SONO FORSE IO IL CUSTODE DI HANNAH BACKER? – Un commento a Tredici, 13 reasons why

•29 maggio 2017 • Lascia un commento

Sono forse io il custode di Hannah Backer?
La recensione a “Tredici – 13 reasons why”.

[Attenzione Spoiler]

Tredici non parla di bullismo.
Nonostante sembri l’argomento principale, in realtà non lo è. E’ un tema presente, ovviamente, ma non centrale.

Basta elencare le “tredici” ragioni che danno il titolo alla serie:
1. la foto sullo scivolo fatta da Justin;
2. lo schiaffo che le dà Jessica;
3. la lista fatta da Alex;
4. la foto diffusa da Tyler;
5. le maldicenze di Courtney;
6. le molestie di Marcus;
7. il furto dei bigliettini di Zack;
8. la pubblicazione della poesia da parte di Ryan;
9. la debolezza di Justin nel difendere Jessica;
10. l’incidente di Sheri;
11. la non-dichiarazione di Clay;
12. lo stupro di Bryce;
13. l’inettitudine di Porter.

Quanti di queste tredici ragioni possono definirsi azioni di bullismo?
Vediamo la definizione di bullismo – “Forma di comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, di natura sia fisica che psicologica, oppressivo e vessatorio, ripetuto nel corso del tempo e attuato nei confronti di persone considerate dal bullo come bersagli facili e/o incapaci di difendersi”.
Stando a questa definizione, solo un paio di queste ragioni possono essere considerate tali: lo spam della foto sullo scivolo e la vendetta di Tyler nel pubblicare la foto.
Due su tredici. Solo due su tredici.
E le altre undici ragioni, se non sono bullismo in senso stretto, cosa sono?
Allora, quattro sono da derubricare a semplici *dispetti* (lo schiaffo di Jessica, la lista di Alex, le bugie di Courtney, i bigliettini di Zack, la poesia di Ryan); tre sono ben peggiori del bullisimo, e infatti sono *violenze* (in crescendo: lo schiaffo di Jessica, le molestie di Marcus e infine lo stupro di Bryce); altre quattro sono davvero *paranoie* di Hannah (…la debolezza di Justin nel difendere Jessica non sarà mica un atto di bullismo nei confronti di Hannah? …il panico di Sheri dopo l’incidente non ha nulla di oppressivo o vessatorio nei confronti di Hannah, no? …e la non dichiarazione d’amore di Clay, così come l’inettitudine di Porter… beh, saranno stati degli inetti, ma sicuramente non due bulli).
Due ragioni su tredici.
Hannah NON è vittima di bullismo: è vittima di violenza (ma soprattutto di dispetti e paranoie).

[Ciò non vuol dire che il bullismo non sia presente: il fotografo Tyler, ad esempio, è sistematicamente preso di mira da Montgomery (e anche Clay ci mette del suo). Lui è il vero bullizzato della serie tv…
Possiamo aggiungere all’elenco del bullismo quando Bryce obbliga Clay e Alex a ubriacarsi (ma anche in questo manca la ripetitività tipica delle azioni di bullismo).
Quindi l’unico vero bullizzato della serie non è Hannah, ma Tyler (e infatti sta accumulando un arsenale in casa).
Anzi, potremmo anche dire che il disprezzo di Hannah nei confronti di Tyler che le chiede di uscire sia un comportamento un po’ da bulla (lei infatti in quel momento “considera Tyler come bersaglio facile e/o incapace di difendersi”). Senza contare che, ovviamente, Hannah si comporta da bulla anche quando sceglie di diffondere le cassette (ma su questo ci torniamo dopo).]

Quindi il bullismo è un tema presente in Tredici, ma non centrale: non tutti i personaggi sono bulli o bullizzati.
C’è un altro tema che, invece, coinvolge *tutti* i personaggi, genitori e insegnanti compresi.
Ed è il tema della *responsabilità*.
La responsabilità è il vero tema di “Tredici – 13 reasons why”, che mi sembra un argomento molto più interessante del bullismo (perchè, fra l’altro, lo include).

“Sono forse io il custode di Hannah Backer?”
E’ questa la domanda che sta sotto la storia di *ogni* personaggio della serie: i suoi genitori, i suoi insegnanti, i suoi amici, lei stessa.
E la risposta è: sì.
Sì: tutti sono custodi di Hannah Backer, e Hannah glielo fa capire nel modo più drastico e sbagliato – la vendetta.
Si suicida per vendicarsi dei torti (reali e terribili, ma anche immaginari e paranoici) che ha subito. Disegna un bersaglio sulla schiena di ognuno dei protagonisti delle tredici cassette: “adesso siete esposti come me”, vuole dire la diabolica vendicativa.
E questa vendetta ha effetti devastanti, che nella prima stagione si incominciano solo ad intuire, e che, presumo, serviranno da “semi” per la seconda stagione. Effetti devastanti che portano i tredici protagonisti a fare scelte forti, nel bene come nel male: Sheri si pente e costituisce, Alex e Tyler probabilmente danno di matto, Justin abbandona Bryce (e Jessica), Jessica parla col padre (che non ha l’aria di essere molto accomodante), Clay diventa vendicativo e fugge con Skye e Tony ecc…
Con la pubblicazione delle cassette sono tutti obbligati ad essere custodi di Hannah Backer – anche se in ritardo.
Non si sono presi cura di lei in vita, sono obbligati a farlo “in morte”: tipico dei fantasmi.
Hannah Becker è diventata un fantasma.
Ha scagliato la sua maledizione sugli altri. Perchè, non dimentichiamolo: la prima a non custodirsi è Hannah stessa. Tratta male Zack, tratta male Clay, addirittura va a finire nella festa dove sa che c’è lo stupratore della sua amica (che, fra l’altro, l’ha già molestata una volta).
Hannah inizia a suicidarsi molto prima di tagliarsi le vene. Accusa gli altri di non essersi presi cura di lei perchè è lei la prima a non essersi presa cura di sè. E quando non sei tu a prenderti cura di te, come puoi pretendere che lo facciano gli altri?
Davvero se Clay ti avesse detto che ti amava non ti saresti uccisa? Non credo. Davvero se Porter ti avesse inseguito nei corridoi non ti saresti uccisa? Non credo. Non ci credo perchè Hannah ormai aveva già chiuso gli occhi: quando viene il bene non lo vede.

E infatti Hannah è presente in tutte le cassette.
Ogni cassetta è (apparentemente) dedicata agli altri, ma, forse, sono tutte dedicate a lei.

Nelle cassette elenca i tredici motivi per uccidersi: peccato che non sia convincente. I tuoi motivi non convincono.
Hai patito dispetti, bullismi e violenze terribili – ma questo non ti dà il diritto di ammazzarti, nè tantomeno di vendicarti e di accusare gli altri – divenendo, in pratica, come loro. Hannah risponde al male col male, cieca al bene. Hannah non compie ciò che è bene, perchè non vede il bene.

Non vede il bibliotecario che le ha dimostrato stima e affetto davanti alle poste; non vede i tentativi (maldestri, ok) che Porter ha fatto per aiutarla; non vede il (doppio – sia per san Valentino che in sala mensa) pentimento di Zack; sputa sulla goffa dichiarazione d’amore di Tyler; fa in modo che Clay non potesse capirla (ed amarla); la mattina del suo suicidio non ha sentito le parole “raggio di sole” e “niente di ciò che fai è stupido” dette da sua mamma dopo che, tra l’altro, le aveva perso l’affitto; non ha visto l’amicizia e la (inquietante) fedeltà di Tony. Non ha visto i mille motivi che aveva per vivere – pur nel dramma e nella sofferenza.

Ed è questa la grandezza di Tredici: entrare nella mente della depressa, della vittima che diventa carnefice, nella cattiva che sembra buona.
Tredici è diabolico (e geniale) in questo: fa sembrare giusto ciò che è sbagliato.
Ma non per me: Hannah ha sbagliato. Hannah non mi ha convinto. Tutti i motivi che aveva non erano sufficienti ad ammazzarsi.
Nè a vendicarsi.

E concludiamo con l’altro grande inganno di Hannah (forse hanno ragione i personaggi che dicono che, in fondo, mente): la presenza di Clay nelle cassette.
Di nuovo Hannah confonde il giusto con lo sbagliato.
Dice che non ci sono motivi per cui Clay sia presente nelle cassette (e allora sei anche sadica: abbiamo sofferto l’ascolto di dieci cassette per saperlo, e mi vieni a dire che Clay non c’entra?!) …ma non è vero.
Clay ha tutti i motivi per stare nelle cassette, esattamente, come gli altri. E’ colpevole come gli altri, anzi, forse è più colpevole degli altri. E non tanto perchè non è riuscito a dichiararsi ad Hannah (lei ce l’ha messa tutta per impedirglielo), ma perchè *Clay era sempre presente e non ha fatto nulla*.

