VINCITORE APOCRIFO PARADISIACO – De Gasperi nel cielo di Mercurio, di M. Varca

PARADISO

ALCIDE DE GASPERI NEL CIELO DI MERCURIO
 
1 Poscia che ‘l primo spirto inver la schiera
moss’ebbe a danza ‘l suo fulgido vanto,
un altro, che parea maggio lumera,
fora sen trasse, e seguitando ‘l canto:
5 “Virtutem sacrificio ex omne terra
offerant tibi Deus, sic te laudanto”.
Qual quei ch’a notte tragge de la serra
del sol fiammella umìle, sì vid’io
fulger sua face più onde più erra.
10 “Alma gentil, ch’al sommo ciel d’Idio
t’accigni” ei fe’, par che durando ‘l priego,
“se pei miei detti ‘l savio tuo disio
quiescere possa, non farolti niego”.
Ed io, ch’ardea d’alto saver nel petto
15 qual spirto ei fosse, ch’a onestà sussiego
sì dolcemente disgiugneva: “O eletto
al trïunfo etternal onde ‘l ciel ride,
scoprine tu chi se’ ch’io goda al detto”.
Cui ei soave: “I’ son quel buon Alcide
20 ch’ebbe sì caro onde tu se’ ‘l paese
com’om ch’intenda a l’opra mia s’avvide.
Nove rinovellar l’antiche offese
quando crudo oppressor li fece oltraggio
e contra ‘l suo con lo stranier contese.
25 Ma come ‘l fer prova sua tempra a saggio,
sì a l’onta sé levarono le genti
sparte su l’uno suol, d’un sol coraggio.
Quei che cercando libertà, fidenti
d’ogne parte pugnando, a Dio spiraro
30 una face qui splendono lucenti.
E ‘l sagrifizio a buon frutto menaro
adiuvandoli ‘l Ciel, quelli per questi:
sovrano ebbe a nomarsi ‘l popol chiaro.
Sciolta la greggia de’ suo’ ceppi mesti
35 me, cui simil fu prova, a guida elesse,
onde m’è tal ben, che tu mo chiedesti”.
“Or quinci” io dissi, “alfine ne concesse
a merto ‘l Ciel la disïata grazia,
che tanto reggitor l’Italia resse?”
40 E quei: “ O savia brama non mai sazia,
sì l’essere conviensi a te, se pure
tua canoscenza sazïar te strazia!
Pon freno al tuo gioir: vetuste cure,
ch’irrisolute traggonsi d’antico,
45 posar non lassan quelle genti scure.
Già eran parti a’ tempi de’ quai dico
diverse al compier quel voler simìle,
onde l’un l’altro aver non può inimico.
L’alto proposto or tiensi sì per vile
50 che niun ben regga, o ch’il faccia per frode,
come ben sa chi ven del bello ovile.
Pur ferma Italia fia a la ‘nfame lode,
che piega ‘l collo a giogo d’altro impero,
e del mal frutto in sua superbia gode!
55 Vien tempo e, a mezzo ‘l fosco, unqu’a Lui sero,
là ‘ve più chiara splende speme adduce,
onde più chiaro par lo stesso nero”.
E ‘l lume suo co’ suoi fe’ sola luce.

Commento
1 Poscia che ‘l primo spirto inver la schiera
moss’ebbe a danza ‘l suo fulgido vanto,
un altro, che parea maggio lumera,
fora sen trasse, e seguitando ‘l canto:
5 “Virtutem sacrificio ex omne terra
offerant tibi Deus, sic te laudanto”.
 
Parafrasi: Dopo che il primo spirito ebbe mosso, danzando, il suo alone di luce verso la schiera, un altro, che sembra fonte di luce ancora più splendente, ne uscì e proseguendo il canto (disse): “Ti offrano, o Dio, virtù in sacrificio da tutta la terra, così ti lodino”.
 
