VINCITORI APOCRIFO DANTESCO ANACRONISTICO 2019

•4 marzo 2019 • Lascia un commento

OFELIA fra i SUICIDI (Simone Galluccio) e gli UCCISORI di StefanoCucchi fra i VIOLENTI (Loranzo Boccamazzo) hanno vinto a parimerito il premio infernale 2019.

AUGUSTO nel cielo di Mercurio (Maria Liviero) è stato segnalato dalla giuria come meritevole, nonostante alcune imprecisioni formali. Complimenti ai vincitori!

PREMIO INFERNALE 2019 EX AEQUO

OFELIA NEI SUICIDI Allor che gìa da pulverosa schiera a l’orlo de la rena in basso lata poco più costa a l’infernal Fïera, I’credetti sentir voce graziata: v’era nel cor de lo mondial fundale canto suadèn di sirena dannata. Mente puosi a lo canto celestiale, che pur venìa d’arbor de l’Arpie al termine de l’u’ di arìdo male; Tosto ch’ei preso l’insignite vie viso pur volsi prope human disìo. “Ditemi dunque tal canto chi sie”, Dimandai allor, mirando’l duca mio, “ch’ama sì tosto, e qual vita si prese?” Poi che’l salce: “Aquilegia e rosmarìo” Disse, e’l mastro al finale mi riprese, però che m’impedìa anima insana. Pur vo’ fusa a la mente mi contese: “Ohi, misero nocchier di barca dana! Ne l’aere ner la patria ti richiama, ch’ancora Morte intona amar peana. Ché vinse Morte, vinse l’Alma grama: siccome topo ne’ procelli flutte gittòti capitan di patria lama. Gittòti capitan ne l’acque lutte; omai gelato ‘l mare ti remise; le carni tu’ a li vermi fuor redutte. Lo tergo brumo tosto te recise, allor che lo vicario, ‘l figlioletto, in Francia co’ la spada se dimise. E nenïe onde accipero banchetto, ché più l’aggradan cotidiane offerte com più che carco si’ lo spirto obiètto. Reale posse chesta ‘l bel Laerte ottennela e discesse: l’ore estreme in vita patria misere diserte. Al padre pure sempre dède spème, allor ch’occorse in suso mantenerlo a demovére l’hom che niego tème: A punto giunti voller continerlo, nel verbo e ne l’epistole che scrisse e ne lo giure. Voller continerlo; E si contenne poi; e più non disse. Sì venne ‘l die nefàs che co li stracci e ‘l calze suci e sanza capo ei fisse Le luci suso me rimase, e i bracci costrinsemi sì forte, e se ne gìa col capo in su la spalla e li occhi tacci. Pur poi parlò: menòmmi ne la via de lo suo ire ‘l povero Polòn, allor che da i compagni sui redìa. Parlommi allor: parlò del gran dimòn che l’hom consiglia, e de la morte e vita, la qual ei non volendo a te, Polòn, Ei tolse. Pur sua mente era omai gita: Amore avea suo senno soggiogato, sicchè com’elli aveami requisita Per lui co’l viole secche avrìa pregato. Ma omai su l’imo già la Notte giugne: co i bracci magri volge il vel filato in su a li vulti carchi per le pugne.” NOTE V.1: Come spesso accade nella Commedia, anche qui il canto inizia con una congiunzione temporale che specifica il momento a partire dal quale si riprende la narrazione (in questo caso, l’attimo in cui Dante sta abbandonando la selva dei suicidi, come meglio specificato nei versi seguenti). Ho definito la schiera pulverosa immaginando che episodi come quello narrato in If XIII, 115-117, vale a dire quello degli scialacquatori che distruggono rami e rovi nella loro fuga, siano in realtà piuttosto frequenti nella selva, il cui terreno, dunque, non può che essere ricoperto del truciolo e della polvere che rilasciano i rami secchi quando vengono spezzati. L’aggettivo deve essere messo in relazione ad arìdo (v.9): entrambi gli attributi, infatti, esprimono un’idea di secchezza, di aridità, per l’appunto, che contrasta con i continui riferimenti semantici al mare e all’acqua, che rimandano alle modalità con cui Ofelia si suicida, in una sorta di contrappasso lessicale. Gìa è monosillabico per sineresi. V.2: Rena è una metonimia per indicare il sabbione, della cui presenza Dante è informato da Virgilio all’ingresso nella selva (If XIII, 16-19). V.4-5: Il canto di Ofelia è bello al punto che Dante crede sia graziato, vale a dire che appartenga ad un’anima che abbia ottenuto la Grazia divina e sia per questo beata. Di fatto, chiaramente, non è così, e lo segnala anche l’uso del verbo credetti in principio di verso. Per l’uso traslato di cor con il significato di “nucleo”, “centro” cfr. Pd. XII 28-29 “del cor de l’una de le luci nove / si mosse voce (…)”: nota che, aldilà del significato reale che qui assume, il termine diventa anche un velato riferimento all’amore, uno dei massimi temi sottesi alla figura di Ofelia. L’uso del termine fundale (con una grafia più vicina all’originario latino), per quanto inconsueto, rimanda direttamente alla realtà del mare, al quale più volte si rifà il testo, soprattutto nei versi che servono ad introdurre la figura di Ofelia. V.6: Per analogia, Ofelia mantiene dopo la morte i caratteri che più la definivano prima della morte stessa: non solo resta pazza, come esplicato nei versi seguenti, ma continua a cantare così come faceva nell’atto quarto dell’Amleto, esattamente prima del suicidio. Il fatto che Dante la definisca sirena non è solo un riferimento ad Aml IV, vii 175 (Raccontando il suicidio, la regina recita:“[Le vesti] come una sirena la sorressero un poco”), ma anche il modo forse più funzionale per descrivere la duplice natura di Ofelia: da