VINCITORE APOCRIFO DANTESCO PARADISIACO 2015, III EDIZIONE

Apocrifo Dantesco Anacronistico: Eduardo De Filippo

Beatrice vidi pura nel disio
menar lo viso in suso in quel bagliore
che in alte rote ride d’amor pio,
allor com’in affresco il buon pittore
il velo dolce ad arte sua dispiega, 5
sì ‘l bel foco dipinse in lei ‘l candore.
Il vigor che sua lieta leva impiega
al nuovo regno, più parvemi caro
mirando ‘l sol ch’ardore agli occhi lega.
In dolce coro vive si mostraro 10
tante lumere che’l denso sorriso
facea di lor favilla amor più chiaro.
E lo splendor ch’addenso tenea ‘l viso
di speranza, d’amore e pia virtute
volse ver’ noi ‘l profondo occhio deciso; 15
tale vision ancor di qua m’incute
beata guisa del guardo ch’a nostr’uso
parea d’un fanciullino in senectute.
” O splendor che soave e santa in suso
mostri tua tanta favilla or favella 20
la cagion del fulgore ove se’ chiuso,
e dì qual fu lo nome che suggella
sì tua persona e di quel viso l’arte
che d’amor dolcemente ‘l cor flagella.”
Ancor più viva fessi per sua parte 25
l’alta lumera, e’l coro in armonia
a tal bagliore, il canto suo comparte.
E l’occhio che mirò la vista mia
in sè refulse, e’l mio saver esangue
si fè sì adorno d’ista sinfonia: 30
“Io figlio fui di padre d’altro sangue
che dell’alta sua lena a me fè ‘l dono
ed ella ancor nel lume mio non langue.
Tosto in lei ‘l denso amor mio ripono,
così in fraterno coro refulgea 35
l’arte che falsa al vero diè sì tono.
Partenope ch’amabile vedea
nel mar reflesso ogne color del cielo,
fu il nido ove l’ingegno mio ridea;
per tal cittade d’amoroso zelo 40
com’è ‘l figliolo a madre sua devoto
tutto mi diedi nel soave gelo.
Il bel giardin onde l’ardito coto
senti(:)a attento densi e tanti odori
d’ogne vivo sembiante fu a me noto, 45
intensa l’ovra mia velò li fiori
che nel vigor de le gentili penne
dal destro a l’altro fato furo ardori.
D’amor corusca il merto che pervenne
nel cor e nell’onor che mi succeda: 50
serva parola rei(:)na divenne.
Ogne splendore quivi si correda
di gloria e fama beato a sua riguardo
che di là di virtute fessi preda.
Ben tu mira letizia per cui ardo 55
e lo spirto vedrai che fiero rise,
Fui ‘l De Filippo e’l secondo Eduardo.
Quel gelo nel tacer favella mise,
come asconde potenza il dolce atto,
Partenope, il color di mille guise, 60
nel guardo mio celava suo ritratto.
(:) – dieresi

Giovanni Maria De Giorgio

Commento Eduardo De Filippo

Eduardo De Filippo è stato una delle personalità più illustri e impegnate del teatro italiano del XX secolo oltre ad essere una delle più influenti figure per la città di Napoli, le sue tradizioni e i suoi costumi.
In questo apocrifo egli viene posto nel cielo di Mercurio, in cui risiedono le anime per cui l’agire benignamente durante la vita terrena è stato un mezzo per ottenere gloria.
In una cornice variegata di immagini che rimandano alla luce e allo sguardo di Eduardo, elemento più volte chiamato in causa, questo testo si pone come tributo al drammaturgo napoletano, che racconterà a Dante tutte le sfumature dell’uomo che fu in vita, dall’ammirazione per il padre al rapporto professionale con i fratelli e la viscerale relazione con l’arte teatrale, in lui caratterizzata da uno stato di costante spirito di abnegazione che lo porterà spesso e volentieri a momenti di profonda meditazione risultando dunque brusco di carattere nei rapporti interpersonali, passando per il rapporto con Napoli, che tante volte portò in scena nelle sue molteplici sfaccettature, tanto da riuscire a rendere il dialetto napoletano una lingua di primo ordine nel teatro italiano.
Nel testo è inoltre trattata un’ altra grande abilità di Eduardo: cogliere la complessità di diverse situazioni, riuscendo a metterle in scena con eleganza e mera veridicità; questa caratteristica costante in tutte le sue commedie verrà portata a compimento nelle opere letterarie che rappresentano forse il quadro generale della sua drammaturgia, la Cantata dei giorni pari e la Cantata dei giorni dispari, ovvero la distinzione fra le opere della giovinezza, composte in una condizione di felicità e spensieratezza, classificate nella e quelle della maturità, meditate in una condizione di mestizia e pessimismo.

