“A divenir del mondo senza gente esperto” – L’ultimo inganno di Ulisse

“A divenir del mondo senza gente esperto”
L’ultimo inganno di Ulisse

Ulisse è noto per aver ingannato molti: Achille, i troiani, Polifemo, i proci, persino Laerte e Penelope. Ha ingannato amici e nemici, sconosciuti e parenti. Ma chi è stata l’ultima vittima degli inganni di Ulisse? Ulisse stesso. L’ultima bugia, Odisseo, la tiene per se stesso.
Il racconto dantesco è l’unica fonte autorevole che ci racconti gli ultimi anni della vita del re di Itaca. La trama è nota: lascia gli affetti, esplora il Mediterraneo spinto da sete di conoscenza, supera le colonne d’Ercole convincendo i compagni riluttanti, naufraga dopo cinque mesi di navigazione oceanica in vista della montagna purgatoriale, muore, precipita nell’ottava bolgia a bruciare insieme a Diomede, ad aspettare di raccontare la sua fine a Dante e vivere per secoli nel cuore dei lettori.
Il racconto che Ulisse fa a Virgilio su richiesta del pellegrino Dante offre uno spaccato credibile della psicologia di Ulisse, e permette al lettore di seguirne i passaggi logici con una certa chiarezza.
Prima di tutto “l’ardore”. E’ questo “ardore” che spinge Ulisse a lasciare gli affetti famigliari per esperire le due parti complementari della realtà: il mondo e l’animo umano (nei suoi vizi e nelle sue virtù).
E il primo di questi due elementi viene percorso da una parte all’altra: il mondo medievale (cioè il Mediterraneo) viene visitato a lungo, per un lasso di tempo che non sappiamo quantificare ma che rende vecchi Ulisse e i suoi compagni. Odisseo – ipotizzerebbe Gozzano – passa tutta la pensione in crociera.
Poi, cinque mesi prima di morire, salpa per Gibilterra, verso il “mondo senza gente”. L’equivalente di un salto nell’iperspazio, l’equivalente dell’oltrepassare i confini dell’universo, l’equivalente di tuffarsi nella “twilight zone”. Convince la ciurma pregandoli, e l’astronave suicida salta oltre le galassie conosciute, nel buco nero che era l’Atlantico medievale.
Ed è a questo punto che Ulisse (come già Francesca prima di lui) pare non rendersi conto della bugia che si è detto da solo: com’è possibile conoscere l’animo umano (nei suoi vizi e nelle sue virtù) se si salpa per un “mondo senza gente”? Com’è possibile conoscere l’uomo lasciandosi dietro le spalle gli affetti umani? Non è possibile. E Ulisse ha bisogno di mentire a se stesso per auto-convincersi. Sacrifica la sua stessa intelligenza – il più grande dono divino, la sua identità – in nome dell’ardore che lo spinge. Finge di non sapere che non è possibile conoscere l’uomo in un mondo senza uomo.
O, almeno, non è possibile nella stessa misura con cui Ulisse ha esplorato il mondo. Se il mondo viene esplorato in lungo e in largo, per anni, tanto da sentire il bisogno di oltrepassarne i limiti; l’animo umano non viene esplorato da Odisseo con la stessa profondità, la stessa curiosità, lo stesso bisogno di oltrepassarne i limiti. Al contrario, la ricerca “spirituale” di Ulisse si contrae, si riduce alla sua sola anima, e propone ai suoi compagni di fare lo stesso (non vogliate negar l’esperienza a ciò che resta dei nostri sensi): Ulisse non è realmente interessato alla gente (ai vizi umani e alle virtù): al massimo è interessato a se stesso, concentrato sul proprio ombelico mentale (nella stessa linea dell’oscura solitudine in cui è sprofondato Lucifero, solo un cerchio più in basso).
Al contrario dell’esplorazione “geografica”, che si spinge oltre i confini, l’esplorazione dei vizi e del valore umano è egocentrica, fine a se stessa, impossibile in un “mondo senza gente”: come si può conoscere “i vizi umani ed il valore” senza “la gente”, senza “dolcezza, pietà, amore e lietezza”? Senza relazioni, non c’è nessuna virtute, nessuna canoscenza.
E l’orazione è rivolta alle orecchie sbagliate. Chi è che conosce davvero i vizi e le virtù umane, se non Dio? Dante riesce dove Ulisse fallisce perchè si lascia guidare da Dio. Ulisse propone lui stesso come guida dei suoi amici, sostituendosi a Dio e portandoli a rovina insieme a lui, consigliando fraudolentemente se stesso e loro.
Forse in questa orazione sbagliata fra amici che cercano insieme la strada per la conoscenza possiamo ipotizzare l’eco di certi dialoghi fra Dante e un suo caro amico, Guido Cavalcanti. Sono due le spie che ci portano a pensare questo: intanto “virtute” e “canoscenza” sono due parole presenti nelle rime di uno dei più noti sonetti di Guido Cavalcanti (Chi è questa che ven), che Dante non poteva ignorare. Inoltre il padre di Guido, Cavalcante, che Dante incontra due cerchi più su, la pensa esattamente come Ulisse: concepisce la possibilità di esplorazione dell’animo umano solo in relazione al merito, all’altezza di ingegno (e non all’intercessione gratuita del Paradiso), e infatti si chiede come mai il figlio Guido non sia insieme a Dante in questo viaggio di conoscenza. L’epicureismo dei due Cavalcanti si estende anche alla hybris di Ulisse.
Al contrario di Dante, che viaggia in compagnia (le ali che porta l’alìgero Alighieri non sono le stesse del folle volo), l’autocefalo Ulisse (come Cavalcante e come – forse – Guido) si mente da solo, scindendo il “penso” dal “sono”, o, meglio, dal “siamo”. La conoscenza è impossibile senza la relazione. Alla luce di ciò la condanna a stare in fiamma con il silenzioso Diomede acquista l’ambiguo senso di “contrappasso per contrasto”: l’eroe solitario e indipendente costretto a vagare per la bolgia in eterna compagnia dei due che ha ingannato per ultimi.