Il “primo spirto” cui si fa riferimento è Giustiniano, il cui intervento occupa per intero il sesto canto del Paradiso e si conclude nel settimo con un solenne inno di lode a Dio. L’episodio proposto si colloca in continuità con quest’ultimo. Giustiniano torna alla sua schiera muovendo, in una danza, l’alone di luce che lo circonda, definito “fulgido vanto” in quanto segno della sua beatitudine. Un altro spirito, che si scoprirà appartenere ad Alcide De Gasperi, esce dalla schiera proseguendo l’inno. Il contenuto del canto, tuttavia, ha un carattere differente rispetto al precedente, in quanto anticipa i temi fondamentali del suo discorso. Giustiniano rivolge a Dio una lode sublimata, sciolta da ogni rapporto con la terra e limitata all’ambito paradisiaco (“Osanna, sanctus Deus sabaòth,/ superillustrans claritate tua/ felices ignes horum malacòth!”, in traduzione “Osanna, santo Dio degli eserciti, che sovrillumini con la tua luce i beati fuochi di questi regni!”); De Gasperi concentra, invece, il suo canto sul mondo terreno e sulla virtù concreta.
 
 
7 Qual quei ch’a notte tragge de la serra
del sol fiammella umìle, sì vid’io
fulger sua face più onde più erra.
 
Parafrasi: Come colui che di notte discosta una piccola fiammella dai raggi del sole, così io vidi la sua luce splendere più chiara e per questo spandersi.
 
Lo splendore delle singole anime non è distinguibile nella schiera, che appare come un’unica luce, qui paragonata al sole, nei cui raggi si confonde il fioco bagliore di una fiammella. Quando, però, quest’ultima viene tratta in disparte rischiara la notte che, con la sua oscurità, ne esalta l’umile splendore. Il poeta può finalmente percepire appieno quella luce, fino ad ora solo vagamente intuibile (“parea maggio lumera”).  
                                                                                                                                     
 
10 “Alma gentil, ch’al sommo ciel d’Idio
t’accigni” ei fe’, par che durando ‘l priego,
“se pei miei detti ‘l savio tuo disio
quiescere possa, non farolti niego”.
 
Parafrasi: “O nobile anima, che ti accingi verso l’Empireo” disse quegli, come continuando il suo canto, “qualora attraverso le mie parole il tuo desiderio di conoscenza possa placarsi, non vi opporrò rifiuto”.
 
È il primo intervento di De Gasperi che, come Giustiniano, esorta il poeta a porgli delle domande. Dante, apostrofato come “alma gentil”, è investito di una nobiltà proveniente dalla volontà divina, che gli ha concesso di attraversare, vivo, i regni dell’Oltretomba e giungere fino al “sommo ciel d’Idio”.  La beatitudine dello spirito è sottolineata dal suo tono di voce, che pare proseguire spontaneamente la melodiosa armonia del canto.
 
 
Ed io, ch’ardea d’alto saver nel petto
15 qual spirto ei fosse, ch’a onestà sussiego
sì dolcemente disgiugneva: “O eletto
al trïunfo etternal onde ‘l ciel ride,
scoprine tu chi se’ ch’io goda al detto”.
 
Parafrasi: Ed io, che ardevo per l’alto desiderio di sapere quale spirito fosse quello, che disgiungeva così dolcemente la propria nobiltà da ogni alterigia, (dissi): “O eletto al trionfo eterno, per il quale gioisce il cielo, rivelaci chi sei, così ch’io possa godere alle tue parole”.
 
Al “savio disio”, cui accenna De Gasperi, corrisponde l’“alto saver” del poeta, da intendere come desiderio d’alta conoscenza. Dante non risulta particolarmente colpito dallo splendore del suo interlocutore, quanto piuttosto da come costui possa essere a un tempo così umile e glorioso. La richiesta ch’egli rivolge allo spirito, dunque, ha come scopo il conseguimento di una gioia (“ch’io goda”) che deriva da quello stato di beatitudine che inonda il cielo (“onde ‘l ciel ride”) , e si può attuare per mezzo della conoscenza della virtù che lo genera.
 