Clay crede alla foto sullo scivolo e alle voci sulla facilità di Hannah (tant’è vero che si offende pure e le lancia una frecciatina);
modifica le risposte del suo Dollar Valentine, col risultato di non finire nella lista di Hannah, quindi non la invita a S. Valentino, e lei finisce nella trappola di Marcus;
non la bacia dopo l’eclisse lunare;
non firma i bigliettini col disegno del coniglio;
potrebbe invitarla ad uscire quando lei restituisce la divisa del Clermont, vedendola giù di corda, ma non lo fa, e lei finisce nella piscina di Bryce…
e sono sicuro che ci sono anche molte altre situazioni simili, in cui Clay non fa nulla contro Hannah, ma non fa niente per aiutarla.
Clay è l’inetto, compie un peccato di omissione: poteva fare e non ha fatto.

Inoltre, tornando al tema del bullismo, *l’omissione è la vera sofferenza del bullizzato*: se dopo essere stato preso in giro arriva un amico e dice “lasciali perdere, sono dei perdenti” il bullo non esiste più, è disarmato. Il vero problema delle vittime di bullismo non è la violenza del bullo, ma l’indifferenza di chi bullo non è.
Come Clay, che non fa mai nulla per Hannah. In quante delle nostre classi c’è uno studente che si alza e dice al bullo: “smettila, lascialo in pace”? In troppe poche.
Eppure, se in tutte le classi ci fosse qualcuno (come, forse, poteva essere Jeff) che si alza e dice al bullo che è uno sfigato, il bullismo sarebbe già sconfitto.
La vera sofferenza del bullizzato non è la violenza del bullo, ma l’indifferenza di chi bullo non è. Come Clay.
Quindi Clay, complice d’indifferenza, ha tutti i motivi per trovarsi nelle cassette della cieca Hannah: imparando da lei, non l’ha custodita.

Annunci

VINCITORE APOCRIFO PARADISIACO – De Gasperi nel cielo di Mercurio, di M. Varca

•17 febbraio 2017 • Lascia un commento

PARADISO

ALCIDE DE GASPERI NEL CIELO DI MERCURIO
 
1 Poscia che ‘l primo spirto inver la schiera
moss’ebbe a danza ‘l suo fulgido vanto,
un altro, che parea maggio lumera,
fora sen trasse, e seguitando ‘l canto:
5 “Virtutem sacrificio ex omne terra
offerant tibi Deus, sic te laudanto”.
Qual quei ch’a notte tragge de la serra
del sol fiammella umìle, sì vid’io
fulger sua face più onde più erra.
10 “Alma gentil, ch’al sommo ciel d’Idio
t’accigni” ei fe’, par che durando ‘l priego,
“se pei miei detti ‘l savio tuo disio
quiescere possa, non farolti niego”.
Ed io, ch’ardea d’alto saver nel petto
15 qual spirto ei fosse, ch’a onestà sussiego
sì dolcemente disgiugneva: “O eletto
al trïunfo etternal onde ‘l ciel ride,
scoprine tu chi se’ ch’io goda al detto”.
Cui ei soave: “I’ son quel buon Alcide
20 ch’ebbe sì caro onde tu se’ ‘l paese
com’om ch’intenda a l’opra mia s’avvide.
Nove rinovellar l’antiche offese
quando crudo oppressor li fece oltraggio
e contra ‘l suo con lo stranier contese.
25 Ma come ‘l fer prova sua tempra a saggio,
sì a l’onta sé levarono le genti
sparte su l’uno suol, d’un sol coraggio.
Quei che cercando libertà, fidenti
d’ogne parte pugnando, a Dio spiraro
30 una face qui splendono lucenti.
E ‘l sagrifizio a buon frutto menaro
adiuvandoli ‘l Ciel, quelli per questi:
sovrano ebbe a nomarsi ‘l popol chiaro.
Sciolta la greggia de’ suo’ ceppi mesti
35 me, cui simil fu prova, a guida elesse,
onde m’è tal ben, che tu mo chiedesti”.
“Or quinci” io dissi, “alfine ne concesse
a merto ‘l Ciel la disïata grazia,
che tanto reggitor l’Italia resse?”
40 E quei: “ O savia brama non mai sazia,
sì l’essere conviensi a te, se pure
tua canoscenza sazïar te strazia!
Pon freno al tuo gioir: vetuste cure,
ch’irrisolute traggonsi d’antico,
45 posar non lassan quelle genti scure.
Già eran parti a’ tempi de’ quai dico
diverse al compier quel voler simìle,
onde l’un l’altro aver non può inimico.
L’alto proposto or tiensi sì per vile
50 che niun ben regga, o ch’il faccia per frode,
come ben sa chi ven del bello ovile.
Pur ferma Italia fia a la ‘nfame lode,
che piega ‘l collo a giogo d’altro impero,
e del mal frutto in sua superbia gode!
55 Vien tempo e, a mezzo ‘l fosco, unqu’a Lui sero,
là ‘ve più chiara splende speme adduce,
onde più chiaro par lo stesso nero”.
E ‘l lume suo co’ suoi fe’ sola luce.

Commento
1 Poscia che ‘l primo spirto inver la schiera
moss’ebbe a danza ‘l suo fulgido vanto,
un altro, che parea maggio lumera,
fora sen trasse, e seguitando ‘l canto:
5 “Virtutem sacrificio ex omne terra
offerant tibi Deus, sic te laudanto”.
 
Parafrasi: Dopo che il primo spirito ebbe mosso, danzando, il suo alone di luce verso la schiera, un altro, che sembra fonte di luce ancora più splendente, ne uscì e proseguendo il canto (disse): “Ti offrano, o Dio, virtù in sacrificio da tutta la terra, così ti lodino”.
 
Il “primo spirto” cui si fa riferimento è Giustiniano, il cui intervento occupa per intero il sesto canto del Paradiso e si conclude nel settimo con un solenne inno di lode a Dio. L’episodio proposto si colloca in continuità con quest’ultimo. Giustiniano torna alla sua schiera muovendo, in una danza, l’alone di luce che lo circonda, definito “fulgido vanto” in quanto segno della sua beatitudine. Un altro spirito, che si scoprirà appartenere ad Alcide De Gasperi, esce dalla schiera proseguendo l’inno. Il contenuto del canto, tuttavia, ha un carattere differente rispetto al precedente, in quanto anticipa i temi fondamentali del suo discorso. Giustiniano rivolge a Dio una lode sublimata, sciolta da ogni rapporto con la terra e limitata all’ambito paradisiaco (“Osanna, sanctus Deus sabaòth,/ superillustrans claritate tua/ felices ignes horum malacòth!”, in traduzione “Osanna, santo Dio degli eserciti, che sovrillumini con la tua luce i beati fuochi di questi regni!”); De Gasperi concentra, invece, il suo canto sul mondo terreno e sulla virtù concreta.
 
 
7 Qual quei ch’a notte tragge de la serra
del sol fiammella umìle, sì vid’io
fulger sua face più onde più erra.
 
Parafrasi: Come colui che di notte discosta una piccola fiammella dai raggi del sole, così io vidi la sua luce splendere più chiara e per questo spandersi.
 
Lo splendore delle singole anime non è distinguibile nella schiera, che appare come un’unica luce, qui paragonata al sole, nei cui raggi si confonde il fioco bagliore di una fiammella. Quando, però, quest’ultima viene tratta in disparte rischiara la notte che, con la sua oscurità, ne esalta l’umile splendore. Il poeta può finalmente percepire appieno quella luce, fino ad ora solo vagamente intuibile (“parea maggio lumera”).  
                                                                                                                                     
 
10 “Alma gentil, ch’al sommo ciel d’Idio
t’accigni” ei fe’, par che durando ‘l priego,
“se pei miei detti ‘l savio tuo disio
quiescere possa, non farolti niego”.
 
Parafrasi: “O nobile anima, che ti accingi verso l’Empireo” disse quegli, come continuando il suo canto, “qualora attraverso le mie parole il tuo desiderio di conoscenza possa placarsi, non vi opporrò rifiuto”.
 
È il primo intervento di De Gasperi che, come Giustiniano, esorta il poeta a porgli delle domande. Dante, apostrofato come “alma gentil”, è investito di una nobiltà proveniente dalla volontà divina, che gli ha concesso di attraversare, vivo, i regni dell’Oltretomba e giungere fino al “sommo ciel d’Idio”.  La beatitudine dello spirito è sottolineata dal suo tono di voce, che pare proseguire spontaneamente la melodiosa armonia del canto.
 