P.S. Sempre che Ulisse non abbia mentito a Dante, raccontando una storia confezionata su misura per il pellegrino non-morto, sapendo intercettare alla perfezione il suo sentimento, offrendo a Dante uno specchio nel quale riflettere il suo viaggio, e convincersene (“ecco, guarda cosa ti sarebbe successo se Virgilio non fosse venuto a guidarti nella selva oscura; ecco, guarda cosa ti sarebbe successo se Maria, Lucia e Beatrice non avessero avuto pietà di te”). Addirittura, la menzogna di Ulisse potrebbe, impossibilmente, configurarsi come gesto di magnanimità nei confronti di Dante, di conforto in negativo per il suo viaggio: “tu non stai facendo come ho fatto io: bravo”. Una bugia bianca che, però, non è esente da un guadagno per l’eroe dell’ottava bolgia: Dante ci guadagna il placet del Re-di-tempeste, ma Ulisse ci guadagna fama millenaria (l’unico bene desiderato dai dannati).
Ulisse ha mentito anche a noi, raccontandoci questa storia per impietosirci, per lasciarci una buona immagine di sè, come magnanimo sapiente senza grazia, come cinica canaglia senza limiti, come precursore della scienza moderna. (Se così fosse, non sarebbe l’unico dannato a perseverare nel suo peccato: Francesca dannatamente innamorata, l’Argenti rissoso, Cavalcante senza fede, Capaneo bestemmiatore, il Navarrese truffaldino, Ugolino pasteggiante…)
Ulisse potrebbe averci mentito, inventando per noi “ardore”, “orazion”, “folle volo”: l’ultima bugia per nascondere una vecchiaia, in realtà, non degna di essere ricordata.
Ed avrebbe ingannato anche noi.