un lato, c’è la figlia e la cortigiana fedele in tutto e per tutto alle istituzioni cui sempre si riferisce, con un cuore dolce e talvolta ingenuo; dall’altro lato, c’è la peccatrice dannata che, in un’ottica che si adatta alla filosofia dantesca, dopo aver lasciato che la ragione soccombesse alla tentazione ed al furore si abbandona completamente al male nell’atto estremo del suicidio. Inoltre, proprio come quello delle sirene, il canto di Ofelia è suadente (in apocope suadèn): persuade Dante, lo ammalia e lo richiama affinchè egli lo ascolti, cedendo ad una tentazione di provenienza (dunque di natura) infernale, come esplicitato nei versi che seguono (viso pur volsi prope human disìo, v.11) Vv.7-9: Il canto è celestiale in quanto è il prodotto di una voce che sembra graziata: si applica qui l’ottica soggettivistica che Dante talvolta usa nella Commedia e che per definizione tende a tradursi in una sovrapposizione dell’opinione sulla realtà. Il pur del v.8, che ritrova corrispondenza nel secondo verso della terzina seguente, esprime proprio il contrasto tra questi due elementi, oltreché lo stato combattuto della mente dello stesso Dante che, in quanto uomo, è sempre dilaniato dal conflitto interiore tra peccato e beatitudine, tra il desiderio di ascoltare il canto e l’imperativo morale di ignorarlo, tanto più nell’atmosfera della prima cantica, in cui la presenza di Dio nell’ambiente e nella mente dei personaggi non è certo tanto forte quanto lo è nel Purgatorio e nel Paradiso. Venìa è regolarmente trisillabico. Vv.10-12: Per le insignite vie cfr. If XIII, 3 “[un bosco] che da neun sentiero era segnato”; per il pur e l’ human disìo, invece, v. la nota precedente. Ei è forma monosillabica per ebbi. Vv.13-14: Come risulta chiaro dall’articolo determinativo al v.14, Dante ha capito da quale albero proviene il canto: la domanda che egli pone non ha quindi come scopo il riconoscimento dell’entità concreta da cui proviene la voce, ma viene posta all’anima che vive nel salice per conoscerne le attitudini, i modelli di comportamento, il passato. La ricerca di occhi cui rivolgere lo sguardo, che termina nelle pupille di Virgilio, è sintomo del senso di smarrimento che la situazione atipica causa nell’animo del Poeta: del resto, le circostanze in cui avviene tale incontro sono senza dubbio anomale: il canto di Ofelia suona quantomeno particolare all’orecchio ormai abituato alle urla ed ai lamenti disumani delle anime infernali. In ogni caso, c’è da dire che più volte nella Commedia proprio le azioni e le situazioni che catturano l’0cchio di Dante nella confusione generale stanno all’origine dei dialoghi e degli incontri del Poeta con le anime. V.15: Il verso è completamente dominato da termini del lessico botanico che rimandano alla simbologia dei fiori che ha contribuito a rendere tanto famosa l’Ofelia di Shakespeare. Il fatto che l’anima sia intrappolata in un salice è il risultato dell’applicazione del contrappasso non solo al peccato in sé, ma anche al modo in cui esso fu compiuto. L’aquilegia è uno dei fiori che Ofelia dona al re Claudio ed è il simbolo implicito, insieme ai fiori del finocchio selvatico, dell’amore ingannato e della mancanza di fiducia e di fede: nel testo qui presentato, dunque, si fa simbolo non solo della condizione di Ofelia, ma anche della mancanza di fede in Dio che il suo atto estremo, secondo la visione cristiana, avrebbe dimostrato. Il rosmarino simboleggia invece il ricordo: è dunque allegoria non solo del ricordo che Ofelia sempre porta con sé del padre e che è stato la causa ultima del suicidio, ma anche della razionalità e della ragione che perse nel percorso degradante che l’ha portata dal primo momento al secondo, vale a dire dalla morte di Polonio alla sua propria morte. V.18: vo’ è apocope per voce. Vv.19-21: L’immagine di Polonio come timoniere della barca dello Stato danese si giustifica come punto di convergenza di due diverse prospettive: da un lato, si è voluto applicare al rapporto tra padre e figlia lo stesso modulo che ritroviamo nel rapporto tra Amleto e l’anima del padre, che il principe di fatto divinizza secondo un processo di idealizzazione che investe in maniera assai negativa lo zio, il cui regno non sembra in effetti la disfatta morale che Amleto denuncia; d’altro canto, si è voluto tener conto, per quanto possibile, della psicologia di Ofelia per come traspare dalla tragedia: è la psicologia di una ragazza che vive come sola proiezione del padre, la cui figura di uomo di corte – dobbiamo immaginarlo – risulta assai più importante in funzione della macchina-Stato agli occhi della devota figlia di quanto effettivamente sia. Per questo, canta Ofelia disperata, la patria chiama di nuovo a sé Polonio ne l’aere ner: recuperando ancora una volta il modello scespiriano caratteristico della figura di Amleto, dopo la morte della sua figura di riferimento la ragazza proietta sul mondo esterno la propria disperazione, distorcendone non tanto la dimensione, quanto il colore. Del resto, la patria è rimasta sconfitta, insieme a Polonio, dalla Morte, che intona un canto di vittoria difficile a sopportarsi: peana, così come