 
Ed io, ch’ardea d’alto saver nel petto
15 qual spirto ei fosse, ch’a onestà sussiego
sì dolcemente disgiugneva: “O eletto
al trïunfo etternal onde ‘l ciel ride,
scoprine tu chi se’ ch’io goda al detto”.
 
Parafrasi: Ed io, che ardevo per l’alto desiderio di sapere quale spirito fosse quello, che disgiungeva così dolcemente la propria nobiltà da ogni alterigia, (dissi): “O eletto al trionfo eterno, per il quale gioisce il cielo, rivelaci chi sei, così ch’io possa godere alle tue parole”.
 
Al “savio disio”, cui accenna De Gasperi, corrisponde l’“alto saver” del poeta, da intendere come desiderio d’alta conoscenza. Dante non risulta particolarmente colpito dallo splendore del suo interlocutore, quanto piuttosto da come costui possa essere a un tempo così umile e glorioso. La richiesta ch’egli rivolge allo spirito, dunque, ha come scopo il conseguimento di una gioia (“ch’io goda”) che deriva da quello stato di beatitudine che inonda il cielo (“onde ‘l ciel ride”) , e si può attuare per mezzo della conoscenza della virtù che lo genera.
 
 
Cui ei soave: “I’ son quel buon Alcide
20 ch’ebbe sì caro onde tu se’ ‘l paese
com’om ch’intenda a l’opra mia s’avvide.
 
Parafrasi: E a ciò, egli (rispose) soave: “Io sono quel buon Alcide, che ebbe assai caro il paese da cui tu provieni, come chiunque possegga intelletto comprese  alle mie opere”.
 
Il latinismo “cui” (con funzione di nesso relativo) segna un innalzamento stilistico del testo e fornisce un’aura di sacralità al discorso del personaggio. L’oggettività cui lo sottopone la sua condizione di beato, priva la formula di auto-presentazione“I’ son quel buon Alcide” d’ogni forma di superbia, tanto più che la grandezza del suo operato può essere testimoniata da “om ch’intenda” . Il significato di quest’ultima espressione (da estendersi a tutti gli uomini) è, infatti, connesso alla tradizione aristotelica, tanto cara a Dante, che individuava nella facoltà intellettiva l’elemento che, caratterizzandone la natura, distingue l’uomo dalle altre forme di vita.
 
Nove rinovellar l’antiche offese
quando crudo oppressor li fece oltraggio
e contra ‘l suo con lo stranier contese.
25 Ma come ‘l fer prova sua tempra a saggio,
sì a l’onta sé levarono le genti
sparte su l’uno suol, d’un sol coraggio.
 
Parafrasi: “Nuove offese rinnovarono le antiche, quando un crudele oppressore oltraggiò (l’Italia), e combatté contro il proprio popolo assieme agli stranieri. Ma come il ferro dimostra la sua tempra quando viene provato, così dinnanzi a quella vergogna le genti insorsero, divise sull’unico suolo (della patria), ma unite nel coraggio”.
 
Riprendendo il discorso di Giustiniano, che aveva narrato la storia dell’impero dalla sua fondazione fino ai tempi di Dante, De Gasperi espone le vicende dell’Italia dalla Seconda Guerra Mondiale al giorno d’oggi. Gli orrori dell’oppressione nazi-fascista proseguono i tanti oltraggi commessi, nel corso dei secoli, contro l’autonomia e la sovranità degli italiani. La gravità di quest’ultima offesa è, però, accentuata dal fatto che un sistema come quello fascista, già di per sé dittatoriale, si sia avvalso del sostegno di un totalitarismo straniero, quello nazista, per compiere indicibili atrocità contro il proprio stesso popolo.  L’esasperazione dinnanzi a questa ennesima prova, rinvigorita da secoli di esperienza, ha condotto gli italiani (paragonati al ferro temprato) a insorgere organizzando una coraggiosa resistenza, che ha unito gente d’ogni provenienza geografica e politica, abbattendo idealmente la suddivisione imposta alla penisola a seguito dell’armistizio del 1943.
 
 
Quei che cercando libertà, fidenti
d’ogne parte pugnando, a Dio spiraro
30 una face qui splendono lucenti.
E ‘l sagrifizio a buon frutto menaro
adiuvandoli ‘l Ciel, quelli per questi:
sovrano ebbe a nomarsi ‘l popol chiaro.
 
Parafrasi: “Coloro che, cercando la libertà e combattendo fiduciosi da ogni parte, resero l’anima a Dio, qui splendono lucenti come un unico bagliore. E quelli che rimasero in vita, con l’aiuto del Cielo, condussero, in loro vece, a buon fine quel sacrificio: quel popolo illustre si poté chiamare sovrano”.
 
Il superamento d’ogni pregiudizio nella lotta per la libertà viene ribadito nella realtà paradisiaca, idealizzato paradigma del bene terrestre, dall’“una face” in cui splendono i caduti della resistenza. Il tema del sacrificio personale per il bene comune è, peraltro, assai caro a Dante, che ne fornisce una sacrale immagine nel personaggio di Catone Uticense (si veda Pg I, 71-74 “libertà va cercando, ch’è sì cara,/ come sa chi per lei vita rifiuta./ Tu ‘ l sai, ché non ti fu per lei amara/ in Utica la morte…”)  La misericordia divina ricompensa un tanto nobile sacrificio, sostenendo i vivi (“quelli”) nell’opera iniziata assieme ai defunti (“questi”) e consentendo, così, al  popolo italiano di chiamarsi finalmente sovrano (vd. Costituzione Italiana, art. 1). 
 
 
Sciolta la greggia de’ suo’ ceppi mesti
35 me, cui simil fu prova, a guida elesse,
onde m’è tal ben, che tu mo chiedesti”.
 
Parafrasi: “Una volta libero dalle tristi catene (dell’oppressione), il popolo elesse me, che avevo sofferto la prigionia, a sua guida, e da quel servizio proviene la mia beatitudine, tale che tu ora me ne chiedesti”.
 
La definizione di “greggia”, con cui si indica il popolo, conferisce a De Gasperi, che ne diviene guida, un ruolo sacrale assimilabile a quello del pastore. Tuttavia, in ottemperanza ai principi della democrazia, la sua responsabilità ha origine da una comune condizione: le metaforiche catene dell’oppressione del popolo, i “ceppi mesti”, hanno un corrispettivo concreto nella “simil… prova” cui il personaggio ha dovuto far fronte, ossia la sua detenzione nel periodo fascista. L’attività politica si configura, dunque, come un’opportunità per dimostrare la propria virtù in funzione del bene pubblico. Da questa scaturisce la beatitudine di De Gaperi, collocato, non a caso, tra le anime che militarono per la gloria terrena.
 
 
37 “Or quinci” io dissi, “alfine ne concesse
a merto ‘l Ciel la disïata grazia,
che tanto reggitor l’Italia resse?”
 
Parafrasi: “Ora dunque” dissi io, “ il Cielo ci ha concesso, alla fine, per questo merito la tanto agognata grazia, dacché un tale governante resse l’Italia?”.
 
La replica di Dante riecheggia tutta l’apprensione per l’instabilità politica dell’Italia che pervade le pagine della “Commedia”. Il poeta ne individuava le cause nell’incapacità degli imperatori e nell’iniquità dei suoi abitanti, ma dinnanzi alla dimostrazione di coraggio del popolo e alla virtù della sua guida, egli è naturalmente portato a credere che la situazione politica sia decisamente migliorata.
 
 
40 E quei: “ O savia brama non mai sazia,
sì l’essere conviensi a te, se pure
tua canoscenza sazïar te strazia!
Pon freno al tuo gioir: vetuste cure,
ch’irrisolute traggonsi d’antico,
45 posar non lassan quelle genti scure.
 
Parafrasi: E quegli: “O mai contenta brama di sapere, così conviene che tu sia, anche qualora soddisfare la tua conoscenza sia per te fonte di dolore! Placa la tua gioia: le antiche sofferenze, che si trascinano irrisolte dai tempi più antichi, non lasciano quella gente afflitta aver pace”.
 
L’apostrofe, indirizzata per sineddoche al poeta, ha il carattere di un’affermazione di massima. La gloria paradisiaca legittima il superamento di quei limiti imposti al sapere umano, vigorosamente affermati nel XXVI canto dell’“Inferno”. La morale è ribaltata: la conoscenza è un dovere a cui l’uomo deve adempiere, anche a costo di trarne sofferenza personale. E, in effetti, questa ricerca tronca immediatamente le speranze di Dante: la medesima endemica instabilità continua ad affliggere l’Italia. 
 
 
Già eran parti a’ tempi de’ quai dico
diverse al compier quel voler simìle,
onde l’un l’altro aver non può inimico.
L’alto proposto or tiensi sì per vile
50 che niun ben regga, o ch’il faccia per frode,
come ben sa chi ven del bello ovile.
 
