l disio della più folle caccia.

Quando verso un rivolsi le mie ciglia
che quivi pur parea tener l’onore
dell’inclita e passata maraviglia,

dissemi ‘l duca mio: «Furia ed orrore
vedrai di re ch’ancor suo nome spande
se chiedi ch’or tel mostri nel dolore»,

e quelle quete parolette blande
incontanente spenta fer la tema
ch’avea di mal così crudele e grande,

e a quello spirto che, piangendo, trema
nel capo sol, ché tutto l’altro cinge
quell’acqua d’ogni luce priva e scema,

io domandai: «O anima che stringe
il duol medesmo ch’a te dar volesti,
a che sì cruda pena ti dipinge?

Parlami, se di quel che tu facesti
il rimembrar t’è grato, e se ‘l tuo nome
tu vuoi ch’ancor nel dolce mondo desti».

Rispuosemi: «Conoscer vuoi tu come
a quest’affanno e a quest’amara pena
condotto m’abbian le fallaci some2?

Di vile orror fu la mia vita piena,
ma, se i peccati miei saper ti giova,
di tanto sangue or aprirò la vena3.

Atreo io son, e ‘l nome mio rinnova
la memoria de’ re che fur miei figli4
e della loro amara ed aspra prova5,

ma, acciò che troppo a lor tu non t’appigli,
sappi ch’è sempre la maggior contesa
quella che chiude in un seme i perigli:

così cagion fu di perpetua offesa
tra ‘l fratel mio, Tïeste, e me ‘l talento
d’aver la fronda che fè Appollo lesa.

Ver me movea Micene ‘l sacro vento
di Giove, ma Tïeste con l’inganno
ver sé ‘l volle far presto, e ver me lento6,

sì che, al mio cor facendo duro danno,
alla donna mia chiese l’aureo vello
che muto fatto avria ‘l suo ingiusto affanno7.

E a quel folle disio fu gran flagello
il cangiar della via ch’eternamente
dell’alta Diana segue ‘l buon fratello8,

e al fratel mio far volli incontanente
nelle mie terre ‘l dimorar vietato,
sì come far convien con l’atra gente;

ma di tant’ira era ‘l mio petto infiato
che la superbia mia di fiamma rea
il pravo spirto mio fece infiammato,

e volli al fratel mio, ch’a me credea9,
della sua vita ogni giorno far guasto,
sì come fece al suo Iason Medea10.

De’ figli suoi gli diedi acerbo pasto11».

APOCRIFO DANTESCO PURGATORIALE 2014
Alberto Sordi – Giovanni Maria Di Giorgio

“ IO SPECCHIO SON DI VIZI PER NATURA “

1 Or giunti nello piano ove lo vizio
di divizia ch’avvinghia a sé li beni
volge a svanir pasciuto ‘l novo inizio.

Discerne ‘l cor mio versi non sereni ;
5 d’anime una schiera vidi col maestro
che l’ oculi di lagrime avean pieni .

solo una parea aver sì fato destro
di letizia disperar e non gemea
come se dalla pena avea ‘l sequestro.

10 Col piè a lungo saltello ei procedea
l’avanzar in assai cordial maniera
ch’io scorsi ‘l duca mio e quieto ei ridea.

Bellezza non in lui par dote vera
ma di bellezza son sue l’eleganza
15 et espression di vita ancor sincera.

Costui vede me e cessa la costanza
nel ridere e or cupo mi dimanda :
“ Posso quivi io veder tal circostanza ? “

Io disdetto nel capir che comanda
20 quest’anima ch’arguto ingegno ingrossa
nel distrar lo cor da pena nefanda.

Ei prosegue : “ Tu che vivo sei in ossa
e carne , cosa fai quivi ove vita
per ingrata morte s’acquieta in fossa ? “

25 Io non rispuosi ma di foga ardita
il duca mio s’accese : “ Chi tu fosti ?
Perché patisti tu pena gradita ? “

“ Io ‘l fior diletto son d’animi tosti
umil servitor e lo volto angusto
30 ch’in volgo fè svelar brogli nascosti .

Ove fu luce a Cesare e Augusto
e sorse e s’affermò sacra dimora
umile nacqui e nacque in me lo giusto.