 
Cui ei soave: “I’ son quel buon Alcide
20 ch’ebbe sì caro onde tu se’ ‘l paese
com’om ch’intenda a l’opra mia s’avvide.
 
Parafrasi: E a ciò, egli (rispose) soave: “Io sono quel buon Alcide, che ebbe assai caro il paese da cui tu provieni, come chiunque possegga intelletto comprese  alle mie opere”.
 
Il latinismo “cui” (con funzione di nesso relativo) segna un innalzamento stilistico del testo e fornisce un’aura di sacralità al discorso del personaggio. L’oggettività cui lo sottopone la sua condizione di beato, priva la formula di auto-presentazione“I’ son quel buon Alcide” d’ogni forma di superbia, tanto più che la grandezza del suo operato può essere testimoniata da “om ch’intenda” . Il significato di quest’ultima espressione (da estendersi a tutti gli uomini) è, infatti, connesso alla tradizione aristotelica, tanto cara a Dante, che individuava nella facoltà intellettiva l’elemento che, caratterizzandone la natura, distingue l’uomo dalle altre forme di vita.
 
Nove rinovellar l’antiche offese
quando crudo oppressor li fece oltraggio
e contra ‘l suo con lo stranier contese.
25 Ma come ‘l fer prova sua tempra a saggio,
sì a l’onta sé levarono le genti
sparte su l’uno suol, d’un sol coraggio.
 
Parafrasi: “Nuove offese rinnovarono le antiche, quando un crudele oppressore oltraggiò (l’Italia), e combatté contro il proprio popolo assieme agli stranieri. Ma come il ferro dimostra la sua tempra quando viene provato, così dinnanzi a quella vergogna le genti insorsero, divise sull’unico suolo (della patria), ma unite nel coraggio”.
 
Riprendendo il discorso di Giustiniano, che aveva narrato la storia dell’impero dalla sua fondazione fino ai tempi di Dante, De Gasperi espone le vicende dell’Italia dalla Seconda Guerra Mondiale al giorno d’oggi. Gli orrori dell’oppressione nazi-fascista proseguono i tanti oltraggi commessi, nel corso dei secoli, contro l’autonomia e la sovranità degli italiani. La gravità di quest’ultima offesa è, però, accentuata dal fatto che un sistema come quello fascista, già di per sé dittatoriale, si sia avvalso del sostegno di un totalitarismo straniero, quello nazista, per compiere indicibili atrocità contro il proprio stesso popolo.  L’esasperazione dinnanzi a questa ennesima prova, rinvigorita da secoli di esperienza, ha condotto gli italiani (paragonati al ferro temprato) a insorgere organizzando una coraggiosa resistenza, che ha unito gente d’ogni provenienza geografica e politica, abbattendo idealmente la suddivisione imposta alla penisola a seguito dell’armistizio del 1943.
 
 
Quei che cercando libertà, fidenti
d’ogne parte pugnando, a Dio spiraro
30 una face qui splendono lucenti.
E ‘l sagrifizio a buon frutto menaro
adiuvandoli ‘l Ciel, quelli per questi:
sovrano ebbe a nomarsi ‘l popol chiaro.
 
Parafrasi: “Coloro che, cercando la libertà e combattendo fiduciosi da ogni parte, resero l’anima a Dio, qui splendono lucenti come un unico bagliore. E quelli che rimasero in vita, con l’aiuto del Cielo, condussero, in loro vece, a buon fine quel sacrificio: quel popolo illustre si poté chiamare sovrano”.
 