Parafrasi: “Vi erano già delle parti ai tempi di cui parlo, di parere differente riguardo al compimento di quell’intento comune, che non consente ad uno di considerare l’altro proprio nemico. Quel nobile proposito si considera oggi così spregevole, che nessuno è in grado di governare bene o che lo faccia per inganno, come ben sa chi proviene dalla tua Firenze”.
 
Nell’Italia del dopoguerra il sistema bipolare democristiano-comunista era, sì, caratterizzato da una forte rivalità e da un dibattito molto acceso, ma aveva, da entrambe le parti un “voler simìle”, ossia il bene comune, in virtù del quale non può esistere inimicizia tra concittadini. A tal modello si contrappone la crisi politica attuale, in cui lo smarrimento di questo scopo principe comporta l’assenza di punti di riferimento stabili, come testimoniano le più recenti compagini governative. L’espressione “bello ovile”, con cui si indica Firenze, è ripresa da Dante, che così definisce con nostalgico affetto la patria perduta (“…vinca la crudeltà che fuor mi serra/ del bello ovile ov’io dormi’ agnello” Pd XXV, 4-5), qui utilizzata con identica commistione d’affetto e dispiacere per la città, culla delle arti.
 
 
52 Pur ferma Italia fia a la ‘nfame lode,
che piega ‘l collo a giogo d’altro impero,
e del mal frutto in sua superbia gode!
 
Parafrasi: “Tuttavia resista ferma l’Italia alla vergognosa lusinga, che si sottomette alla volontà d’un indegno impero e, nella sua superbia, gode del suo iniquo operato!”.
 
Tutto il discorso di De Gasperi, pervaso dell’ansia di libertà che animava la resistenza, sembra vanificato dalla “‘nfame lode”, l’ignobile sofistica che fa leva sugli istinti più bassi delle masse. L’esortazione a non cedere a tanta bruttura rivolta all’Italia, espande i confini della riflessione politica, che giunge a toccare le istituzioni europee, qui definite “altro impero”.  L’aggettivo, utilizzato in senso etimologico come “diverso” (da latino alter), vuole rappresentare l’alterità di questa compagine rispetto all’impero di cui parla Dante, che trae origine dall’auctoritas romana, ma si caratterizza per la stessa debolezza e gli stessi scompensi d’equilibrio (si pensi alla negligenza dei regnanti tedeschi verso il “giardin de lo ‘mperio”), che precludono all’Europa una fondamentale opportunità politico-economica. Il testo riprende l’invettiva politica della “Commedia” nel suo crescendo, con il riferimento a Firenze, all’Italia e all’impero.
 
55 Vien tempo e, a mezzo ‘l fosco, unqu’a Lui sero,
là ‘ve più chiara splende speme adduce,
onde più chiaro par lo stesso nero”.
E ‘l lume suo co’ suoi fe’ sola luce.
 
Parafrasi: “Giunge un tempo, mai troppo tardi per Lui, e reca la speranza  in mezzo alle tenebre, là dove splende più chiara, per cui pare più chiara la stessa oscurità”. E la sua luce si unì a quella delle altre anime.
 
L’ultima terzina pronunziata dallo spirito riecheggia le parole di San Paolo “ubi peccatum abundavit, superabundavit gratia” (“laddove abbondò il peccato, sovrabbonda la grazia” Rm 5, 20). Il provvidenziale intervento di Dio giunge sempre al momento più adatto, stabilito dalla sua imperscrutabile sapienza (“unqu’a Lui sero”). De Gasperi non profetizza un improvviso miglioramento delle condizioni dell’Italia, ma la rinascita della speranza, il cui smarrimento getta l’uomo in un’invalicabile senso di smarrimento e oppressione. Terminato il suo discorso, l’anima torna nella schiera da cui era uscita, unendo nuovamente la propria luce a quella degli altri beati.

VINCITORE APOCRIFO DANTESCO PURGATORIO 2016 – Foscolo nella cornice dei lussuriosi, di M. Masolo

•17 febbraio 2017 • Lascia un commento

PURGATORIO

Foscolo nella cornice dei lussuriosi

Virgilio fe’: “Tua mente or sia veloce, 1
ché cosa nova poi dovrìa referre”.
E un’ombra ver’ noi venne e prese voce:
   “O uomo che qui vieni de le terre
che morte prima veggiono, e seconda,    
u’ popoli tra loro etterne guerre
   principian, e Fortuna le asseconda,
dimmi de ‘l Ciel qual favore tu avesti,
che pur se’ qui, e porti quasi monda
   di carne veste, e vita manifesti.” 10
Rispuosi: “Vita nostra è peregrina,
ovunque Dio noi voglia, e che lo attesti
   lo Apostol de le genti, il fa dottrina;
e per Sua grazia noi siam quel che siamo:
s’io qui accresco Sua gloria divina,
   felice obbedisco a Colui ch’i’ amo
seguendo l’orme di questo mio Duce,
già per li antichi al Dio vero richiamo”.
   “Or se’ tu colui che fama  traluce
insin – rispuose – al secol mio? Credea 20
falsi tuoi canti intessuti di luce
   u’, pria ch’i’ nato fu’, fosti altro Enea.
E tu Virgilio sei.”, mirando il padre
con reverenza, “A Te, Dio, gloria sea!”
   Poi continuò: “Dal latte de mia madre,
fuggendo sino all’ultimo giaciglio
de l’Aquila bicipite le squadre,
   sapore non conobbi che d’essiglio.
Son Niccolò Ugo Foscolo, de Zante,
de’ versi tuoi ammirator, e figlio. 30
   Ne l’altro mondo considerai sante
non orazioni né offerte d’incensi
ma rime mie, e provai con cor zelante
   corrispondenza d’amorosi sensi
co’ cari estinti miei, a calde e meste
lagrime mie conforto. Ma mai spensi
   li ardori del desìo, che pur in este
fulgenti fiamme posero mio spirto,
guerrier vinto d’Amor. Or da celeste
   incendio, qual ruggea ‘n roveto irto 40
u’ Moïsé Dio vide prender loco,
acceso è lo cor mio, di lauri et mirto.
   Tu vedi me pur contento nel foco
perch’io trovai de la sete riposo
ne l’acqua de l’etterna pace, e poco
   mancò de predarmi a l’invidïoso
nemico che qui è nulla. Florïana
curò ne l’anglo rifugio penoso
   lo padre suo, devota a la fontana
ch’al mondo grazie piove, e che io appresi 50
soffrire per mia parte sovrumana
   a cui negava vita e vilipesi.
Naufrago in gran tempesta, vidi ’l porto:
a’ Sacramenti umìl le palme tesi
   e ’n pace alfine, lasso e quasi morto,
ebbi ciò che l’antica patria spera:
resurrezion in Colui ch’è risorto.”
   Qui si partì, sul volto gioia vera,
mentr’io de maraviglia costernato
lo mio pingea, ché ‘n fronte posto m’era 60
   stato qualcun ch’ancor non era nato.

Commento all’Apocrifo Dantesco
Parafrasi:
Virgilio disse: “La tua mente ora sia rapida nel comprendere, poiché poi dovrà riferire sulla terra una cosa grandiosa”. Ed uno spirito venne verso di noi e disse: “O uomo che vieni qui dall’emisfero delle terre, dove si possono vedere la morte corporale e quella spirituale in atto, e dove i popoli iniziano tra di loro guerre infinite, e la Storia (Fortuna) lascia loro fare, dimmi quale grazia divina avesti per essere qui, portando la tua veste di carne già quasi del tutto purificata, e manifestando vita”. Risposi: “La nostra vita è un pellegrinaggio, ovunque Dio ci voglia, e il fatto che lo dica anche San Paolo rende ciò dottrina della Chiesa; e per grazia di Dio noi siamo così come siamo: perciò se il mio viaggio qui nell’aldilà accresce la gloria di Dio, io obbedisco felice a Lui che amo, seguendo i passi di Virgilio, che mi fa da guida, e che indicò la vera religione già ai suoi contemporanei”. Rispose lo spirito: “Sei dunque tu colui la cui fama splende fino alla mia generazione? Credevo falsa la tua Commedia, pur se piena di bellezza e di senso, nella quali raccontasti il tuo viaggio nell’Aldilà, parallelo a quello di Enea nell’Eneide, compiuto prima che io nascessi. E tu sei Virgilio.”, disse guardando il mio maestro con reverenza, “A te, o Dio, sia gloria!”. Poi continuò: “Da quando, poppante, bevevo il latte materno, in poi, sempre fuggendo fino alla mia morte le armate dell’Impero Asburgico, non sentii alcun altro sapore se non quello dell’esilio. Sono Niccolò Ugo Foscolo, nativo di Zante, ammiratore dei tuoi versi e, come poeta, figlio della tua poetica. Nell’emisfero dei vivi considerai come sante non le preghiere o i riti cristiani, ma le mie rime, e sentii con il mio cuore impetuoso un dialogo di sentimenti di affetto con i miei cari che erano già morti, conforto alle mie lacrime calde e tristi. Ma non spensi mai l’ardore del desiderio amoroso, che ha fatto sì che il mio spirito sia qui a purgarsi, nella cornice dei lussuriosi, poiché appunto è stato vinto dalla forza dell’amore carnale. Ora, invece, il mio cuore, desideroso di gloria e di amore terreno, è acceso da una fiamma di amore divino, quale quella che bruciava il roveto ardente in cui Mosè vide che Dio dimorava. Tuttavia tu mi vedi contento in questo fuoco purgatoriale, e quindi salvato, perché trovai sollievo alla sete del mio cuore in Cristo, e mancò poco a Satana, il nemico invidioso che qui nel Purgatorio non può niente, di catturarmi. Floriana, mia figlia, curò me nel penoso rifugio trovato in Inghilterra, credente in Dio, il quale fa piovere le sue benedizioni sul mondo come una fontana e che capii da mia figlia che soffriva per l’anima a cui io negavo l’immortalità, e che in vita spregiai. Allora, come un naufrago in mare, vidi la pace per la vita che avevo vissuto tempestosamente: mi avvicinai ai Sacramenti  umile, e, infine in pace, ma stanco e alla fine della mia vita, ebbi ciò che l’Italia, mia antica patria, spera da molto tempo, ovvero una resurrezione, quale quella di Cristo, che è risorto, e sostenuta da lui”. E qui Foscolo se ne andò, con un volto pieno di gioia, mentre io dipingevo il mio di meraviglia, costernato, perché mi ero reso conto che mi era stato posto davanti qualcuno che ancora non era nato.