In mente mia ricordo ancor s’affiora
35 di vulgar diceria sullo mio conto
che ‘l mortal peccato ‘l cor mio divora.

In vita inviso fummi tal affronto
cresciuto per mio nobile costume
che ‘l vile malparlier porta racconto.

40 Così mente mia perse omai lo lume
di moral e s’impose in me onestade
e mi pentii di mal, privo d’acume.

Come ‘l brutal Aiace in civiltade
per vergogna , d’altrui parer s’uccise
45 così nel cor mio esala dignitade.

Menommi l’abbracciar vulgari guise.
Io specchio son di vizi per natura
che l’ animo esser mal ancor decise.

Etterne risa avvolgon mia figura
50 Alberto Sordi, il nome mio risuona
ch’ai posteri la fama gentil dura .“

Mirai umil modo in tal persona,
mirai humanitade in quieto viso
che per divin’ accordo ‘l cor perdona,

55 mirai Albertone, il cordial sorriso.

APOCRIFO DANTESCO PARADISIACO 2014
TORQUATO TASSO – Samuele Bianchi
1 E non crediate ch’ogni acqua vi lavi!”
Ancor suonò Beatrice e mirò in suso,
me sorridendo, ai superiori savi.
Di luce arse i suoi lumi ad oltre a l’uso
5 ed ecco che con zefiro divino
al tergo par che m’abbia quella effuso
per nuovo pol ch’or tal splendente opino
e non significabil l’armonia.
Poi presso a me e ancor poscia vicino
10 un lume scorsi che in alto apparia
e come quello uman sembianza prese,
la sua mano gentil porse a la mia;
ond’Io: “Oh tu beato che comprese
qual mio stupor m’inviti a dimandarte
15 dove nascesti e ov’il tuo far cortese
al mondo mio terren prendette parte.”
Ed egli a me: “Io ben te sentì amico
non sol ché d’amendue fu egguale l’arte;
oh gentile, sai tu che il seno antico
20 qual generommi a guisa tua conversa?
Le membra io ebbi in quel bel golfo aprico
che de l’agrum la terra ha intrisa e tersa;
tosto dal padre mio in infìde corti
mia giovinetta lena fummi immersa.
25 Colà fu che dipoi cantai que’forti
che il Gran Sepolcro liberar di Cristo
e insieme a lor quell’arduo amor ne l’orti
che in mortal petti e ninfe sen gìe misto.
Ahimè però! Ben troppo tal mia etade
30 tenea sì falso il cenno e l’occhio tristo
e me tacciò, sì com l’ovin ch’evade
dal cinto, che pagan cantai il valore;
ahi corte, ahi invidie, ahi perfide amistade,
ahi Re così incompreso in tuo rigore;
35 ahi stolti ch’ignorar com’a le genti,
sien pur traviate, eggual serbi d’amore!
Ermo e ramingo e in amorosi stenti
tradotto fui com’uom ch’è fuor dal senno,
e in quel letto inchiosato più i concenti
40 né pur mi rimanean che l’acque fenno.
Lor poco a me molcevano il fer male
la cui memoria ancor mi duole al cenno:
orben, che il mio sentir a nessun cale
e fama ancor n’ha in premio di follia.
45 Qual fredde notti e qual solinghe sale
color in quai cantai de la Man pria
quando, in sei fiate, diè la vita al Mondo
e in pegno dimandò la vita mia.
Abandonai così le membra e il pondo
50 in quel gran dì che fè il celeste Toro
per Ambrogio il pastor d’Ipona mondo;
ecco qui infin a un canto alto e sonoro
con dolce morso quella Man mi preme
dove ora so ch’è vera gloria un oro
55 ch’aver infra i mortali è vana speme.
E se di questa inver degno te stimi,
dei ben portar se ‘l cuor deriso or geme
membrando che sarian l’estremi i primi.
Io lo capì non pria che qui beato;
60 tu il nome mio in su il tuo libro imprimi:
Io il Tasso sono, e m’appellai Torquato.”