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~ di debenedittismatteo su 28 novembre 2016.

4 Risposte to ““A divenir del mondo senza gente esperto” – L’ultimo inganno di Ulisse”

  1. Interessante come spunto; forse per ignoranza, non ho mai considerato prima il valore “negativo” dell’ultimo viaggio di Ulisse in maniera così approfondita. Nel leggere il post, mi è venuto spontaneo un altro accostamento, apparentemente del tutto slegato: quello con l’ultimo viaggio di Frodo nel Signore degli Anelli. Un’altra cosa…ma forse solo in apparenza(?). Un viaggio che dovrebbe essere un “premio”, il raggiungimento di una terra fatta per l’immortalità, eppure senza ritorno. Un viaggio che recide completamente i legami affettivi, il contatto col mondo che Frodo conosce. Quasiuna condanna, più che un premio. Quasi come a dire che chi per destino o per ventura si è trovato a contatto con un potere di origine divina, chi ha compiuto un viaggio oltre i confini del mondo proibito, è destinato a non poter più vivere in pace con i suoi simili. Forse è quello che è capitato anche a Ulisse? Forse è quello che capita a tutti i Prometeo che segnano il corso della storia? Chi troppo vuole, chi osa staccarsi dal mondo mortale per avere qualcosa di più, è destinato a perdersi per mai più fare ritorno(?).

    • Caro Lorenzo,
      grazie mille del tuo interessante commento, che mi suscita la seguente riflessione.

      Prendiamo in considerazione gli ultimi due viaggi che compiono Ulisse e Frodo.
      Il penultimo viaggio di Ulisse parte da Itaca e si conclude nella baia del Purgatorio; l’ultimo viaggio, quello fatale, parte dalla baia del Purgatorio e ha come meta (definitiva) le malebolge.
      Il penultimo viaggio di Frodo parte dalla Contea e si conclude a Barad-dûr; l’ultimo viaggio, quello fatale, parte dai Porti Grigi e ha come meta (definitiva) Valinor.

      Mi pare che entrambi i viaggi siano in qualche modo contrari e speculari.
      Partiamo dal penultimo (che nel caso di Frodo è anche il primo).
      In primo luogo analizziamo la motivazione dei due viaggi, che mi sembra antitetica.
      A questo viaggio Frodo è “chiamato” (da Gandalf e dal Concilio di Elrond), mentre Ulisse è “spinto” (dall’ardore). E’ vero che entrambi superano i confini del mondo (le colonne d’Ercole in un caso, il Cancello Nero nell’altro), ma la differenza è grande, totale. Ulisse viaggia perchè lo sceglie, Frodo viaggia perchè altri lo hanno scelto. Del resto, Ulisse è un eroe, mentre Frodo no.
      E’ vero, come dicevi, che entrambi sono a contatto con la divinità, ma in modo radicalmente diverso: Frodo conosce il potere divino con cui è in contatto, e sa che è un potere oscuro, tentatore. Ulisse, invece, ignora dove sta andando, non conosce Dio e non lo riconosce quando lo incontra. Inoltre, il Dio incontrato da Ulisse è un Dio di giustizia e sapienza che – oggettivamente – dice: “senza di me non si va da nessuna parte” (ed è vero). L’Anello dice esattamente il contrario: “vieni con me, e andremo dappertutto” (ma non è vero).
      Durante il viaggio, poi, è Ulisse a spronare i compagni, mentre spesso è Sam che deve spronare Frodo. L’eroe Ulisse convince i compagni, l’hobbit Frodo si lascia convincere da Sam (e a volte da Gollum).
      Poi analizziamo la meta: la meta di Ulisse è la conoscenza, mentre la meta di Frodo è la distruzione dell’oggetto più potente (e più sapiente) del mondo. Ulisse, se fosse vissuto nella Terra di Mezzo, avrebbe cercato l’Anello; Frodo, invece, deve distruggerlo.
      Anche le aspettative sono antitetiche: Ulisse spera, dopo la sua missione, di avere virtù e canoscenza; Frodo sa che, dopo la sua missione, non ci sarà altro che la morte.
      E, colpo di scena, entrambe le aspettative vengono drammaticamente invertite: Ulisse morirà, e Frodo si salverà, trovando virtù e conoscenza.