Giovanni Maria De Giorgio

Parafrasi Apocrifo Dantesco Anacronistico
Eduardo De Filippo

vv.1-3: “Beatrice vidi… d’amor pio.”: L’Apocrifo comincia con Dante che scorge Beatrice mentre volge lo sguardo verso l’alto (menar lo viso in suso), verso la luce divina (In quel bagliore) che in tutti i cieli del Paradiso risplende di grazia (ride d’amor pio); l’animo di Beatrice è colto da una limpida e sincera bramosia (pura nel disio).
vv.4-6 “allor… candore.”: il volto di Beatrice viene paragonato ad un affresco e la luce divina ad un pittore che ne dipinge il luminoso carattere (sì ‘l bel foco dipinse in lei il candore).
• Il velo è una fase relativa alla tecnica dell’affresco in cui veniva posta l’ultima passata di pennello sulla parete.
vv.7-9 “Il vigor… lega”: Dopo questa prima scena Dante e Beatrice ascendono al cielo di Mercurio; l’ascensione risulta a Dante ancora più dolce (parvemi più caro) ammirando Beatrice colta dalla luce. Uno spettacolo che riempie di vitalità gli occhi (mirando il sol ch’ardore agli occhi lega).
vv.10-12 “In dolce coro… più chiaro “: Con armoniosa coralità si manifestano a Dante tanti lumi (In dolce coro vive si mostraro tante lumere), il cui sorriso è tanto intenso da far brillare il loro fulgore di un’intensità ancor più splendente e lieta (Che ‘l denso sorriso facea di lor favilla amor più chiaro).
vv.13-18 “E lo splendor… senectute”: Il lume di Eduardo De Filippo in particolare fra tanti, concentrando nel suo sguardo la speranza, la fede (“amore” per Dio) e la carità (pia virtute), deciso scorge Dante e Beatrice (volse ver’ noi ‘l profondo occhio deciso). [Speranza, fede e carità sono le virtù teologali e, tramite queste, secondo la dottrina cristiana si sancisce un congiungimento dell’animo umano con la Trinità, così riuscendo a vivificare le virtù cardinali: Prudenza, Temperanza, Fortezza e Giustizia]. Questa visione incute a Dante anche nel momento in cui egli da autore scrive l’opera, una sensazione di beatitudine (Tale vision ancor di qua m’incute beata guisa), trasmessa da quello sguardo, che si può descrivere secondo le capacità intellettive umane (nostr’uso) di un uomo che all’ interno del suo stato di senilità mostra una sensibilità e una fisionomia proprie della fanciullezza.
vv.19-24 ”O splendor… flagella “: Dante si rivolge ad Eduardo: “O lume che mostri caro e santo la tua lucentezza (favilla) spiega ora (or favella) il motivo per cui la tua anima è avvolta nella luce (la cagion del fulgore ove se’ chiuso), inoltre dì quale fu il nome che conferma (suggella) la persona che sei stata in vita e il pregio di quello sguardo che infonde nel cuore una continua e dolce amorevolezza (e di quel viso l’arte che d’amor dolcemente ‘l cor flagella).
vv.25-30 “Ancor più…sinfonia “: Non appena Dante gli rivolse i suoi quesiti, il lume di Eduardo si fece individualmente più splendente (Ancor più viva fessi per sua parte l’alta lumera) e gli altri lumi sempre contraddistinti da grande coralità alternano il loro canto beato all’intensa luminosità di Eduardo (e il coro in armonia a tal bagliore il canto suo comparte). Inoltre anche il suo viso, ammirato da Dante (e l’occhio che mirò la vista mia), si dissolse in questa maggiore luminosità, così la conoscenza di Dante si arricchì delle verità che De Filippo è in procinto di raccontare. (e‘l mio saver esangue si fè sì adorno d’ista sinfonia).
• Il v.30 riprende l’enjambement che nel Paradiso dantesco sussiste tra il V e Il VI canto, più precisamente al v.139 del canto V: “nel modo che ‘l seguente canto canta”, dove l’autore Dante preannuncia il monologo di Giustiniano nel canto VI.