SECONDO E TERZO POSTO + MENZIONI SPECIALI INFERNALI
2° Vincenzo Bellini con Maria Malibran – Spaggiari Mattia

Infra le spire d’infernal procella
vid’io duo spiriti da maggior onda
percossi, par che da flabro pagella, 3

involandosi l’un, l’altro a seconda.
“Maestro – dimandai – chi son tai anime
cui par che ‘l vento nel cor si trasfonda, 6

sì caccia etterna fa ognun esanime?”
Ed el: “Tu stesso iscoprirlo potrai,
ma per esser financo a le magnanime 9

genti restar punto da’ ciechi lai
interdetto, pur con una t’è dato
parlar, sì ch’ e’ l’altra non serri mai”. 12

Drizzando poscia ne l’aer tenebrato,
pel tuon de’ turbi, pel furor de’ venti,
lo gentil suo detto: “O spirto affannato, 15

-disse- piacciati de’ tuoi tormenti
far parte un peregrin ch’alunno avesti,
là ‘ve iscritto se’ fra l’eccelse menti”. 18

Trepido fremor amendue fe’ presti
e dal primier l’altro ver me fu tratto,
che dolci sentì li lacci rubesti. 21

Mentre sen giva ad accostarsi ratto
la fulva chioma, il giovin volto scorsi.
Allora il conobbi; e ad imo, di scatto, 24

l’occhio, venuto giaccio omai, ritorsi.
“D’om perduto il Supremo Reggitor
pietade n’aggia – diss’el – e tuoi corsi 27

giungan alfin al disiato nitor.
Pregoti sol che breve sie tuo sermo,
ch’a la mia diva mi revoca ‘l cor.” 30

Ond’io sì come balbo: “Qui per fermo
mirarvi mai creduto avria, o cortese
spirto, sì fatto d’affezion infermo! 33

Oh magno aedo! O cigno catanese!”
E subito angor la gola ne strinse,
e, sanza spiro me viso, el riprese: 36

“Troppo d’onor a le note ch’i pinse,
ch’anco non mi sciolser d’este catene,
ma signo fuor del furor che mi vinse. 39

Onesto amor, discepolo d’Imene,
ebbi io pur ne la gioventù primiera,
ma lusinghevol infiammò mie vene 42

d’aurata ninfa brama menzognera;
a novo vezzo ognor languir solea,
nova rosa coglier di mia primavera. 45

Poscia trionfando su l’angla platea,
l’alma ibèra diva, qual sol che raia,
tesser suo canto mirai, indi rea 48

su me tremante abbandonarsi gaia:
meco ‘l plauso di tanta folla accolse,
le man giunte e i fati in fulgente Maia. 51

Ardor maggiore mai nullo rinvolse,
ma l’idol ingrato de’ miei affanni,
che del dirotto pianto non sen dolse, 54

cruda roccia fu a suoi stessi banni.
Presto morbo dal mondo mi divelse,
frangendo il grave duol coi giovin anni. 57

Ahi feral sevizia! Empia Morte scelse
poscia il mio amato bene e il primo amore
un sol avante. Ecco fra l’alme eccelse, 60

qual tu miri, sì presto estinto fiore!”

3° Galileo – Mordini Gabriele

EI POSE ‘L SOLE IN MEZZO A L’UNIVERSO

Volgendo li occhi a la città del foco
mi accorsi d’un avello scoperchiato
3 sul quale soffermai lo sguardo un poco.

Ivi si dimenava, tormentato,
un om, che ’l duca mio così descrisse:
6 «Qui vedi ‘l famosissimo scienziato

che nacque a Pisa, studiò molto e scrisse
le leggi d’una nova astronomia
9 che lecite far volle finché visse.

Quantunque messo sulla retta via
dai santi inquisitor, fu loro avverso
12 per amor della sua assurda teoria:

ei pose ‘l sole in mezzo a l’universo
con numerosi cieli tutt’attorno
15 che la Terra e i pianeti, in modo inverso

a come ‘l Padre fe’ nel quarto giorno1,
portavan seco per il firmamento
18 in tondo cerchio e continuo ritorno.