nenïe al v.31, rimanda alla dimensione musicale delle parole di Ofelia. Aere è bisillabico per sineresi. Vv.22-24: La Morte è Alma grama per antonomasia. L’anima racconta qui, in soli due versi, i fatti che hanno portato alla scomparsa del padre: Amleto, definito capitan di patria lama poiché, in quanto principe, la sua spada più di ogni altra è vessillo della patria (tanto più in una società tanto legata al mondo della guerra quanto è non solo quella danese, ma anche altre realtà come quella del Macbeth, in cui pure Shakespeare riproduce con piglio polemico una tribalità di sapore quasi omerico), scambia Polonio, che origlia una conversazione tra il principe e la regina, per un topo che cammina dietro il tendaggio, uccidendolo in maniera senza dubbio barbara (cfr. Aml III,iv 23 “Che c’è? un topo!” e Aml III,iv 219 “Messere, via, facciamola finita”: queste parole vengono pronunciate dopo un dialogo tra Amleto e la madre di quasi duecento versi, recitati con totale indifferenza davanti al cadavere di Polonio che, nel mentre, resta sulla scena). Ofelia, che non assiste alla scena, non può che credere alla versione che raccontano tutti, primo fra tutti Amleto. La grafia flutte dipende da ragioni metriche, come spesso accade nella Commedia in fine di verso. Vv.25-27: Continuano qui i riferimenti semantici all’acqua e, in particolare, continua quella che nell’ambito della critica scespiriana chiameremmo un image cluster: una rete di metafore e di immagini che si intreccia e si ripiega su se stessa, quale è quella che rende figurativamente la morte come un mare agitato, fatto di acque lutte che si raccolgono in onde di tempesta, nelle procelli flutte in cui naviga la barca danese, la quale, ne l’aere ner, rischia di affondare senza il suo timoniere. Il v.27 è una ripresa di uno dei tanti image cluster dell’Amleto, che è tra l’altro proprio un elemento caratteristico del rapporto tra Amleto e Polonio: nella sua visione malinconica totalizzante, in bilico tra l’emotività del ragazzo che ha perso il padre e la razionalità dello stratega che deve fingere ciò che non è, nella sua pazzia dissimulata spesso Amleto parla al padre di Ofelia della morte con riferimento all’immagine macabra dei vermi che si nutrono della carne del cadavere seppellito. Tu’a è un nesso monosillabico, per elisione e sinalefe. Segnalo, infine, che “redutte” è da interpretarsi con il significato latino di “ricondotte”, “riportate”. Vv.28-30: Il fatto che l’aggettivo brumo si riferisca alla schiena di Polonio prima (o durante) il momento dell’uccisione segnala l’importanza di questo attimo, che, nell’immaginario sconvolto e pessimistico di Ofelia, diventa la nota caratterizzante della figura del padre. Una simile confusione logica, a dire il vero, non manifesta solo la disperazione di una figlia che ormai non può pensare più al padre senza pensare alla sua uccisione: l’incoerenza sintattica si fa qui, infatti, resa letteraria della pazzia di Ofelia. Nel v.29, la figura di Laerte (il cui nome compare solo al v.35) viene evocata con due diversi attributi posti l’uno vicino all’altro. In un senso, Laerte è il vicario, vale a dire il vice, di Polonio, in quanto destinato anch’egli a diventare uomo alla corte danese; se però, come abbiamo già detto, Ofelia esaspera la figura del padre alla luce del rapporto che li unisce, così anche Laerte, con cui la sorella è sempre molto riverente, è destinato, nell’immaginario della ragazza, non ad essere un semplice cortigiano, ma ad incarnare senza soluzione di continuità la virtù del padre entro i confini di Elsinore. Ma Laerte è pur sempre anche il figlio che Polonio ha amato tanto, il suo figlioletto: due termini dai connotati ossimorici (l’uno legato alla sfera della politica e del potere, l’altro riconducibile alla sfera degli affetti e della vita privata) si avvicinano per descrivere una stessa figura nella sua duplicità di figlio amato e seme di grande uomo. Il v.30, invece, fa riferimento ad un particolare narrativo della tragedia: cfr. note ai versi 35-38, in cui si cerca di mettere in luce anche la funzione dello stesso verso. Dimise è l’italianizzazione di dimisit, da dimitto “congedare”, “mandar via”; Laerte si allontana co’ la spada perché va in Francia per completare la propria formazione (lì si allena con un maestro di scherma francese). Nenie è un aggettivo che ho ricavato dal termine latino nenia, “canto funebre”: La dieresi, che segnala che il termine è trisillabico, è il risultato dell’applicazione sul termine delle regole di sillabazione latine. Vv.31-33: La terzina costituisce la sublimazione dell’image cluster dell’acqua come metafora della morte, le cui onde accolsero di buon grado il banchetto dell’anima di Polonio: in effetti, esse sono più contente degli spiriti che ogni giorno ricevono come offerta quanto meno essi sono sazi della vita che hanno vissuto (vale a dire, quanto più la loro morte è stata prematura, come è stata quella di