TRE REGOLE PER I MESSAGGI VOCALI

Queste righe prendono lo spunto dall’articolo I messaggi vocali sono il male assoluto

E’ un articolo ben scritto, che potrebbe essere convincente, ma che è sostanzialmente sbagliato.

O, almeno, fortemente incompleto.

Accusa i messaggi vocali di essere il male assoluto, e sostiene che i messaggi vocali sono i selfie della comunicazione, disfunzionali, ridicoli e arroganti.

Forse chi abusa dei messaggi vocali risulta essere disfunzionale, ridicolo e arrogante, ma un uso corretto di questo strumento non è “il male assoluto”, anzi.

1) Ogni comunicazione non è fatta solo di concetti, ma anche di emozioni. Il messaggio vocale riesce a rendere meglio di un testo scritto tutta la gamma emotiva che la comunicazione porta con sè. Il tono della voce, ad esempio, riesce a rendere lo stato d’animo di chi comunica, o la sua ironia – cosa impossibile tramite il testo scritto. E, quindi, il messaggio vocale riesce a dare una comunicazione più completa, che può evitare i fastidiosi fraintendimenti del testo scritto.

Quindi, nelle situazioni in cui trasmettere anche le emozioni è importante, un messaggio vocale è più chiaro e più completo di un testo scritto.

E’, quindi, più funzionale.

2) L’antenato nobile del messaggio vocale non è il “walkie talkie”, come dice l’articolo de Linkiesta, bensì la “segreteria telefonica”. Al walkie talkie manca l’aspetto fondamentale del messaggio vocale (che è invece proprio della segreteria telefonica): la registrazione.

La registrazione consente di rimandarne l’ascolto a quando si avrà tempo.

E chi manda un vocale lo sa (o dovrebbe saperlo): un vocale non può essere ascoltato sempre o subito. Chi manda un vocale deve tenere presente che verrà ascoltato dal ricevente quando sarà possibile, e per questo il buon utilizzatore di messaggi vocali sa che, magari, non verrà ascoltato immediatamente, ma quando il ricevente avrà tempo e modo di ascoltare (ad esempio, quando finisce di lavorare, perchè non in tutti i posti di lavoro è possibile mettersi ad ascoltare un vocale – dove invece sarebbe leggibile un testo scritto).

Il vocale attende pazientemente che chi riceve abbia tempo: è mite, non arrogante.

3) Il vocale richiede al ricevente di prestare più attenzione: è vero. Richiede di avere pazienza, richiede ascolto, richiede tempo. Forse è per questo che i vocali irritano chi è frenetico, chi è schiavo della fretta o dell’imperativo dei c*zzi suoi.

Ascoltare un vocale richiede altruismo, richiede concentrazione verso l’altro, richiede generosità. Altro che ridicoli, altro che “male assoluto” (definizione, questa sì, ridicola): i messaggi vocali portano con sè un significato che sfiora l’amore verso il prossimo, o, se non vogliamo esagerare, almeno alcune caratteristiche che ci rendono profondamente umani.

Come per tutti gli strumenti molto potenti, è necessario un minimo di galateo.

Il messaggio vocale non è il male assoluto, per nulla. E’ uno strumento, e come tutti gli strumenti può essere usato bene o male. In particolare gli strumenti digitali e connessi a internet.

Suggerisco TRE REGOLE per usare bene i vocali.

1) Non si usano per comunicazioni di lavoro, nei confronti dei propri dipendenti o colleghi (è una comunicazione che ha caratteristiche di intimità che non si sposano con il mondo del lavoro, ma solo col mondo degli affetti).

2) Mandarne pochi (li usa solo quando non può fare altrimenti).

3) Mandarli corti (a meno che non sia certo che un messaggio di otto minuti possa in qualche modo far piacere al ricevente).

Chi seguirà queste regole minime non risulterà nè arrogante, nè disfunzionale, nè ridicolo.

E riuscirà ad avere una comunicazione più completa.

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~ di debenedittismatteo su 17 gennaio 2018.

Una Risposta to “TRE REGOLE PER I MESSAGGI VOCALI”

  1. A me i messaggi vocali mettono un po’ di soggezione… non riesco a mandarli perché mi piace ricontrollare ciò che lascio, e se con la scrittura è semplice, con il mv no.

    Quando li ricevo ho l’istinto di dialogare, rispondere immediatamente, ma mi ritrovo inascoltata…

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