Isaia 25, 6-10, un’interpretazione narrativa.

Isaia 25, un’interpretazione narrativa

Il brano di cui si parla è: Isaia, capitolo 25, dal sesto versetto fino alla prima parte del decimo (Is 25, 6-10a).
Questa pericope di Isaia di solito viene interpretata secondo le categorie della visione apocalittica.

E questa corretta lettura è giustificata da molti elementi: la rivelazione (“strapperà il velo”, v. 7), la collocazione a-temporale (“in quel giorno”, v. 9), l’adunanza cosmica (“tutti i popoli”, v. 7), la collocazione spaziale (“il monte” v.6).
Questi sono elementi ricorrenti nelle visioni apocalittiche.

Altri elementi, tipici dell’apocalittica, invece mancano: manca una guida divina che accompagni l’autore, manca la divisione in periodi della storia umana, non ci sono separazioni dualistiche fra bene e male… manca infine la visione pessimistica tipica dell’apocalittica.
Si potrebbe quindi considerare una sorta di proto-apocalittica, un germe del futuro genere apocalittico.

Qui si vorrebbe proporre una lettura che, tenendo presente l’interpretazione più comune, provi ad ascoltare gli aspetti narrativi del brano.
Ci soffermeremo quindi sulla “trama” della pericope, leggendone gli “scatti” narrativi alla luce dei temi ricorrenti nel primo Isaia.

I) Situazione iniziale: il banchetto cosmico.
Dice il testo:

6Preparerà il Signore degli eserciti
per tutti i popoli, su questo monte,
un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti,
di cibi succulenti, di vini raffinati.

Salta subito all’occhio che il banchetto preparato dal Signore è un banchetto abbondante. Isaia ribadisce la generosità di Dio (che vediamo nei panni di “wedding planner”) ripetendo quattro volte la qualità squisita delle portate.
Anche la “location” della festa è eccelsa: un monte. Anzi, “questo” monte. Di quale monte si tratta? Quello sul quale si trova il profeta.
La teofania di questo Dio-masterchef avviene alla presenza del profeta. Isaia è in alto, alla stessa altezza di Dio, che si sta rivelando sotto forma di cuoco sopraffino e maitre d’alta classe.
La festa è desiderabile. Tutti vorrebbero essere invitati a questa festa!
Ma Dio ha invitato tutti?
Sì.


7Egli strapperà su questo monte
il velo che copriva la faccia di tutti i popoli
e la coltre che copriva tutte le genti.


Il Signore degli eserciti appoggia la spada, prende il mestolo e invita “tutti i popoli” a cena. Tutti sono invitati.
Tutti i popoli del mondo, quelli simpatici e quelli antipatici, gli amici e i nemici… ma non solo: anche tutte i popoli del mio cuore, le anime della mia anima, gli aspetti del mio spirito, quelli simpatici e quelli antipatici, quelli amici e quelli nemici.
Il Signore invita in pienezza. Invita tutto e tutti.
Niente di ciò che è umano gli è estraneo.

II) Svolgimento: la rivelazione cosmica.

E, una volta invitati tutti a questa grande festa Dio… si presenta. Si fa conoscere. Solleva (e distrugge) il velo. Ci toglie il salume dagli occhi. Ci toglie il cappuccio, le pastoie, i paraocchi, la maschera.
E si toglie la maschera anche Lui.
Fa conoscere a Dio l’uomo e l’uomo a Dio. Fa le presentazioni. Tutti i popoli del mondo e della mia anima (anche i nemici) vedono Dio, conoscono Dio, non sono più ciechi nè appannati.
La festa non è solo di abbondanza, ma anche di guarigione e conoscenza.
Si torna a casa sazi, sani e savi. Meglio di così!

Però.
Conoscere Dio non è così semplice. Può essere drammatico. Può essere tragico. Vedere la nostra vita senza schermi protettivi, senza maschere… potrebbe non essere così piacevole. Può portare alla vergogna, alla disperazione, alla morte.
Siamo tutti nudi a questa festa, e qualcuno potrebbe voler scappare via, correre a nascondersi.

Ecco, se così fosse, la festa diventerebbe un incubo, e il padrone di casa sarebbe un sadico che ci ha attirato in trappola.
La squisitezza del “food&beverage” era solo un’esca!
L’invito aperto a tutti era un trucco!
Che disastro!
Ho fatto proprio male a venire a questa festa!

III) Conclusione: la festa cosmica.

Ma Dio è un buon padrone di casa, non un terribile enigmista.
Per questo il profeta sottolinea subito:

8Eliminerà la morte per sempre;
il Signore Dio asciugherà le lacrime
su ogni volto;
la condizione disonorevole del suo popolo
farà scomparire da tutto il paese,

poiché il Signore ha parlato.


Perchè si dovrebbe piangere ad una festa? Perchè è una festa di conoscenza di Dio, e conoscere i popoli della propria anima significa conoscere il proprio peccato, la propria miseria: e questo fa piangere.
Per un attimo avevamo avuto paura che la festa fosse una trappola cattiva, un invito al nostro processo, al nostro plotone di esecuzione. E invece no.
Conoscere Dio e noi non fa (più) paura.
Il Signore asciuga le lacrime, fa scomparire la vergogna ed elimina la morte.

E così, tutti i popoli sono diventati il suo popolo. I popoli della mia anima si sono riuniti.
La Parola del Signore dà vita, conoscenza e salvezza.
E la parola dell’uomo risponde:

9 “Ecco il nostro Dio;
in lui abbiamo sperato perché ci salvasse;
questi è il Signore in cui abbiamo sperato;
rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza.
10Poiché la mano del Signore si poserà su questo monte”.

Il popolo della mia anima, e tutti i popoli del mondo, possono dire che l’unico vero Dio è Dio.
La mia anima ha sperato, anche i popoli nemici hanno sperato: QUESTO è il Signore in cui speravo!
(Non gli idoli: ci speravo, ma sbagliavo!)

E l’effetto è la gioia, perchè Dio resterà qua per sempre, in modo stabile: si posa su questo monte, alla nostra altezza, vicino a noi.

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~ di debenedittismatteo su 2 settembre 2017.

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