Polonio) . Obietto è un latinismo da obiectus<obicio, il cui preverbio dà talvolta una particolare connotazione negativa all’intera voce verbale: in Sallustio compare con il significato di “dare in pasto (bestiis, “alle fiere”), mentre in Orazio “nessuno vive contento della sorte che sceglie o che il caso gli getta davanti” (sat 1.1.2). Vv.34-36: Questa terzina segna in maniera assai brusca il passaggio dalla prima alla seconda parte del canto di Ofelia, che avviene senza alcuna gradualità logica o sintattica: la pazzia di Ofelia si manifesta qui in un canto sconnesso, addirittura poco coeso nelle sezioni che lo compongono. L’aggettivo bel è sintomo dell’affetto, di cui già abbiamo discusso, che Ofelia prova per il fratello. Discesse è un latinismo costruito secondo il modello fonetico già analizzato con riferimento a dimise v.30; discedo, nello specifico, significa “allontanarsi, “separarsi”, “dividersi”: Laerte, dopo aver chiesto ed ottenuto il permesso del re Claudio (cfr. Aml I, ii 50-51 “RE: Cosa ci chiedi, Laerte? LAERTE: Mio temuto signore, / un benevolo consenso per tornare in Francia.”), va in Francia, e da lì torna solo dopo la morte di Polonio. A questo punto diventa possibile spiegare il senso del v.30: il verso assume funzionalità rispetto al testo come esplicitazione dello stato miserabile dell’uomo morto di morte violenta, che in Shakespeare è espresso dal lamento dello spettro in Aml I,v 76-80 (“Fui falciato nel cuore dei peccati / senz’ostia, senza unione, senza viatico / né esame di coscienza, fui mandato al giudizio / con tutti i vizi addosso. Oh orribile, / orribile, più che orribile! […]”): sebbene i due personaggi vivano tale orrore in maniera diversa (o, almeno, in due modi diversi tale orrore viene descritto), comunque il fatto stesso che se ne parli costituisce ancora una corrispondenza tra il rapporto filiale protagonista di questo testo e quello che, al contrario, domina la scena della tragedia inglese. Da notare che l’aggettivo patria, usato al verso 24 con il significato di “che appartiene alla patria”, compare qui con riferimento alla figura paterna. Vv.37-39: demovere è un infinito latino che ha il significato di “scacciare”, “far allontanare”, e si riferisce ai momenti del primo atto della tragedia in cui Polonio e Laerte raccomandano ad Ofelia di non dare troppa corda ad Amleto, che vuole solo divertirsi approfittando della propria posizione. Anticipando le conseguenze di questo stesso atto, l’anima si riferisce al principe con una perifrasi il cui verbo presente dà un sapore quasi epitetico all’espressione: egli è l’hom che niego teme, cioè “l’uomo che teme il rifiuto (di Ofelia)”. In realtà, la terzina assume significato solo finchè adottiamo il punto di vista della ragazza: l’idea del padre che deve essere sorretto dal figlio nella sua lotta, così come l’uso dell’articolo determinativo per definire Amleto, dà l’idea di una lotta titanica fra due giganti, ancora una volta secondo un modello di corruzione e distorsione del reale che è, di fatto, proprio della soggettività di ogni essere umano. Il pure al verso 37 evidenzia come l’esplicitazione del ruolo di Laerte di supporto fedele a Polonio costituisca affatto una sorta di giustificazione per la sua assenza nel momento della morte del padre. Vv.40-42: Anche qui la realtà dei fatti viene proposta secondo una versione poco accurata, propria di Ofelia, che rimanda all’idea di lotta tra giganti di cui abbiamo appena parlato: in realtà, Polonio e Laerte non contengono Amleto (anzi non discutono neppure con lui della cosa, nella riverenza codarda che caratterizza il rapporto della famiglia con le autorità, che solo Laerte infrange alla fine della tragedia in quanto incarnazione del furore e dell’irascibilità che hanno annientato la ragione e la virtù), ma si limitano a rimproverare la povera ragazza, destinata ad essere doppiamente vittima del gioco tra Amleto e la corte, sia dal lato del principe che dal lato del padre. Il primo emistichio del v.42 si riferisce alle continue dichiarazioni d’amore di Amleto, che spesso suonano come dei veri e propri giuramenti: per esempio, cfr. Aml II,ii 120-121 “(…) ma che io ti ami più di tutto, oh più di tutto!, credilo. (…)”. Die è monosillabico per sineresi. Vv.43-45: La terzina fa riferimento, insieme alla seguente, all’incontro narrato in Aml II,i, il primo indizio della pazzia d’Amleto per i personaggi della corte: in effetti le due terzine, che di fatto si uniscono in un’unica sovrastruttura formale e narrativa, in più punti si rifanno direttamente al testo scespiriano In particolare, limitatamente a questa terzina, cfr. Aml II, i 78-79 “(…) il principe Amleto, (…) senza cappello (e) le calze sporche (…)”. Capo è metonimia per “copricapo”; suci è apocope della forma senza metatesi sucido, che occorre più volte in Dante in vece della forma moderna sudicio; nefàs è invece apocope per nefasto<nefastus “sciagurato”, “infausto”. Poi; e è un nesso