Il superamento d’ogni pregiudizio nella lotta per la libertà viene ribadito nella realtà paradisiaca, idealizzato paradigma del bene terrestre, dall’“una face” in cui splendono i caduti della resistenza. Il tema del sacrificio personale per il bene comune è, peraltro, assai caro a Dante, che ne fornisce una sacrale immagine nel personaggio di Catone Uticense (si veda Pg I, 71-74 “libertà va cercando, ch’è sì cara,/ come sa chi per lei vita rifiuta./ Tu ‘ l sai, ché non ti fu per lei amara/ in Utica la morte…”)  La misericordia divina ricompensa un tanto nobile sacrificio, sostenendo i vivi (“quelli”) nell’opera iniziata assieme ai defunti (“questi”) e consentendo, così, al  popolo italiano di chiamarsi finalmente sovrano (vd. Costituzione Italiana, art. 1). 
 
 
Sciolta la greggia de’ suo’ ceppi mesti
35 me, cui simil fu prova, a guida elesse,
onde m’è tal ben, che tu mo chiedesti”.
 
Parafrasi: “Una volta libero dalle tristi catene (dell’oppressione), il popolo elesse me, che avevo sofferto la prigionia, a sua guida, e da quel servizio proviene la mia beatitudine, tale che tu ora me ne chiedesti”.
 
La definizione di “greggia”, con cui si indica il popolo, conferisce a De Gasperi, che ne diviene guida, un ruolo sacrale assimilabile a quello del pastore. Tuttavia, in ottemperanza ai principi della democrazia, la sua responsabilità ha origine da una comune condizione: le metaforiche catene dell’oppressione del popolo, i “ceppi mesti”, hanno un corrispettivo concreto nella “simil… prova” cui il personaggio ha dovuto far fronte, ossia la sua detenzione nel periodo fascista. L’attività politica si configura, dunque, come un’opportunità per dimostrare la propria virtù in funzione del bene pubblico. Da questa scaturisce la beatitudine di De Gaperi, collocato, non a caso, tra le anime che militarono per la gloria terrena.
 
 
37 “Or quinci” io dissi, “alfine ne concesse
a merto ‘l Ciel la disïata grazia,
che tanto reggitor l’Italia resse?”
 
Parafrasi: “Ora dunque” dissi io, “ il Cielo ci ha concesso, alla fine, per questo merito la tanto agognata grazia, dacché un tale governante resse l’Italia?”.
 
La replica di Dante riecheggia tutta l’apprensione per l’instabilità politica dell’Italia che pervade le pagine della “Commedia”. Il poeta ne individuava le cause nell’incapacità degli imperatori e nell’iniquità dei suoi abitanti, ma dinnanzi alla dimostrazione di coraggio del popolo e alla virtù della sua guida, egli è naturalmente portato a credere che la situazione politica sia decisamente migliorata.
 
 
40 E quei: “ O savia brama non mai sazia,
sì l’essere conviensi a te, se pure
tua canoscenza sazïar te strazia!
Pon freno al tuo gioir: vetuste cure,
ch’irrisolute traggonsi d’antico,
45 posar non lassan quelle genti scure.
 
Parafrasi: E quegli: “O mai contenta brama di sapere, così conviene che tu sia, anche qualora soddisfare la tua conoscenza sia per te fonte di dolore! Placa la tua gioia: le antiche sofferenze, che si trascinano irrisolte dai tempi più antichi, non lasciano quella gente afflitta aver pace”.
 
L’apostrofe, indirizzata per sineddoche al poeta, ha il carattere di un’affermazione di massima. La gloria paradisiaca legittima il superamento di quei limiti imposti al sapere umano, vigorosamente affermati nel XXVI canto dell’“Inferno”. La morale è ribaltata: la conoscenza è un dovere a cui l’uomo deve adempiere, anche a costo di trarne sofferenza personale. E, in effetti, questa ricerca tronca immediatamente le speranze di Dante: la medesima endemica instabilità continua ad affliggere l’Italia. 
 
 
Già eran parti a’ tempi de’ quai dico
diverse al compier quel voler simìle,
onde l’un l’altro aver non può inimico.
L’alto proposto or tiensi sì per vile
50 che niun ben regga, o ch’il faccia per frode,
come ben sa chi ven del bello ovile.
 