v.31“Io figlio fui di padre d’altro sangue”: Io fui figlio di padre che ebbe figli da un’altra donna che non fosse mia madre.
* Eduardo De Filippo nacque dalla relazione extraconiugale fra il commediografo Eduardo Scarpetta e la sarta teatrale Luisa De Filippo (figlia del fratello della moglie di Scarpetta) da cui nacquero anche i fratelli di Eduardo, Peppino e Titina; Scarpetta ebbe inoltre dalla moglie legittima Rosa De Filippo altri tre figli: Domenico, Maria e Vincenzo Scarpetta (quest’ultimo avrà un ruolo fondamentale nella formazione teatrale di Eduardo).
vv.32-36 “che dell’alta… diè sì tono”: mio padre mi trasmise la sua passione [per il teatro], la quale anche nel Paradiso arde nel mio lume (ed ella ancor nel mio non langue). Con tenacia in questa (tosto in lei) ripongo tutta la mia magnanimità (il denso amor mio ripono), in questo mondo prendeva vita (refulgea) con la complicità dei miei fratelli [Peppino e Titina, per cui e con cui scrisse numerosissime commedie] l’arte che nella più mera finzione vivifica la verità [l’arte del teatro].
• la parola “coro” in questa circostanza viene utilizzata con accezione parallela a quella adottata nei v.10 e v.26, poiché come il lume di Eduardo si separerà dal coro di beati per raccontarsi a Dante allo stesso modo, a causa di un litigio fra Eduardo e il fratello Peppino nel 1944, si separerà dai fratelli, sciogliendo insieme ad essi la compagnia del Teatro Umoristico dei De Filippo (1931-1944), per formare la compagnia “Il Teatro di Eduardo” così entrando nella fase della sua maturità teatrale.
vv.37-42 “Partenope… soave gelo”: Napoli (Partenope) che assorbiva (vedea) amabile riflesso nel mare ogni carattere sia metereologico sia cromatico del cielo (nel mar reflesso ogne color del cielo), fu la città (il nido) dove le mie abilità “splendettero” in vita. A questa città con profondo spirito di sacrificio (d’amoroso zelo) dedicai tutto me stesso nel difenderla e migliorarla, com’è un figlio devoto a sua madre, in un costante e assai impegnato stato di inquietudine che causò il mio brusco carattere ma al contempo forgiò il carisma e l’incessante impegno del mio lavoro [gelo] (com’è il figliolo a madre sua devoto, tutto mi diedi nel soave gelo).
• Il termine gelo è un termine coniato da Eduardo stesso nella sua ultima intervista, durante la consegna per un premio alla carriera a Taormina nel 1984, per definire la componente che ha caratterizzato la sua vita artistica: da intendere probabilmente come una freddezza nei rapporti con i suoi colleghi, figlia dell’assai rigida professionalità delle sue abitudini teatrali, che gli ha consentito di comporre nella sua carriera più di cinquantacinque commedie e di sviluppare l’impegno civile, grazie al quale sul palcoscenico cercò di evidenziare il volto dei costumi napoletani, in tutti i suoi pregi e difetti.
vv.43-48 “Il bel giardin…ardori”: Il mondo a me circostante (Il bel giardin) di cui l’abile intelletto (onde l’ardito coto) percepì vivaci e molteplici situazioni (sentia attento densi e tanti odori) fu da me compreso in ogni sua sfaccettatura (d’ogne vivo sembiante fu a me noto),durante la carriera infatti mostrai nelle mie commedie le tematiche percepite dal mio intelletto (e dolce l’ovra mia velò li fiori), che per mezzo dei copioni che scrissi(e nel vigor de le gentili penne), fui in grado di classificarle fra quelle scritte in gioventù e in uno stato di spensieratezza, delle quali la fisionomia possiede un carattere interamente positivo [Cantata dei giorni pari] e quelle scritte durante la maturità artistica e in uno stato di consapevole pessimismo, delle quali la struttura è caratterizzata da eventi generalmente negativi [Cantata dei giorni dispari] (dal destro all’altro fato furo ardori).
• Eduardo a partire dal 1959 decise di classificare le sue opere in due cantate (intese come raccolte in cui vi fosse una conciliazione fra tono drammatico e comico) distinguibili dall’esito in cui si concretizzava la loro trama, dai temi che trattava e dal periodo in cui erano state scritte: la Cantata dei giorni pari (in napoletano favorevoli) e la Cantata dei giorni dispari (in napoletano nefasti). Passando per diverse edizioni fino a quella definitiva del 1968, per i giorni pari e del 1975, per i giorni dispari, la Cantata dei giorni pari contiene commedie in cui viene esaltato il rapporto fra il teatro e la vita mentre quella dei giorni dispari contiene commedie che in chiave pessimistica raccontano la decadenza della società italiana, in particolare quella napoletana, specie all’interno del nucleo familiare. [Cantata dei giorni pari: dalla commedia “Farmacia di turno” (1920) alla commedia “Io, l’erede” (1942). Cantata dei giorni dispari dalla commedia “Napoli milionaria” (1944) alla commedia “Gli esami non finiscono mai” (1976)].
vv.49-50 “D’amor corusca…succeda”: Risplenda (corusca) d’amore il merito che giunse (pervenne) nel cuore e nell’onore che mi succederanno [ai posteri].
v.51”parola serva reina sì divenne”: un dialetto [il napoletano] subordinato (parola serva) alla lingua italiana divenne sotto l’incessante opera di Eduardo una lingua teatrale di primo ordine (reina).Così Eduardo contrappose ferventemente il teatro dialettale al teatro di lingua demolendo ogni sorta di pregiudizio formale che fino ad allora ne impediva la divulgazione grazie al perfetto connubio tra toni comici e drammatici che ne pregiava i contenuti.
vv.52-54 “Ogne splendore…preda”: In questo cielo ogni lume si adorna (si correda) beato di gloria e fama che ottenne per proprio conto personale (a suo riguardo), infatti questi nel mondo degli uomini furono schiavi della ricerca di virtù (che di là di virtute fessi preda).
vv.55-56 “Ben tu mira… rise”: Ammira attentamente la letizia per cui ora splendo accesamente (ardo) e scoprirai l’identità del mio animo che fieramente si affermò in vita (e lo spirto vedrai che fiero rise).
v.57 “Il De Filippo fui e‘l secondo Eduardo”: Eduardo finalmente svela il suo nome a Dante. Il verbo fui in questo caso assume una sfumatura antonomastica, va contrapposto infatti all’attributo secondo. Eduardo fu il primo della “dinastia” teatrale (Scarpetta-De Filippo) per i motivi sopracitati a prendere il cognome De Filippo mentre fu il secondo Eduardo perché prima di lui vi fu il padre e commediografo Eduardo Scarpetta.
v.58 “Quel gelo nel tacer favella mise”: Quel profondo stato di inquietudine e coscienza artistica (vedi v.42) riempì (mise) i miei silenzi scenici e le mie lunghe riflessioni di un’elegante e raffinata eloquenza.
vv.59-61 “come asconde…ritratto”: Con questa similitudine che riprende la concezione aristotelica di potenza e atto si chiude l’Apocrifo. Come la potenza nasconde (asconde) momentaneamente un dolce atto, Napoli, il costume delle sue mille [aggettivo indefinito] sfaccettature, si ritrae insita nel mio sguardo.
[La città di Napoli in quest’ ultima terzina è un qualcosa che potenzialmente si prepara a divenire un qualcosa di finitamente e armoniosamente sublime all’interno del profondo sguardo del drammaturgo napoletano; questa terzina intende dire che Eduardo comprese in pieno durante la sua vita le vicende intrinseche nella realtà napoletana, in tutti i suoi continui mutamenti.]

Giovanni Maria De Giorgio

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~ di debenedittismatteo su 17 febbraio 2016.

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