Note:
2. “Poi”, nell’emisfero delle terre, dei viventi, a cui Dante tornerà e testimonierà il suo viaggio.
5. Si riferisce alla morte corporale e a quella spirituale (Cantico delle Creature).
7. L’anima esprime un’attenzione particolare alla Storia e a come si svolge, e un’amarezza per la sofferenza che i suoi conflitti provocano. È per questo e per altri motivi (l’essere peccatore, poeta, esule e profondamente legato  alla propria patria) imago Dantis.
13. “Lo Apostol de le genti”, è S. Paolo. San Paolo “attesta” (v. 12) che la vita è un pellegrinaggio verso il Cielo in Fil 3, 13-14.
14. Citazione letterale da San Paolo (1Cor 15, 11).
18. Virgilio è considerato un autore protocristiano dalla cultura medioevale. Nel canto XXI del Purgatorio, è lodato dal poeta latino Stazio proprio per avergli fatto conoscere la vera religione, quella cristiana, e avergli potuto dare la salvezza eterna. In questo canto vi è un altro poeta salvato dalla Grazia operante.
19. “Che”, uso dantesco del pronome relativo, sta per “la cui”.
21. Si riferisce alla “Commedia” stessa.
22. “Fosti altro Enea”; ripercorresti il viaggio di Enea nell’aldilà (Inferno II, 32, “Io non Enea, io non Paolo sono”).  Sono ripresi entrambi i due autori di una catàbasi già citati da Dante. Nella figura del protagonista dell’Eneide è riecheggiato Virgilio (già lodato ai vv. 17-18) e dunque la classicità, amata da Foscolo.
27. Foscolo fuggì per l’Europa temendo l’arresto degli Asburgo (il cui stemma è l’aquila con due teste).
28. Foscolo apparentemente contraddice Dante, dicendo che per sua esperienza la vita è stata un esilio, pù che un pellegrinaggio. Alla fine del discorso, tuttavia, dichiara che “Naufrago in gran tempesta, vidi’l porto” (v. 53), ponendosi dunque in accordo con Dante e il suo discorso più dottrinale che esperienziale (Dante personaggio non conosce l’esilio che dovrà subire, ma Dante autore ne è conscio).
29. Foscolo si presenta. È situato nella cornice dei lussuriosi, in cui Dante sceglie di collocare tutti i grandi poeti che cantarono rime d’amore e nella cui corrente Dante si colloca. Egli è un suo continuatore nella letteratura italiana e nella trattazione di temi importanti quali l’amore e il fine ultimo dell’uomo.
30. “altro mondo” si riferisce sempre al nostro emisfero.
32. Foscolo è stato notoriamente ateo. Di una sua conversione in extremis non sappiamo nulla (si pensi al 5 maggio di Manzoni, dove è immaginata la conversione di Napoleone).
34. Citazione foscoliana (“Celeste è questa / corrispondenza d’amorosi sensi”, Carme dei Sepolcri, v. 30); essa è l’affetto tra vivi e morti, che ce li fa sentire ancora presenti con noi (“celeste”, v. 39).
36-42. Predomina qui la figura etimologica del fuoco, indice della pena di questo cerchio nonché dell’animo infiammato del poeta e del vizio della lussuria.
38-39-40. Citazione indiretta a “Alla sera”, sonetto foscoliano (“Questo spirto guerrier ch’entro mi rugge”)
40-41. Episodio biblico, il roveto ardente (Esodo 3, 2-6)
42. La pianta del mirto è simbolo di Afrodite già dalla classicità. Raffigura qui la passione d’amore, il peccato della lussuria. L’alloro è simbolo di gloria, indica il peccato della superbia.
43. “color che son contenti / nel foco”, Inferno I, vv. 118-119. Foscolo ci esplica perché è “pur” qui nel Purgatorio: è stato salvato.
46. Satana. “là onde invidia prima dipartilla”, Inferno I, v. 111
47. Figlia di Foscolo, di cui si sa molto poco; qui si immagina essere stata lei il tramite della grazia di Dio, che ha provveduto a salvare il padre. Dante immagina spesso le conclusioni di vite notevoli nella sua Commedia (per esempio, Bonconte da Montefeltro in Purgatorio V).
48. Foscolo fu costretto all’esilio in Inghilterra tra il 1816 e il 1827, anno della morte.
49. La Provvidenza divina, Dio (oppure, come in Paradiso XXXIII, 12, la Madre di Cristo).
50. Uso transitivo di “piovere”. Per esempio: “Padre e Signor, s’al popol tuo piovesti / già le dolci rugiade entro al deserto” (Tasso).
54. “ma io deluse a voi le palme tendo”,  citazione foscoliana (sonetto In morte del fratello Giovanni).
56-57. Richiamo all’Italia, patria vilipesa e amata da Foscolo come da Dante, ancora in attesa di un “risorgimento” (v.54, “umìl”, come “di quella umìle Italia fìa salute”, Inferno I, v. 106).
61. “dinanzi agli occhi mi si fu offerto”, Inferno I, 62. Dante rimane con senso di stupore per l’incontro appena fatto (“cosa nova”; v. 2); non ci spiega come sia stato possibile, ma non si può escludere in un canto successivo la sua domanda e la risposta conseguente di Virgilio.

VINCITORE APOCRIFO DANTESCO INFERNALE 2016 – Giordano Bruno nel girone degli Eretici di G. G. Aniello

•17 febbraio 2017 • Lascia un commento

INFERNO

Giordano Bruno fra gli eretici

Poi ch’ebbi il tergo a Farinata porto,                  1
che giuso era omai casso ne la cassa
donde era pria sdegnosamente sorto,
 
lo duca seguitai con fronte bassa,
qual fantolin che per sentier oscuro                  5
al genitor securo il passo lassa.
 
Ed ecco, un po’ più in là, di costa al muro
ond’era cinto l’aspro avel cocente,
vidi un sepulcro e nel suo ventre scuro
 
giacer supina un’anima dolente.                       10
Chiusi avea gli occhi e ‘l volto assai deforme,
qual per soverchia bile internamente
 
chiusa talor veggiamo l’uom che dorme
e le cimmeriche regioni varca
pugnar feroce demoniache torme.                     15
 
Stett’io com’om cui grave dubbio carca
e ‘l duca mio, che intese la favella
di mia mente, disse: “Quest’eresiarca
 
dormir non puote, ché l’ardente cella
ognor lo strazia. Ma in suo dir ti fida                 20
acciò i tuoi crucci per sua sorte svella.”
 
Quei, che sentì ‘l parlar de la mia guida,
sanza degnarne disserrar li cigli
disse con lingua più di me rapìda:
 
“Io nacqui Filippo, né altri figli                         25
Fraulissa a Giovanni Bruno diede
là ‘ve il Cicala scema coi suoi tigli.
 
Da Nola a Napoli fanciullo il piede
mossi e in tetro chiostro poi fui Giordano,
non per amor di Cristo o innata fede                   30
 
ma per li sillogismi del Vairano
che, come tu ben sai, parecchie fiate
il teologale lume fanno vano.”
 