Parafrasi: “Vi erano già delle parti ai tempi di cui parlo, di parere differente riguardo al compimento di quell’intento comune, che non consente ad uno di considerare l’altro proprio nemico. Quel nobile proposito si considera oggi così spregevole, che nessuno è in grado di governare bene o che lo faccia per inganno, come ben sa chi proviene dalla tua Firenze”.
 
Nell’Italia del dopoguerra il sistema bipolare democristiano-comunista era, sì, caratterizzato da una forte rivalità e da un dibattito molto acceso, ma aveva, da entrambe le parti un “voler simìle”, ossia il bene comune, in virtù del quale non può esistere inimicizia tra concittadini. A tal modello si contrappone la crisi politica attuale, in cui lo smarrimento di questo scopo principe comporta l’assenza di punti di riferimento stabili, come testimoniano le più recenti compagini governative. L’espressione “bello ovile”, con cui si indica Firenze, è ripresa da Dante, che così definisce con nostalgico affetto la patria perduta (“…vinca la crudeltà che fuor mi serra/ del bello ovile ov’io dormi’ agnello” Pd XXV, 4-5), qui utilizzata con identica commistione d’affetto e dispiacere per la città, culla delle arti.
 
 
52 Pur ferma Italia fia a la ‘nfame lode,
che piega ‘l collo a giogo d’altro impero,
e del mal frutto in sua superbia gode!
 
Parafrasi: “Tuttavia resista ferma l’Italia alla vergognosa lusinga, che si sottomette alla volontà d’un indegno impero e, nella sua superbia, gode del suo iniquo operato!”.
 
Tutto il discorso di De Gasperi, pervaso dell’ansia di libertà che animava la resistenza, sembra vanificato dalla “‘nfame lode”, l’ignobile sofistica che fa leva sugli istinti più bassi delle masse. L’esortazione a non cedere a tanta bruttura rivolta all’Italia, espande i confini della riflessione politica, che giunge a toccare le istituzioni europee, qui definite “altro impero”.  L’aggettivo, utilizzato in senso etimologico come “diverso” (da latino alter), vuole rappresentare l’alterità di questa compagine rispetto all’impero di cui parla Dante, che trae origine dall’auctoritas romana, ma si caratterizza per la stessa debolezza e gli stessi scompensi d’equilibrio (si pensi alla negligenza dei regnanti tedeschi verso il “giardin de lo ‘mperio”), che precludono all’Europa una fondamentale opportunità politico-economica. Il testo riprende l’invettiva politica della “Commedia” nel suo crescendo, con il riferimento a Firenze, all’Italia e all’impero.
 
55 Vien tempo e, a mezzo ‘l fosco, unqu’a Lui sero,
là ‘ve più chiara splende speme adduce,
onde più chiaro par lo stesso nero”.
E ‘l lume suo co’ suoi fe’ sola luce.
 
Parafrasi: “Giunge un tempo, mai troppo tardi per Lui, e reca la speranza  in mezzo alle tenebre, là dove splende più chiara, per cui pare più chiara la stessa oscurità”. E la sua luce si unì a quella delle altre anime.
 
L’ultima terzina pronunziata dallo spirito riecheggia le parole di San Paolo “ubi peccatum abundavit, superabundavit gratia” (“laddove abbondò il peccato, sovrabbonda la grazia” Rm 5, 20). Il provvidenziale intervento di Dio giunge sempre al momento più adatto, stabilito dalla sua imperscrutabile sapienza (“unqu’a Lui sero”). De Gasperi non profetizza un improvviso miglioramento delle condizioni dell’Italia, ma la rinascita della speranza, il cui smarrimento getta l’uomo in un’invalicabile senso di smarrimento e oppressione. Terminato il suo discorso, l’anima torna nella schiera da cui era uscita, unendo nuovamente la propria luce a quella degli altri beati.

Annunci

~ di debenedittismatteo su 17 febbraio 2017.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: