VINCITORE APOCRIFO DANTESCO PURGATORIALE 2015, III EDIZIONE

APOCRIFO DANTESCO ANACRONISTICO

Salvador Dalì

Queste parole dette, Oderisi
riede a la sua schiera d’alme sante
e l’occhi miei, più in là, puntaro fisi
una petra che più di tutte quante
5 di vanità e superbia parea piena,
per ch’io dissi: “Chi se’ tu, che pesante
macigno porti su, con tanta lena?”
Rispuose quel, sanza fermar lo passo:
“Le colpe di mia vita ho sulla schiena”,
10 poi torse sé sotto ‘l gravoso sasso,
ver’ me volgendo ‘l volto penitente;
guardand’io lui, de l’alto verso il basso,
come due aculei d’istrice pungente
vidi nascer due lunghi baffi neri
15 dal naso di quel viso insofferente.
“Or se’ dunque tu quel Dante Alighieri
ch’hai tanto di questi regni trattato”
diss’el, sanza rispondermi ai preghieri;
ed io, ancor dai mustacchi ammaliato,
20 licito replicai: “Ben hai veduto
chi son pur se non mi fui presentato;
ma duolmi aver te non riconosciuto.”
Disse: “Voglio togliervi questo dolo,
ond’io racconterò del mio vissuto:
25 Figueres cara, m’ebbe per figliuolo,
ed in quell’arte in cui fui sì perverso
credetti d’essere imbattuto e solo.
Enigmi, e tele ambigue in ogne verso
nacquero dal pennello, dai miei sogni
30 e dal subconscio mio, di razion terso.
La gioia mia più grande era che ogni
mattina fossi fiero d’esser meco;
or di’, se altro di me saper bisogni.”
Ed io: “Le tue parole fanno eco
35 ne la mia mente, eppur non le comprendo
come non vede ‘l sol dinanzi, un cieco.”
“La tua perplessità io ben intendo
per cui fornirò altre informazioni,
ma che tu mi conosca non pretendo.
40 Gala, una eppur mille ispirazioni,
ne la mia vita è stata sì presente
che quando più non fu, non più emozioni
dipinse il mio pennello, ormai morente,
ma tele come un cibo assai scondito;
45 per pentimento mio fu Lui clemente.
Ma poiché vedo ‘l tuo volto stupito,
ché non hai colto il mio di me dipinto,
dirò chi fui e come son dipartito.
Salvador Domenec Felìp Giacinto
50 Dalì y Domenech, re del Surrealismo:
fui il primo, del secondo fui convinto.
Vedovo e solo, nel mio estetismo
malato abbandonai ‘l mio corpo lasso.
Qui venni a scontar il mio narcisismo.”
55 “Più non tergiversar, riprendi ‘l passo.
Chi sia non puoi capir” – disse il Dottore –
“perch’egli è nato dopo il tuo trapasso.”
Così ripresi, ancor con gran stupore,
la scalata verso le Stelle fisse
portando ancora un dubbio, dentr’al core:
60 che fosse il Surrealismo ch’ei descrisse.

PARAFRASI APOCRIFO DANTESCO

La vicenda si svolge nel Purgatorio, nella cornice dei Superbi. Dopo aver terminato il colloquio con Oderisi, Dante scorge, tra tutte quelle portate sulla schiena dai penitenti, una pietra più grande delle altre e si avvicina incuriosito ad essa.
PARAFRASI
Non appena Oderisi ebbe pronunciato queste parole, ritornò alla sua schiera di anime sante, ed io puntai lo sguardo poco più in là verso una pietra che pareva gonfia di superbia e vanità più di ogni altra, per cui dissi: “Chi sei tu che trasporti un macigno così pesante con tanta fatica?”. Quegli mi rispose, senza interrompere la marcia: “Sulla schiena porto le colpe della mia vita”. Poi si torse sotto quella roccia pesante, volgendo verso di me il volto penitente; mentre lo guardavo dall’alto al basso, vidi spuntare dal suo viso sofferente due baffi a punta come gli aculei di un istrice. Senza rispondere alle mie domande, disse: “Dunque sei tu quel famoso Dante Alighieri che hai parlato così tanto di questi regni”. Ed io, che ero ancora affascinato dai suoi baffi, risposi sollecito: “Hai riconosciuto chi sono, sebbene io non mi sia presentato; ma mi rattrista che io non abbia riconosciuto te”. Disse: “Voglio togliervi questo dolore, e dunque ti racconterò la mia vita: nacqui a Figueres, a me cara, e credetti di essere il migliore al mondo in quell’arte per cui avevo una tale passione. Con il mio pennello dipinsi quadri enigmatici e pieni di ambiguità, scaturiti dai miei sogni e dal mio pensiero libero dalla mediazione della ragione. La mia gioia più grande, fu che ogni mattina al risveglio fossi fiero di essere me stesso; ma dimmi pure se hai bisogno di sapere altro su di me”. E io dissi: “Ho perfettamente in mente le tue parole, ma anche avendole chiare in testa non riesco a comprenderle, così come un cieco non può vedere il sole pur avendolo davanti.” – “Capisco bene le tue perplessità, per cui dirò qualcos’altro su di me, ma non esigo che tu mi riconosca. Gala, un’unica donna, fonte di mille ispirazioni, è stata così presente nella mia vita, che quando morì non dipinsi più opere ricche di emozioni, ma, ormai senza voglia di vivere, realizzai soltanto quadri insipidi come cibo senza alcun condimento; Dio è stato clemente con me per il mio pentimento in seguito a ciò. Ma poiché dal tuo volto stupito deduco che non hai compreso chi io sia, dirò chi sono e come sono morto. Io sono Salvador Domenech Felìp Jacint Dalì y Domenech, e credetti d’essere il maestro indiscusso del Surrealismo. Rimasto vedovo e solo con il mio amore per il bello, ho abbandonato il mio corpo malato ed esanime, e sono venuto a pagare per la mia superbia”. “Non perdere altro tempo, rimettiti in cammino. Non puoi capire chi sia lui – disse Virgilio – perché è nato dopo la tua morte.” Così ripresi, ancora molto stupito, la mia scalata verso il cielo delle Stelle fisse, portandomi dentro ancora un dubbio: cosa fosse quel Surrealismo di cui parlasse.

Davide Colaiuda

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~ di debenedittismatteo su 17 febbraio 2016.

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