      Passiamo ora all’ultimo viaggio, quello al quale, Lorenzo, ti riferivi.
      Anche in questo caso i viaggi sono speculari e in certo senso complementari.
      Ulisse parte dalla baia del Purgatorio per finire nelle Malebolge; Frodo parte dai Porti Grigi per giungere a Valinor.
      Se è vero, come dicevi, che entrambi si staccano dal mondo mortale, le differenze sono molte. Ulisse finisce all’inferno portando con sè i suoi amici (Diomede, in particolare); mentre Frodo viene portato dai suoi amici (Bilbo, Gandalf, Galadriel, successivamente Sam) in paradiso.

      Credo quindi che il paragone sia molto interessante e porti a concludere che, a partire da alcune somiglianze, l’esperienza che fanno Ulisse e Frodo sono diamentralmente opposte, sia nel punto di partenza, che nel viaggio, che nell’arrivo.

      Grazie mille per lo spunto, a presto!

  2. Buonasera, Matteo,
    la mia più che una riflessione era una “suggestione” nata in modo istintivo, nulla a che vedere con le tue considerazioni, molto più profonde e precise. Sì, hai ragione, i due viaggi sono in antitesi e se si assomigliano è per complementarietà, o contrapposizione. E’ come se uno partisse da 100 per arrivare a 0 e l’altro al contrario partisse da 0 per arrivare a 100. Ma c’è un punto di contatto, da qualche parte, probabilmente a metà, o almeno così la matematica vorrebbe (dipende però dalla tipologia di funzioni considerate, ovvero dalle mille variabili che vanno a differenziare i due racconti). Le differenze, come dicevi tu, sono davvero tante, ma il punto di incontro è sempre il rapporto col divino, che è la causa sottesa a entrambi i viaggi (non gli ultimi, ma quelli che danno corpo alla parte centrale della narrazione). Davvero Ulisse è l’eroe, novello Prometeo, che in qualche modo sfida gli dei e ne acceca i figli, mentre Frodo è antieroe per eccellenza, tanto da non riuscire a compiere autonomamente il passo più importante della sua missione, ovvero la distruzione dell’Anello. Ed è curioso, a mio avviso, come la condanna di Ulisse avvenga proprio in tempo cristiano, da parte di un autore cristiano quale Dante. Curioso ma non inatteso. Analogamente, Frodo è il frutto della concezione antieroica di un altro grande autore cristiano. Con le loro differenze spinte all’antitesi, mi pare che il finale della vita di Ulisse raccontato da Dante e le gesta di Frodo portino entrambe all’esaltazione dell’antieroe e alla condanna dell’eroe del mondo classico. Sfidare gli dei comporta la caduta, come quella di Prometeo, come quella che Dante prevede per Ulisse, collocato appena sopra a Lucifero. Si potrebbe obiettare che anche Frodo stia sfidando una divinità (Sauron), ma si tratta di un semi-dio, discepolo di colui che a sua volta era stato il “discepolo” prediletto di Eru; di fatto, quindi si potrebbe forse pensare che Frodo stia sfidando il discepolo di un trasffigurato Lucifero, ovvero l’Anticristo. E’ una prospettiva che a mio avviso si può cogliere, se si tiene presente la fede propria di Tolkien. In ogni caso, Frodo è aiutato e sostenuto da altri esseri con poteri non-umani, come Gandalf, e lotta per il bene.
    Alla fine, in entrambi i testi, è l’antieroe che vince: nel SdA è Frodo, nella Divina Commedia in qualche modo è Dante, che emerge dall’Inferno in contrapposizione al dannato Ulisse, che vi rimane.
    Potrai poi dare tu una lettura più completa e circostanziata, io parlo secondo quello che penso, ma non sono assolutamente erudito in materia, non è il mio mestiere. Attendo una tua valutazione in merito.
    Resta il fatto che personalmente trovo che l’ultima partenza di Frodo non sia proprio un viaggio verso il Paradiso; se lo è, mantiene comunque un senso di ineluttabilità e di frattura. Frodo non riesce più a vivere insieme agli altri hobbit, come contaminato dall’Anello, ma va verso una terra in cui sembra destinato a essere uno straniero. Mi pare una condanna, soprattutto in relazione a Sam, al quale poi toccherà un giorno la stessa sorte e dovrà separarsi dalle persone che ama e che non potranno seguirlo. Il senso di drammatica tragicità di questa partenza mi ha sempre tolto il respiro e non sono mai riuscito a concepirla come liberatoria. Sembra quasi che Tolkien in qualche modo tentenni in quest’ultima fase del libro, vacilli, come se fosse egli stesso spaventato dall’ignoto che attende al di là del mare.
    Ecco, ti consegno i miei poveri pensieri.
    Ti auguro una buona serata.
    Lorenzo

  3. Ciao Lorenzo,
    ti ringrazio molto delle tue riflessioni e mi scuso se solo oggi posso godermi il tempo della risposta.

    Su molte cose sono d’accordo, a partire dalla più importante (forse): anche a me la partenza di Frodo per l’Ovest ha sempre dato un senso di “ineluttabilità e di frattura”, come dici, ma definirlo “condanna” mi sembra inesatto. Frodo e Sam stanno partendo per la terra beata, che, se non è il paradiso, potrebbe essere il paradiso terrestre, o un purgatorio di lusso. Quella malinconia che secondo me provava Tolkien nello scrivere quelle righe era la nostalgia che si prova per le cose belle che si lasciano, in vista delle migliori. O, semplicemente, quella sottile paura che coglie anche chi crede, spera e desidera la vita eterna (che, solo per il fatto di essere eterna, comporta un cambiamento tale che è difficile non esserne inquietati), nel momento in cui c’è da viverla. Quindi, sì, anche secondo me Tolkien, come ogni uomo (e come ogni cristiano, a partire da Gesù in croce che recita il salmo 21) davanti alla morte vacilla, titubante, come dici giustamente, davanti all’ignoto che lo attende al di là del mare.

    L’altro punto delle tue righe che ha suscitato la mia attenzione è la questione divina. Concordo su molte delle tue considerazioni: mi limito solo ad aggiungere che nè Frodo nè Ulisse sanno di avere a che fare con Dio e il suo nemico. Non sono uomini religiosi, ma solo uomini (o hobbit, ma al fine di questo discorso è lo stesso). Perchè Ulisse compie il suo ultimo viaggio per il desiderio di conoscere l’uomo, non Dio, e perchè nel Signore degli Anelli la teologia (che infatti è raccontata nel Silmarillion) è implicita, taciuta, nascosta: di Eru, dei Maiar e dei Valar veniamo a sapere, se ne abbiamo voglia, studiandoci il resto del corpus tolkeniano, ma non il Signore degli Anelli. Una delle grandezze di Tolkien è questa: rinunciare alla religiosità dei suoi personaggi, pur essendo lui religioso. Gli hobbit, gli elfi e i nani (così come gli orchi e i draghi) non sono religiosi. Non esiste una religione nella terra di mezzo (come invece a Westeros, oppure nel mondo di Dragonlance). Ugualmente Dante, uomo religioso, riesce a raccontare con grandezza le vicende di uomini pagani, come Ulisse.
    A vivere, insomma, la loro fede alla luce della vita.

    Un caro saluto

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