Tanto duol gli portò ‘l ragionamento
che fu punito come eresïarca.
21 Il rogo eterno è qui ‘l suo pentimento»

Allor s’alzò di scatto da quell’arca
l’anima rea, sì piena di rossore
24 che di pronte risposte parea carca

e simile al guerrier, che con vigore
combatte strenuamente la sua guerra,
27 così si volse questi al mio dottore:

«O tu che giù nell’infernale serra
sei sceso a criticare le nozioni
30 che tanto mi fuor care sulla Terra,

Sappi ch’esse non sono mere opinioni,
ma d’arduo e lungo studio furon frutto,
33 di calcoli e continue osservazioni

fatte con cura, non senza costrutto.
Io stesso a quella presuntuosa gente
36 che poi mi condannò spiegai del tutto

dove puntar la canna a doppia lente
che scoprii dall’Olanda e migliorai2,
39 e le dimostrai sperimentalmente

la verità. Non mi credette mai
l’austera casta di cuor di coniglio,
42 ma tanto mi costrinse che abiurai.

L’ordine spiritual portò scompiglio
nel natural, negando l’evidenza,
45 dicendo falso il divino consiglio;

non si convinse che l’umana scienza,
tendendo all’Altra, quell’Unica e Trina,
48 per intuizion ne ha piena conoscenza3.

Ma verrà un giorno in cui la mia dottrina
scaccerà l’altra e un pontefice stesso
51 mi riconoscerà grazia divina4,

mi trarrà dall’angosce in cui m’han messo
gl’altri par suoi, e tutti avran rispetto
54 di quel ch’io dissi, e si parlerà spesso

de l’altre stelle, del macchiato aspetto
di luna e sol, de’ compagni di Giove5!»
57 Sì disse e si ripose nel suo letto,

mormorando tra’ denti: «E pur si move».

Menzione speciale – Lord Henry Wotton (ritratto di Dorian Gray) – D’Angelo Irene

Partimmo da codesti che ‘n due stan
Ove sapienza divina uno solo comanda
E la mente mia fu un poco volta al gran 3

Monte ch’ accoglie chi perdon dimanda.
Lo passo fermai laddove io scorsi
Un reo entro ‘l baglior ch’ il foco manda 6

Ei ch’ alla mente mia giunt’ era a porsi
D’ un sacco di zizzania ‘l collo aggiogava.
li occhi verso lo maestro mio torsi 9

si ch’ i vide che fronte sua corrugava
“Tu ve’ quel ch’alma di cui lordura
Guastava anco l’om ch’ ei soggiogava 12

Ricorde ch’ al principio di ventura
tua, donna beata chiamommi onde
perso ti scorse nella selva scura; 15

costui a se stesso soltanto risponde
della ruina di Doriano Grigio,
che’l consilio suo più ancor sprofonde.” 18

Ed io “S’i’ben intendo, fia un uom ligio,
da la lin-gua di e’ che ne fa spada,
privo de la divin grazia, e ‘l pregio 21

fia che in odioso vizio decada.
Forse che chi‘l suo al divin disegno
oppone ancor spera ch’ al ciel vada?” 24

scossa da l’ aere de l’oscuro regno
l’ orrida fiamma la cima crollava
sì come al vento china l’ capo e ‘l legno 27

l’ alto cipresso, e tal voce dava
il reo: “mai io da vivo l’occhio ver
ciel volsi, se questo ‘l dubbio tuo lava; 30

on-d’ io sempre ‘n vita tenei per ver
solo ciò che giovava a’ mortal sensi
ma questo io ti domando, e d’ aver 33

giudicio tenta, e dì ciò che pensi:
se ‘l Supremo contro lo suo consilio
non gradisce che si vada, chè persi 36

per il mondo andar ci lascia? Ed io
son reo ver di cio che piacque altrui
de vita sua far, su proprio consilio? 39

Se’ tu forse certo che ‘nfra i legni bui
A metà del cammino ti smarristi,
e non sempre vagasti dove costui 42

fu dritto ad tua salute, chè per tristi
loci vita passa, sì che distinguer
non si puote quelli che già si son visti?” 45

in mente mia ogne parol estinguer
sembrò questo sermone, tale ch’ anche
s’ogne argomento i’ cercava per lo ver 48

dire le labbia mie rimaser stanche.
E lo maestro “or vedi lo strumento
de la nemesi che consiglio anche 51

toglie a quel che pur ‘n ogne accadimento
lo vero verbo cerca. Ser Arrigo,
s’ anche aver si puote discernimento 54

de’ tristi loci, non per un castigo
il distinguere tu sperar non puoi,
ma perch’ ogne parola tua è un intrigo.” 57

e si partì, i’ dietro i passi suoi.