Io, che le guance avea tutte innostrate,
dimandai: “Qual fallo, anima dannata,                 35
trasseti dal chiostro all’urne infocate?”
 
“Col fuoco ch’or m’opprime fu bruciata
la mia carne da vili inquisitori.”
rispuose, si levò con faccia irata
 
e alfin mostronne gli occhi e parve fuori              40
sua bile esacerbata. Poi riprese:
“Ma più m’arsero gli eroici furori
 
onde ‘l mio verbo la tua Chiesa offese,
per ch’essa rise al suon de la mia morte.
Sprezzai le religioni e lor pretese                         45
 
di rinserrare a la Ragion le porte.
Dio credetti uno, non in tre distinto,
e tutto assorto ne la propria corte
 
e ‘l mio pensier, oltre ogni Sfera spinto,
mondi infiniti vide e l’universo                            50
da niun confine tutt’intorno cinto.
 
Però che in questa tomba u’ son riverso
che gli omeri m’opprime e ‘l fiato toglie
e al novissimo dì m’avrà sommerso,
 
solo chiudendo gli occhi le mie doglie                   55
oblìo e, come m’hai trovato, tale
qual uomo a la manier che dormir soglie,
 
posso varcar lo spazio siderale”
Così parlò quel gran guerrier di Nola
e poi ricadde giuso col suo male,                           60

né poscia proferì altra parola.
 
PARAFRASI:
 
Dopo che ebbi dato le spalle a Farinata, che ormai era sparito (casso) giù nella cassa dalla quale prima era uscito con atteggiamento sdegnoso, seguii Virgilio (lo duca) con la testa bassa, come un bambino (fantolin) che lungo un sentiero sconosciuto (oscuro) cede il passo al padre sicuro. Ed ecco, un po’ discosto, accanto (di costa) al muro dal quale era circondato quel terribile cimitero cocente (l’aspro avel cocente), vidi un sepolcro e nel suo interno (ventre) scuro giacere supina un’anima dolente. Aveva gli occhi chiusi e il viso molto deformato (assai deforme), come talora vediamo per eccedente rabbia (soverchia bile) repressa interiormente (internamente chiusa) l’uomo che dorme e sogna (le cimmeriche regioni varca -Nell’antichità si riteneva che nella terra del mitico popolo dei Cimmeri, situato ai confini della Terra, si trovasse una grotta in cui risiedevano i Sogni-) combattere inferocito (pugnar feroce) schiere di demoni (demoniache torme). Io restai come chi è oppresso da un tremendo dubbio (com’om cui grave dubbio carca) e la mia guida, che comprese i miei pensieri (che intese la favella di mia mente), disse: “Quest’eretico non può dormire poiché il sepolcro ardente lo strazia continuamente. Ma affidati alle sue parole (Ma in suo dir ti fida), in modo che estirpi i tuoi tormentosi dubbi circa la sua sorte (acciò i tuoi crucci per sua sorte svella). Quel dannato (Quei), che udì le parole di Virgilio (de la mia guida), senza degnarsi di aprirci gli occhi (sanza degnarne disserrar li cigli), prima che potessi parlare io (con lingua più di me rapìda) disse: “Io sono nato con il nome di Filippo e Fraulissa Savolina (madre di Bruno) non partorì (diede) altri figli a Giovanni Bruno lì dove il monte Cicala digrada con i suoi tigli (là ‘ve il Cicala scema coi suoi tigli. Da fanciullo mi recai (il piede mossi) da Nola a Napoli e in un tetro chiostro presi il nome di Giordano (all’età di circa 14 anni Bruno entrò nel convento napoletano di San Domenico Maggiore), non per amore nei confronti di Cristo o per innato sentimento religioso (innata fede), ma per apprendere la filosofia da Teofilo da Vairano (l’agostiniano Teofilo da Vairano fu, a detta di Bruno stesso, il suo più grande insegnante di filosofia), la quale, come tu ben sai, parecchie volte offusca il lume della teologia (Anche Dante, dopo la morte di Beatrice nel 1290, cercò consolazione negli studi filosofici, illudendosi di poter raggiungere la verità senza l’aiuto della fede e della teologia)” Io, che avevo le guance tutte arrossite (innostrate, dal latino ostrum=ostro), domandai: “Quale peccato, anima dannata, ti ha condotto da un chiostro a queste bare infuocate?” “Col fuoco che ora mi opprime io fui arso al rogo (fu bruciata la mia carne) da vili membri della Santa Inquisizione.” rispose, si sollevò con il volto irato e finalmente ci aperse gli occhi (mostronne gli occhi) e apparve esteriormente la sua collera esasperata (sua bile esacerbata); poi riprese: “Ma maggiormente mi accesero l’animo (Ma più m’arsero) gli eroici furori (espressione con cui Bruno indica il suo appassionato sforzo verso l’infinito alla base della propria filosofia) in virtù dei quali le mie parole attaccarono la Chiesa in cui tu ti riconosci (la tua Chiesa), motivo per il quale essa gioì al clamore suscitato dalla notizia della mia morte (per ch’essa rise al suon de la mia morte). Disprezzai le religioni tradizionali e le loro pretese di ostacolare il libero sviluppo della ragione umana (lor pretese di rinserrare a la Ragion le porte). Credetti in un Dio unico, non distinto in tre persone (nel 1576 Bruno rifiutò il dogma della Santissima Trinità), e tutto immerso (assorto) nel creato (ne la propria corte) (Bruno fu sostenitore del pampsichismo, dottrina che afferma che concepisce la Terra come permeata da una “grande anima”) e il mio pensiero, spinto oltre ogni Sfera (la cosmologia medievale si fondava sull’idea di un universo finito e costituito da sfere concentriche), concepì (vide) infiniti mondi e un universo non circondato da alcun confine (da niun confine tutt’intorno cinto). Perciò (Però che) in questa tomba, che mi stringe le spalle e toglie il respiro e che nel giorno del giudizio universale mi coprirà del tutto (al novissimo dì m’avrà sommerso), solo chiudendo gli occhi dimentico i miei mali e, simile ad un uomo nella maniera in cui è solito dormire, come mi hai trovato, posso attraversare lo spazio siderale.” Così parlò quello spirito combattivo originario di Nola (quel gran guerrier di Nola) e poi ricadde giù con suoi dolori (col suo male) e non disse più nulla.
 
 
 
 
COMMENTO
 
Dante, dopo aver lasciato Farinata degli Uberti, nel girone degli eretici incontra l’anima di Giordano Bruno, caratterizzata, anche attraverso il frequente utilizzo di termini relativi al campo semantico del fuoco e del calore, da un atteggiamento fiero e combattivo, non meno di quello di Farinata stesso. Bruno fa pochi riferimenti alla propria vita e si sofferma maggiormente nel delineare le cause che lo portarono sul rogo nel 1600, difendendo orgogliosamente la propria filosofia e non mancando di attaccare anche da morto la Chiesa e la religione. La sua figura, emblematicamente, domina interamente il canto, lasciando pochissimo spazio alle parole di Dante e di Virgilio.

Perchè San Remo è San Remo?

•7 febbraio 2017 • Lascia un commento

Perchè San Remo è San Remo?
(ma anche San Romolo)

…tattarattattattà…

Il festival inizia oggi… e chisssenefrega? qualcuno dirà. Esatto, chissenefrega. Però a noi interessa chiederci chi diavolo sia il santo che dà il nome alla città, al festival, ai fiori eccetera.
Insomma, sappiamo tutto di Sanremo (tuttattaccato) ma cosa c’è di importante da sapere su San (staccato) Remo?
Ad esempio che si chiamava Romolo.
Non è uno scherzo: davvero i gemelli fondatori di Roma (allattati dalla lupa, eccetera) continuano a confondersi, anche secoli dopo la loro (presunta) esistenza.
San Romolo, quindi.

E chi diavolo era?
San Romolo da Genova un santo vescovo, vissuto nel decimo secolo dopo Cristo (cent’anni dopo Carlo Magno, e duecento prima di San Francesco, per intenderci: l’epoca in cui i longobardi invadevano la Lombardia e i pirati saraceni infestavano le coste mediterranee).
E’ nato e morto a Sanremo (che all’epoca si chiamava Villa Matutiae), ma fu vescovo di Genova.
La sua agiografia anonima ne attesta la bontà e la capacità di calmare quelli che litigavano.
Per sfuggire a longobardi e saraceni si ritirò in penitenza in una grotta vicina al suo paese natale: i liguri andavano da lui a chiedere protezione contro le invasioni (che a quanto pare funzionavano, visto che viene raffigurato con la spada in mano).
Alla sua morte Villa Matutiae cambiò nome in Civitas Sancti Romuli, che poi cambiò nome in:
San Romolo,
San Remolo,
San Remo,
Sanremo.

…tattarattarattara…

Il noto festival lo rende probabilmente il santo più nominato d’Italia (almeno in febbraio) e fa ridere pensare che, dal settimo cielo, abbia scelto un modo così originale per farsi ricordare.

Chi volesse festeggiare questo santo e generoso vescovo-eremita, può pregare con lui il 6 novembre (oppure il 13 ottobre, se siete di passaggio a Sanremo, che quel giorno è la festa del patrono).
Chi voglia organizzare un pellegrinaggio (magari nei giorni del festival) può andare a visitare l’eremo dove visse, nell’omonimo paese ai piedi del Monte Bignone, fra castagni, lecci e ginepro rosso.
Noi, da oggi, non pronunceremo più il nome di San Remo invano.

…ta-ta-ta!

IL SUGGERITORE – DONATO CARRISI – il commento e la critica (con spoiler)

•5 febbraio 2017 • Lascia un commento

Il suggeritore – trama e commento e critica

introduzione
I thriller, al contrario dei gialli, spesso hanno come protagonisti dei serial killer (che sono i veri protagonisti, al contrario degli investigatori che li cercano, come invece accade nei gialli).
Il serial killer, per come viene raccontato dai film e dai libri, è un personaggio che non riesce a coinvolgermi: non sospende la mia incredulità, quasi mai.
Ad ogni pagina/inquadratura sono lì a dire: vabbè, dai.
Perchè i serial killer sono sempre tutti uguali: pazzi e nello stesso tempo intelligentissimi, sempre un passo avanti ai poliziotti. Non so se nella realtà siano così, ma mi sembra improbabile.
Il serial killer è diverso dal criminale catturato da conan doyle o agatha christie, perchè agisce senza un movente. Se la prende con gli innocenti, seguendo un percorso perverso della sua mente, che per lui ha una logica, ma per gli altri protagonisti (e spesso per il lettore) non ce l’ha.
Il fatto che il loro piano possa avere *qualsiasi senso*, di fatto, fa sì che non ne abbia nessuno. Non agiscono per vendetta, e nemmeno per avidità, o per una qualsiasi motivazione che può spingere ad uccidere un normale assassino. Escludendo quindi i moventi propri dell’uomo, restano solo i motivi del mostro. I serial killer sono disumani, e quindi non mi interessano (capovolgendo il detto di Orazio: homo sum, et nihil humani a me alieno puto – se sono un uomo, tutto ciò che è disumano mi è alieno). (E’ strano come marziani, replicanti, negromanti, androidi, draghi e orchi abbiano spesso motivazioni molto più credibili del serial killer, che, essendo disumano, risulta particolarmente noioso.)
Sono noiosi e poco credibili, perchè il movente che li spinge è debole, abbiamo detto, ed è autoreferenziale, egoistico: ogni serial killer ha un movente “tutto suo”. E allora, se il motivo per cui uccide è “tutto suo”, a me non interessa.
Il bello è che il loro movente privatissimo e individuale (le ragazze di nome Gloria, ad esempio, oppure quelli con la erre moscia) li rende terribili (ognuno può essere la loro vittima, ed è questo brivido che cerca il lettore) ma nello stesso tempo incredibili (se il movente può essere qualunque, il movente viene inflazionato da tutti gli altri moventi possibili e impossibili, perdendo tutta la forza possibile).
Quindi, per ora, non ho trovato mai un thriller che mi abbia veramente convinto. E “Il Suggeritore” di Donato Carrisi non fa eccezione.

– ATTENZIONE SPOILER –

lo stile
Il lessico usato da Carrisi è amorfo.
Alterna parole poco usate o tecniche (dozzinale, cicalino, brecciolino) a frasi fatte (“a contatto con la natura”, “patrie galere”, “nulla sarebbe stato più come prima”). In entrambi i casi l’effetto risultante è di approssimazione.
La suspense c’è: il lettore ha desiderio di capire. Varie volte, desidera sapere cosa sta succedendo e alcuni dei colpi di scena secondari sono ben riusciti (la ragazza nel seminterrato), mentre è deludente la soluzione finale (il colpevole è, in pratica, una comparsa – e sto pensando sia a Vincent Clarisso che a Frankie).
La trama ha molti buchi di credibilità, che affronterò fra qualche riga.
L’ambientazione è interessante in quanto indefinita, e indefinita bene. Per quanto riguarda il luogo in cui si svolge è impossibile localizzare la storia, potremmo essere in Ohio come in Albania, e questo funziona. I nomi dei personaggi, efficcaci, aiutano a non trovare geolocalizzazione definita. Meno riuscito è il tempo in cui è ambientata: abbiamo iPod e mangianastri che convivono, mescolando scene ad altissima tecnologia e altre di fatiscenza.
Infine, il romanzo non è privo di sviste (un “gli” al posto di “le”, un personaggio che cambia nome da Rebecca ad Elisa) che non fanno onore all’autore, ma soprattutto alla casa editrice (Mondadori, non nuova a questa approssimazione) e all’editor che ha seguito il romanzo (che avrebbe esattamente il compito di evitare queste sviste).

le perplessità
Ricostruire la trama fa venir da ridere: il piano diabolico del serial killer è talmente diabolico da essere ridicolo, impossibile.
Proviamoci lo stesso. Di fianco ad ogni avvenimento metterò i dubbi che mi sono rimasti. Premetto che non ho letto (nè ho intenzione di leggere) l’Ipotesi del Male, il romanzo di Carrisi che si presenta come “prequel e sequel” del Suggeritore: non mi interessa se ad alcune di queste domande verrà data risposta in altre pagine, credo che ogni romanzo debba essere autosufficiente e credibile in se stesso, senza aver bisogno di stampelle postume o iniziative editoriali surrettizie.
(Se Donato Carrisi dovesse mai leggere queste righe e volesse rispondere ai miei dubbi, sarebbe mitologico.)

Prendiamo come riferimento temporale l’età di Mila, che, nel romanzo, ha 32 anni.
Partiamo da quando ne aveva due.

*Mila ha 2 anni (28 anni prima)*
Quando Mila ha due anni Billy muore gettato da una torre da Ronald, su istigazione di Frankie.
Frankie, in qualche modo, viene a sapere che Billy è stato sepolto con un mangianastri con registrata la confessione di Ronald (perchè Ronald – o padre Rolf – avrebbero dovuto registrare la confessione? e perchè sul mangianastri del morto? e come fa Frankie a saperlo? gliel’ha detto Ronald? perchè?).
Inoltre Frankie conosce Feldher, e capisce che quell’orfanotrofio è pieno di possibili serial killer (polverizzando ogni statistica).

*Mila ha 7 anni (25 anni prima)*
Frankie suggerisce a Steve di rapire Linda. Steve lo fa, e inizia a chiamarla Gloria.

*Mila ha 10 anni (22 anni prima)*
Non è facile stabilire di preciso quanti anni abbia Mila quando viene rapita da Steve: ne ha sicuramente più di nove e meno di quattordici (l’età a cui assiste all’infarto del padre). L’altra bimba (Linda) è stata rapita a nove anni, quindi ipotizziamo che Mila ne abbia dieci (circa, ma tanto è uguale).
Frankie ha suggerito a Steve di rapire anche Mila, e lui l’ha fatto, con una parrucca bionda in testa. La chiude nel seminterrato, ma gli cade e Mila si rompe un braccio.
Per qualche motivo questo rapimento fa scattare nella testa di Frankie (ipotizzando che siano due persone diverse, vedi dopo).

*Mila ha 12 anni (20 anni prima)*
Frankie incontra Rockford che cammina da solo e gli suggerisce di iniziare ad uccidere.

*…nei successivi venti anni… (in ordine sparso)*
– Frankie si siede su una poltrona mentre il pedofilo Alexander adesca le sue vittime;
– Frankie si mette a studiare la vita di Sarah, Goran e gli altri membri della squadra speciale;
– Frankie si mette a studiare la vita delle famiglie delle sue vittime, sapendo precisamente tutte le coppie che hanno avuto una sola figlia femmina in tarda età (o, in realtà, è impiegato all’anagrafe, oppure ha una fortuna pazzesca!);

*…arriviamo all’anno prima dell’indagine (Mila ha 32 anni)*
In ordine:
– maggio (circa): Feldher sequestra Yvonne e i figli in casa propria, iniziando il parassitismo;
– settembre (circa): scompare padre Rolf, e Ronald inizia a fingersi padre Timothy;
– 22 ottobre: Frankie si fa arrestare per futili motivi, sapendo (!) di essere messo in cella con un potenziale serial killer (Vincent Clarisso) e sapendo anche che Clarisso verrà rilasciato giusto in tempo per ricevere e mettere in pratica tutte le istruzioni, fra cui la creazione di lacrime artificiali che non evaporino (ha “quasi un mese per istruirlo”, e Vincent impara tutto a memoria)… come al solito, o Frankie è, in realtà, il capo dei servizi segreti, o ha una fortuna pazzesca!
– novembre (circa): Vincent Clarisso (tenendosi bene in mente tutte le istruzioni di Frankie sulle abitudini, gli alberi genealogici e le mappe catastali di sei famiglie e cinque poliziotti), esce di galera e inizia a mettere in atto il piano di Steve;
– novembre (circa): Goran cerca il nome di sua moglie su google;
– novembre (circa): la villa dei Kobashi viene completata (e quindi Feldher pone fine al parassitismo durato sei mesi, uccidendo i tre “ospiti”);
– 6 dicembre: una cimice inizia a registrare il vaniloquio di Frankie in galera. Frankie, che è fortunatissimo, sa perfettamente che viene chiamato Goran per interpretarle (e Goran le interpreta uccidendo moglie e figlio, il mese successivo).

*…arriviamo all’inizio del romanzo…*
– 6 gennaio: Vincent rapisce Sandra (47 giorni prima del 22 febbraio, quando viene scoperta la sua complicità) e inizia a ricattare via mail Sarah Rosa (che è esperta in informatica, mentre Vincent è un ex-infermiere, quindi per Sarah sarebbe possibile risalire al mittente!);
– 6 gennaio-5febbraio: avvengono i cinque rapimenti, alcuni compiuti da Sarah, altri (forse) da Vincent; in ogni caso è Vincent ad amputare le braccia sinistre;
– 5-7 febbraio: Vincent (o Sarah?) mette Debby (n°1) nel bagagliaio di Alexander, sapendo che aveva appuntamento con una “farfalla” e che non aveva messo la sicura alla portiera (anche Vincent ha una fortuna pazzesca!);
– febbraio: Ronald/Timothy mette la n° 2 nella vasca del lavatoio dell’orfanotrofio, insieme a litri e litri di lacrime artificiali che non evaporano (che gli porta Vincent, visto che il chimico è lui, direi);
– febbraio: un trasmettitore morse costruito a mano da un bimbo per la scuola continua a trasmettere da nove mesi incessantemente, e le pile funzionano ancora (forse Feldher le ha cambiate, perchè gli piaceva il ticchettio?);
– febbraio: Feldher assiste alla sepoltura di Ronald (che avviene in incognito, di notte, ma tanto Feldher, come Vincent e come Frankie, ha una fortuna pazzesca!);
– febbraio: Feldher viene ucciso senza un vero motivo dalle squadre speciali, dopo che il capo dell’operazione aveva detto di non sparare (che sfortuna pazzesca!);
– febbraio: Mila e Nicla interrogano “mediaticamente” Rockford;
– 25 febbraio: Sarah porta il cadavere della n° 5 nello Studio; Mila si fa ipnotizzare e intrappola Sarah; Goran capisce che Frankie, avendo lasciato il cadavere n°5 nello Studio, vuole indiziarlo per aver ucciso la moglie e il figlio (nonostante sia convinto che Tommy sia ancora vivo… che fortuna pazzesca!), quindi Goran manomette le prove per sviare i sospetti sull’innocente Boris, accusandolo di aver ucciso Rebecca Springher (che, per un errore di editing, viene chiamata Elisa); Vincent Clarisso, grazie alla sua fortuna pazzesca, scopre che le indagini si stanno dirigendo verso il caso Wilson Pickett e telefona alla prostituta sopravvissuta; nel frattempo Terence Mosca, con un colpo di fortuna pazzesca cattura Clarisso, che dopo aver mantenuto il sangue freddo nell’ultimo mese segando braccia e ricattando gente (ma soprattutto avendo una fortuna pazzesca), sbrocca di brutto, sparando al commissariato.
– Infine, Mila va a trovare Frankie in carcere e, lui, con una fortuna pazzesca, azzecca pure il sesso della figlia di Goran e Mila (ma qua era cinquanta e cinquanta, dai, era più facile).

Insomma, il risultato complessivo è che i serial killer presenti in questo romanzo (e ce ne sono almeno cinque) hanno tutti una fortuna pazzesca!
Non sono maghi del crimine, dell’informatica e delle tecniche di indagine con poteri telepatici e complici sparsi per ognidove! No! Hanno solo una fortuna pazzesca! Perchè solo così è possibile spiegare come faccia la trama ad andare avanti.
(I malevoli potrebbero pensare che PRIMA il buon Donato abbia avuto una serie di idee piene di suspanse – oppure di sadismo sadicissimo – condite da un’annaffiata di tecniche d’indagine più o meno avvenieristiche… e che POI abbia costruito una trama complicatissima e piena di botte di fortuna pazzesca per tenere insieme la medium, la motosega, il codice morse, il pedofilo, il maschio che in realtà è una femmina, la numero sei che in realtà è Mila, il cattivo che in realtà è buono, il buono che in realtà è cattivo… eccetera.)
E che, quindi, restano alcune domande irrisolte, anche importanti.

Domande irrisolte:
– Come mai Frankie si studia le vite dei poliziotti, quando è impossibile che sappia che Mila andrà a lavorare con loro? Il finale fa intuire che è Mila l’origine di tutti i rapimenti, e Frankie sa già che sarà lei stessa ad unirsi proprio a quella squadra per indagare su quei rapimenti! O Frankie è, in realtà, il capo della polizia, oppure ha una fortuna pazzesca!
– Come ha fatto Sarah (o Vincent) a rapire la numero 5, quella rapita in camera sua? Visto che Donato ci mette varie pagine a spiegarci come è stato possibile rapire la numero 4 dalla giostra, sarebbe stato bello altrettanto impegno a spiegarci il quinto rapimento.
– Come faceva Frankie ad essere sicuro che Feldher avrebbe interpretato la risata fra le lacrime come la morte di Billy? Gliel’ha suggerito lui?
– Com’è andata la faccenda del registratore di Billy? Chi ha registrato la confessione? Come faceva Frankie a sapere che nella bara di Billy c’era il registratore, con dentro la registrazione?
– Come faceva Frankie a sapere che avrebbero trovato la sua casa nel bosco? Perchè presuppone che sapesse che Mila conosceva una medium e che l’avrebbe chiamata per interrogare il moribondo Rockford che – per un colpo di fortuna pazzesca – muore esattamente durante l’interrogatorio, nè un minuto prima nè uno dopo.
– Come mai Clarisso inizia a sparare come un matto in commissariato?
– Mila ha testimoniato o no contro Steve? E’ un dato importante, anche per capire se Steve e Frankie sono o no la stessa persona.
– Frankie e Steve sono due personalità o due persone?
Se sono due personalità, la personalità imbranata (Steve) è stata completamente fagocitata da quella geniale (Frankie), e non si capisce come mai, visto che Frankie è in attività anche prima del rapimento di Mila.
Se sono due persone distinte, non si capisce come mai il rapimento di Mila compiuto da Steve ha così tanto effetto su Frankie, tanto che, più di vent’anni dopo, inscena un rapimento quintuplo per “celebrarlo”.

Alta fedeltà – Nick Hornby – tutte le classifiche da 5

•23 gennaio 2017 • Lascia un commento

– le cinque più memorabili fregature di tutti i tempi
– i primi cinque cantanti (maschi) preferiti
– i cinque libri migliori di tutti i tempi
– i primi cinque film coi sottotitoli (che significa i cinque migliori film non in lingua inglese)
– i primi cinque film americani
– i primi cinque gruppi musicali preferiti
– i primi cinque film preferiti in assoluto
– i cinque migliori film di dustin hoffman
– i cinque migliori assoli di chitarra
– i cinque migliori dischi incisi da musicisti ciechi
– i cinque migliori episodi di telefilm di fantascienza di G. e S. Anderson
– i cinque migliori dolci che si acquistano in barattolo
– i cinque migliori dischi da sentire in un piovoso lunedì mattina
– i primi cinque dischi che non mi procurano alcuna emozione
– i primi cinque riempi-pista del Groucho
– le cinque migliori canzoni di Elvis Costello
– i cinque momenti più difficili di tutti i tempi (inteso della sua vita)
– i cinque episodi preferiti di Cin Cin
– le cinque migliori “canzoni 1 – lato A” di tutti i tempi
– i primi cinque complessi o cantanti che andrebbero fucilati se venisse la rivoluzione musicale
– cinque donne che, a quanto ne so, non vivono proprio dietro casa mia, ma che se decidessero di traslocare dalle mie parti sarebbero le benvenute
– le cinque migliori canzoni pop sulla morte
– cinque conversazioni (con Laura)
– i cinque lavori da me sognati
– cinque dischi preferiti di tutti i tempi
– i primi cinque dischi dance di tutti i tempi