Menzione speciale – Einstein – La Farciola Alessandro

Com’elli allor finì di emetter voce
tra l’altre si ergea una dotta fiamma
che voglia avea di esplicar sua croce.

4. Così il duca mio movè il diaframma:
“Più che la sua superbia è noto il genio
di quei che qui si cela in quella fiamma.

7. Come quello animale sì indenio
il qual per Lucifer è sempre insonne
cattura la sua preda con ingenio,

10. ei che poco interesse offrì alle donne
seguendo inver lo sogno della scienza
attira col saper pur le colonne.

13. Però tu bada ben di aver coscienza
e non prestare fede a quel dannato”.
Ma io non fui capace di pazienza

16. me che l’argentea chioma avea ‘nvitato
ad accostarmi e proferir parola;
così il piè destro spinsi da quel lato.

19. Movendo verso quei che par che vola
l’orecchio mio potè sì tosto udire
il flebile parlar della sua gola.

22. Orribil fu con lo mio ingenio intuire
quali fonemi, a me del tutto ignoti,
quel caldo foco continuava a dire.

25. E al duca dissi con occhi devoti:
“Perch’ ei ripete qui, non mi spiegasti,
la formula che spesso anche tu noti.”

28. Ed elli mi rispuose: “Ben parlasti.
Sovrana sì del ciel che de la terra
è quella formula che tu ascoltasti”.

31. Come un guerriero che l’attacco sferra,
torcendo il collo in direzion del foco
mossi mia voce che ‘l suo orecchio afferra:

34. “Oh tu che mesto ardi in tale loco,
se molto ben sortì da tue scoperte,
per qual cagion sei qui e non da poco?”

37. Ei si levò e disse a labbra aperte:
“Superbo più che l’animo fu il genio
che non mi rese allotta, ahimè, inerte,

40. ma noto con il nome di Einstenio.
Io so che non chi son vuoi ascoltare
ma quel a cui rovina fu ‘l mio ingenio.

43. La terra un tempo fece per ruotare
a cominciar dalle none d’agosto
allor che un gran fragor riuscì a turbare

46. perfin lo più recondito avamposto
dell’isola lontana del Cipango.
Si realizzò in modo allor sì tosto

49. siffatta idea che di restar nel fango
avrebbe meritato lungamente”.
Poscia che sua orazion di sì alto rango

52. giunse sì dritta allor alla mia mente,
provai confuso a chieder, ma riprese:
“ Novello mondo ignoto alla tua gente

55. intiero un popol gravemente offese
a causa di me e della mia passione.
Ah, quante vite ancora sarieno illese

58. s’io mi fossi fermato all’intuizione”.
Allor la fiamma si ritrasse indietro
ed io né ‘l duca avea sua spiegazione.

Ma qui si mosse ed io li tenni dietro.

SECONDO E TERZO POSTO PARADISIACI
2° Dante incontra se stesso – Lamacchia Silvia

1 Si ch’ascendemmo a loco di tresca
sue luci lo sguardo insù rivolto
a me storsero com pesci ad esca

ed io guardai il suo radioso volto
5 mentr’ella mi domandò se, severa,
sapessi chi fosse il gruppo folto

ma d’umiltà fatto fedele fiera
tacqui, cercando suo miglior consiglio
“Al ciel per amor della mortal sfera

10 dieder lustro credendo palma, tiglio.
A grazia che ti fanno, grazia hanno
quindi t’accerchiano come lor figlio.

Ma vai da chi ti vuol con più affanno.”
Quindi m’additò una ch’ei1 mirava
15 arsa d’amor profano per inganno.

Scorgendomi, tanto serena stava
che domandar suo stato parea vano
così il pria di quel solo spiegava:

“Al monte ancor poi che fu lontano,
20 quando fatal morbo via mi portava
dalla città un dì di Massimiano.”

Ma lei, dolce, quel che più m’affamava
spinse e domandai mosso d’ardore
“Qual son tuoi allori, anima brava?”

25 “Lauro sul capo nelle brevi ore
fu” poi riprese mio sguardo fino
“Non tutte penne guardano al fiore

molte al monte, lo sai pellegrino
o giù nel fosso, ov’anch’io sarei
30 se non mostrommi diva il cammino.

Or pensano alta gli uomini rei
l’opra mia per dolcezza di parole
quei che seguono empi tre volte sei,

ma nell’arguir delle nascoste fole
35 avrebber le menti da trovar pregio
ch’ad eternar son le stille di Sole.”

“Divina storia” dissi all’egregio
“che dopo tanto ancor non annoia.”
Poi Donna mi tolse il privilegio

40 ch’al sommo volse “come in cesoia
stelo, quando il Fattore al tristo
centro ci volge, la celeste gioia

perisce a veder il popol misto
che s’odia tanto da ingorgar l’Ade
45 ancor più che di ragione sprovvisto.

Pur al mio tempo col sangue le strade
sovente venivano inondate,
ma mai il torto ebbe tante spade.

Pur amor e gioco son mecenate
50 di lotte, pur muore chi soffre nulla
d’una sofferenza oscura. Frate,

porta il mio priego com’a fanciulla
amata, all’uomo tutto che lasci
di far di parole lame, ch’annulla

55 sacra umanità, m’ami2 e pasci.

3° Artemisia Gentileschi – Ghezzani Tommaso

Sì come fonte sgorga umile e pura,
sussistenza e vital cominciamento
d’ogni terrena forma di natura,

un’alma tal sen gìa con passo lento.
Tanta era in lei pur grazia e chïarezza 5
chè lo suo andar parea quel movimento

allor che picciol corpo da un altezza
in acqua ferma cade e circunscrive
cerchio in cerchio di un moto e nuova ampiezza.

Fummi ella dianzi e le mie luci or prive 10
d’ineffabil, lucente impedimento
fero apparir le spoglie sue più vive;

nel suo sguardo vid’io quell’ardimento
che sol Cammilla vergine mostrava
quando trionfò su cento squadre e cento. 15

Di dimandar l’intento mal celava
il volto mio ma quella: “Ascolta e taci”
e ad un tal dir non più parlar io osava.

“Nello tuo andar so ben esserti faci,
qual vivo lume fondo abisso luca, 20
le cose spiritali mai fallaci.

Or resta accorto, sì che tu conduca
in giuso fra i mortali veritate
che nel giardin mondano è una festuca.

Tanto da voi è difetto di bontate, 25
tanto da voi püote l’ignoranza,
tanto da voi è diletta la viltate,

chè con la forza bruta ed arroganza
cotesta legge, a Dio cara e sacrata,
oblïate, privata di sustanza.” 30

Qual fiamma d’alimento alimentata
maggior risplende, avvampa e in alto surge,
tal crebbe mia disianza sì toccata

e come fantolino che risurge
con ambiziosi prieghi ver la mamma, 35
suoi lumi inumidisce, bagna e turge,

io mirava Beatrice d’egual dramma.
Guardommi anch’ella d’uno sguardo tale
che in volto fecemi color di fiamma,

“Taci; ascolta se intendere ti cale” 40
parea rimproverarmi e tacqui muto.
Riprese l’altra: “Assai soffersi il male,

che per le genti se ne va taciuto,
che donna porta, a rifuggir sua imago,
che niega col silenzio speme e aïuto. 45

Uom fu per me quel ch’è peso per spago;
Mia volontà di consacrarme all’arte
ruppe, e or mi vedi in questo Cielo vago.

Ma se non mi si niega questa parte,
ed Agostino or in Inferno avanza, 50
segno è che Venere, val quanto Marte.

L’alto fattor, ci trasse da sustanza
e da un amore eguali; è gran follia
credere fra noi alcuna ria distanza.

Per ignoranza altrui ebbe doglia Pia, 55
e ancor regal Costanza e poi Piccarda,
e Susanna e pagana Lucrezìa”.

Ed io: “Perchè ad apprendere si tarda?
Tanti nomi, un sol male! E chi se’ tu?”
“Artemisïa; nata ove il Tarpeo guarda.” 60

ed alla prima non rispose più.

Chi fosse interessato ai testi integrali, con parafrasi e commento degli autori, può richiedermeli privatamente.

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~ di debenedittismatteo su 1 marzo 2015.

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