bisillabico: la dialefe è al contempo conseguenza dell’asindeto e sua evidente manifestazione. Vv.46-48: Riporto, a questo punto, l’intero testo della narrazione di Ofelia riportata nel secondo atto della tragedia, evidenziando i passaggi che sono stati qui ripresi: “Signore [=Polonio], mentre cucivo nella mia stanza, il principe Amleto, il farsetto tutto slacciato, senza cappello, le calze sporche e senza legacci avvoltolate giù a ingombrargli le caviglie, pallido come la sua camicia, i ginocchi che battevano [l’uno con l’altro, e un viso che faceva pietà a vedersi, che pareva un uomo appena rilasciato dall’inferno per dire dei suoi orrori, così me lo vedo davanti. (…) Mi prese per un polso e mi stringeva. Poi si scostò di quant’è lungo il braccio e con l’altra mano sulla fronte, così, si mette a fissarmi in faccia, che pareva volesse farmi il ritratto. E non smetteva più. 77 80 87 90 L’uso di luci per indicare gli occhi è dunque una ripresa dello stilema al v.100. A tal proposito, è interessante notare come gli occhi, che giocano un ruolo relativamente importante nella resa della follia di Amleto, aprono e chiudono, in una struttura a cornice, la terzina. In particolare, in fine verso si parla di occhi tacci: con l’ipallage si cerca di esprimere come l’emozione e la follia, nei gesti che Amleto compie in quest’episodio, siano veicolati prima di tutto proprio dalla vista, che sostituisce la parola quando la bocca resta tacita. In altre parole, gli occhi diventano il polo, la sublimazione della gestualità e della psicologia di Amleto, e questo fatto è conseguenza diretta del ruolo che gli occhi stessi rivestono nell’ambito della comunicazione fra i due giovani. Vv.49-51: Pur poi parlò risulta essere in contraddizione con e più non disse, al v.43. In realtà, quest’ultima espressione non è conforme alla realtà narrativa dell’Amleto: è piuttosto la proiezione sulla stessa realtà dei pensieri e delle aspettative di Ofelia, nel momento in cui Voller continerlo: di nuovo Ofelia sovrappone al dato di fatto la propria impressione. Polonio è definito povero secondo il modulo già esplicato con riferimento a brumo, v.28: egli non è certo povero nell’episodio narrato in questi versi, ma è definito così in quanto, per la disperata Ofelia, egli lo è ormai quasi per definizione. Redìa è forma latineggiante per ritornava. Vv.52-54: Si fa riferimento, in questa terzina ed in quella precedente, alle circostanze in cui Amleto pronuncia il famoso monologo in Aml III,i 59-90, quello del “To be or not to be”: il gran dimòn che l’hom consiglia è dunque l’intelletto umano, se è vero che “La coscienza ci rende codardi tutti” (“Thus conscience does make cowards of us all”, Aml III,i v.83). In quest’ottica si fa chiara l’ambiguità di ei non volendo, v.54: si può riferire tanto al rifiuto della vita che Amleto pronuncia nel monologo, quanto alla mancanza di intenzionalità nella mente del principe che uccide Polonio (almeno, nell’immaginario di Ofelia: lo spettatore della tragedia, al contrario, resta scettico di fronte alle azioni e alle parole di Amleto, ben consapevole delle capacità dissimulative di quest’ultimo). V.56: La personificazione dell’Amore, tanto più come entità dominante rispetto a colui che ama, compare con una certa frequenza nella letteratura stilnovistica e trecentesca. Venìa è bisillabico per sineresi; lo stesso vale per aveami, che è trisillabico, al v. successivo, e avrìa, ancora dopo. V.57-58: Quello che Ofelia intende dire qui è che, come Amleto le aveva richiesto, lei avrebbe pregato per lui nonostante le viole fossero seccate. Innanzitutto, precisiamo che requisita non è da intendersi con il significato che oggi ha il termine, ma con quello latino originario di “chiedere per ottenere”, “richiedere”, “ricercare”: cfr. Aml III,i 89-90 “La bella Ofelia! Ninfa, nelle tue preghiere / ricorda tutti i miei peccati. (…)”. Per le viole secche, cfr. Aml IV,v 181-183 “(…) Volevo darvi delle violette, ma sono tutte appassite quando morì mio padre. (…)”: rappresentano la fede e la fiducia, che in Ofelia scompaiono alla morte di Polonio, quant’è vero che, secondo l’ottica dantesca, la fede in Dio scompare nel momento Alla fine, scuotendomi un po’ il braccio e annuendo così tre volte su e giù tirò un sospiro così profondo e triste che davvero sembrò schiantarlo tutto e farlo morire. Poi mi lasciò andare e col capo voltato sulla spalla parve trovare la via senza gli occhi, varcò la porta senza il loro aiuto, fissò sempre su di me la loro luce.” 95 100 in cui accade ciò che porterà Ofelia al suicidio. La forza espressiva di questi versi è tutta condensata nella scelta del condizionale passato avrìa pregato, che dà un’idea di possibilità non realizzatasi nel passato. In altre parole, Ofelia avrebbe pregato per Amleto dopo l’uccisione di Polonio, ma non ci riesce, perché qualcosa glielo impedisce: vorrebbe pregare per l’uomo che ama, ma il dolore per la morte del padre è troppo forte per permetterle di fare così. V.59-61: La notte figurativa che scende sul mondo di Ofelia non è solo un altro esempio di come la psicologia del personaggio scespiriano si rifletta sulla sua percezione dell’ambiente che lo circonda, ma è da interpretarsi anche alla luce di Aml IV,v 72-73 “(…) Good night, ladies, good night. Sweet ladies, good night, good night.” L’uso di omai chiude ad anello il monologo di Ofelia, ricollegandosi ad ancora (v. 21), ed esprime un sentimento molto forte nell’Ofelia del quarto atto: il rimpianto per il tempo passato ed il dolore per l’irreversibilità della morte, che la ragazza spesso lamenta (riporto, a titolo di esempio, i versi in Aml IV,v 194-195 “È andato, è andato, / e il pianto è sprecato”. L’imo è il “fondo (di ciò che uno vede)”, vale a dire l’orizzonte (per un uso simile, cfr. Pg I, 100 “Questa isoletta intorno ad imo ad imo […]”, in cui il termine indica una profondità non verticale, né figurata, ma per così dire orizzontale); giugne è forma con metatesi di giunge, qui usata per ragioni metriche. Il vel(o) sarebbe il tessuto che talvolta si usava porre sul corpo del defunto, per questioni rituali o per evitare che le mosche potessero depositarvi le proprie larve (ritorna qui l’image cluster per cui cfr. note ai vv.25-27); è definito filato non solo perché composto, per definizione, di fili di tessuto, ma anche con riferimento implicito al filo delle Parche, diventando così simbolo della ciclicità della vita che inizia e si evolve solo per finire, secondo la legge spietata della natura. D’altro canto, il vulto carco per le pugne non deve essere necessariamente quello di Polonio: potrebbe trattarsi parimenti di Ofelia, impegnata nella lotta con se stessa e con i propri sentimenti, che fatica a vivere, dopo la quarta scena del terzo atto, in un mondo troppo complesso per la sua puerile ingenuità. Il velo, concretamente inteso, diventa così il simbolo supremo della miserabilità di Ofelia: il velo lo indossa tanto la sposa il giorno del matrimonio, quanto la donna nel triste momento del funerale. PARAFRASI Quando stavo andando dalla schiera coperta di polvere all’inizio del sabbione posto in basso, un po’ più vicino alla Bestia infernale, mi sembrò di sentire la voce di un’anima beata: all’interno del profondo della terra c’era il canto ammaliante di una sirena dannata. Porsi la mente a questo (lo ha valore dimostrativo) canto angelico, che tuttavia veniva da un albero delle Arpie alla fine del luogo (de l’ u(bi) ) del male arido; Non appena ebbi preso le vie non segnate, però, girai la testa a causa del (mio) desiderio umano. Allora chiesi, guardando la mia guida: “Ditemi insomma chi è che ama così fortemente questo canto, e quale vita si tolse (qual vita si prese: lett. “quale vita strappò via da se stesso”)?”. Dopodichè il salice disse: “Aquilegia e rosmarino”, e il mio maestro mi riportò al mio scopo, perché mi ostacolava un’anima folle. Tuttavia, la dolce voce catturò la mia attenzione (a la mente mi contese: lett. “Si contese con me la mia mente”, “fece a gara con me per la mia attenzione”): “Ohi, povero timoniere della barca danese! Nell’aria nera la patria ti chiama indietro, quando ancora la morte intona un amaro canto di vittoria. Perché vinse la Morte, vinse l’Anima malvagia: il capitano con la spada della patria ti gettò come un topo nelle onde della tempesta. Il capitano ti gettò nelle acque della morte; il mare ti spedì indietro, oramai freddo; le tue carni furono riportate ai vermi. Ti trafisse con forza la schiena rossa, quando il (tuo) vice, il (tuo) figlioletto, se ne andò in Francia con la spada. E le onde della morte (nenie: lett. “relative al canto funebre”) accolsero il banchetto, perché le offerte che ricevono quotidianamente le soddisfano di più quanto più sia magra l’anima gettata. Il bel Laerte, dopo aver chiesto il permesso del re, lo ottenne e partì: disgraziatamente, mancò nelle ultime ore della vita del padre. Tuttavia, al padre diede sempre speranza, quando ci fu bisogno di mantenerlo in piedi per allontanare l’uomo che teme il rifiuto: insieme, appunto, vollero trattenerlo nelle parole, nelle lettere che scrisse e nelle sue dichiarazioni. Vollero trattenerlo; e lui poi si trattenne; e non parlò più. Così, venne il giorno sciagurato in cui con degli stracci, le calze sporche e senza copricapo egli mantenne gli occhi fissi su di me, e mi strinse le braccia tanto forte, e se ne andava con la testa sulla spalla e gli occhi taciti. Poi, tuttavia, parlò: il povero Polonio mi mise sulla via del suo cammino quando tornava dai suoi amici. Allora mi parlò: parlò del grande demone che fa da consigliere all’uomo, e della morte e della vita, la quale egli non volendo tolse a te, Polonio. Ma la sua ragione era ormai andata via: Amore aveva soggiogato il suo intelletto, cosicchè, come egli mi aveva chiesto, avrei pregato per lui con le viole secche. Ma ormai sull’orizzonte già giunge la Notte: con le

braccia magre appoggia il velo fatto di fili di tessuto (filato) sui volti stanchi (carchi: “magri”, “scavati”, dunque “stanchi”) per le battaglie (che i loro possessori hanno combattuto in vita).” COMMENTO Quanto c’era da dire sul testo è stato, perlopiù, scritto nelle note che seguono i versi qui presentati. In questo spazio mi limiterò, pertanto, a riportare alcune osservazioni sullo stile e la struttura del canto che mi stanno particolarmente a cuore e che credo sia giusto presentare affinchè il lettore possa comprendere appieno alcune delle scelte che sono state fatte durante la composizione delle terzine. Possiamo dividere il testo in quattro sezioni di lunghezza simile. Le prime sei terzine contengono un’indicazione temporale che aiuta ad inserire il testo in un particolare momento del viaggio dantesco, così come una serie di indizi che anticipano la figura di Ofelia: aldilà dei riferimenti all’acqua, al secco, all’amore, la risposta apparentemente insensata che l’anima canta quando le viene chiesto di presentarsi è simbolo della sua pazzia, la quale secondo l’analogia dantesca è, insieme al canto, caratteristica della ragazza anche dopo la morte. In realtà, la risposta di Ofelia possiede una sua logica intrinseca: l’aquilegia e il rosmarino sono due dei fiori che la ragazza dona a Claudio e Laerte nell’ultima scena in cui compare, immediatamente precedente al suicidio. Sebbene Virgilio (che resta qui una figura di contorno, come spesso accade nella Commedia quando Dante incontra personaggi dal grande spessore patetico) richiami Dante a continuare il suo viaggio, egli decide comunque di ascoltare il canto: la sesta terzina rappresenta la fine di un momento di grande opposizione nell’animo del Poeta, espressa dall’occorrenza per ben tre volte, in soli diciotto versi, dell’avverbio pur. Da questo momento in poi, anche Dante diventa una figura di sfondo davanti alla monumentalità emotiva del canto, di cui egli è spettatore passivo. L’Ofelia che viene qui proposta è il risultato di un’analisi diretta del personaggio scespiriano, per cui ho cercato di immaginare una psicologia quanto più coerente con quella della tragedia e che fosse capace anche di guardare in maniera diversa ai fatti della tragedia stessa. Ofelia è una ragazza per la quale lo spettatore prova tanta compassione: non solo è tormentata da un amore difficile, ma vive in pieno la condizione, propria di ogni uomo, di vittima perenne del male e della morte, a prescindere dalla bontà e l’innocenza di ognuno. In effetti, Ofelia è ancora troppo poco matura perché si possa definirla donna, ed ha un carattere assai ingenuo e puerile, che fatica ad evolversi sotto le pressioni della famiglia e della società. Non è un caso, infatti, che il suo nome non compaia mai nel testo: in pratica, Ofelia manca di una sua propria personalità, ma esiste solo entro degli organismi sociali ben definiti quali sono la corte e la famiglia; esiste solo come secondo termine dei rapporti sociali che ha col padre, col fratello o con Amleto, che sono, parimenti, le uniche dimensioni in cui lei si faccia capace di vivere ed analizzare la (limitata) realtà che la circonda. Così, il Polonio piatto e codardo di Shakespeare diventa il padre amato, coraggioso, che vuole proteggere a tutti i costi la figlia; Laerte, un giovane irascibile che lo stesso pubblico trova spesso irritante e presuntuoso, diventa il fratello affettuoso destinato a continuare nel mondo la virtù del padre; Amleto, la cui caratterizzazione scespiriana evitiamo qui di riportare, è il ragazzo amato (sebbene in maniera ancora molto puerile: nel testo tale amore non compare mai esplicitamente, ma solo in maniera riservata, in piccoli dettagli, per esempio cfr. v. 58, come accade nella giovane impacciata ed imbarazzata nelle sue prime esperienze d’amore), ma anche il giovane esponente della famiglia reale per cui Ofelia prova una riverenza molto timorosa, in parte ereditata dal padre, per cui neanche il suo nome compare nel canto. Al canto di Ofelia, vero protagonista del testo, sono dedicate le altre tre sezioni del brano: nei vv.19-33 l’anima canta un’apostrofe al padre, cui si rivolge in seconda persona, esaltandolo e lamentandone la morte, di cui racconta i dettagli; nei vv. 34-51 vengono raccontati altri momenti della vita di Polonio e di Laerte (Ofelia allora parla del padre in terza persona, laddove si allenta la tensione emotiva); negli ultimi versi, infine, si fa più presente la figura di Amleto e ritorna l’utilizzo della seconda persona per il padre assente, nel momento di massima carica emotiva del brano. Il canto di Ofelia è scritto in endecasillabi che hanno gli accenti prevalentemente su sillabe pari: non solo il canto ha un ritmo ben scandito, ma ha un ritmo giambico, come giambico è il pentametro che ha fatto la storia della letteratura inglese e con cui scrive anche Shakespeare. L’andamento del testo è invece molto dinamico ed irregolare in corrispondenza con alcuni momenti particolarmente forti del racconto. Nei primi versi, c’è corrispondenza tra forma e sintassi (con l’eccezione della quarta e della quinta terzina, dove gli enjambement danno un senso di scorrevolezza narrativa al brano), e così è anche per la prima metà del monologo cantato. Ma dal v.42 inizia un vero e proprio tour de force ritmico: ai vv.42-43 l’asindeto rallenta di molto l’andamento della lettura, che però subito accelera nel forte polisindeto dei vv.46-49, il cui effetto è amplificato dall’aspro enjambement che divide, in fine di terzina, l’aggettivo fisse dal termine cui si riferisce. Le due terzine che seguono hanno una struttura simile, con delle cesure ai primi versi che isolano, nei primi emistichi, due quinari tronchi che si contraddicono nel significato (almeno apparentemente, come abbiamo già detto nelle note). Ricominciano a questo punto gli enjambement tra terzine laddove compare in maniera più invasiva non solo la figura di Amleto, ma anche il momento dell’uccisione di Polonio, a cui Ofelia giunge in una particolare struttura ad anello: parlando dell’assassinio del padre all’inizio del canto, infatti, si trova a raccontare la sua storia dall’inizio, arrivando inevitabilmente alla sua triste fine, come ineluttabile è l’incontro con la morte di ognuno. La lingua che ho scelto di utilizzare si caratterizza per la sua duttilità tipicamente dantesca: sono presenti nel testo prestiti dal latino, apocopi, metatesi (o metatesi mancate); ci sono frequenti elisioni degli articoli e delle preposizioni secondo il modello della Commedia; si tiene conto, quando è opportuno, della Legge Tobler-Mussafia. Anche nello stabilire la struttura del testo si è cercato di tenere un approccio quanto più dantesco possibile, riprendendo moduli e sintassi tipiche della Commedia laddove è parso necessario.

OFELIA NEI SUICIDI Allor che gìa da pulverosa schiera

a l’orlo de la rena in basso lata

poco più costa a l’infernal Fïera,

I’credetti sentir voce graziata:

v’era nel cor de lo mondial fundale

canto suadèn di sirena dannata.

Mente puosi a lo canto celestiale,

che pur venìa d’arbor de l’Arpie

al termine de l’u’ di arìdo male;

Tosto ch’ei preso l’insignite vie

viso pur volsi prope human disìo.

Ditemi dunque tal canto chi sie”,

Dimandai allor, mirando’l duca mio,

ch’ama sì tosto, e qual vita si prese?”

Poi che’l salce: “Aquilegia e rosmarìo”

Disse, e’l mastro al finale mi riprese,

però che m’impedìa anima insana.

Pur vo’ fusa a la mente mi contese:

1

5

10

15

PREMIO INFERNALE 2019 (EX AEQUO)

UCCISORI DI STEFANO CUCCHI NEL GIRONE DEI VIOLENTI

E proseguendo lo cammino vidi

figura sì orribil che dovetti

covrir li miei orecchi per li gridi;

le mani posi a li occhi contra aspetti

d’ immagine assai trista, così che lo (1) 5

cor agitava e sì forte tremetti.

In tale loco fur color che svelo:

peccato ei commisero a trafigger,

tradendo e uccidendo assai con gelo.

Lor culla audaci ei dovean protegger: 10

ma come in vita ossessa li opprimean

lor frenesie (2), e dal gravam da regger

fur vinti, e allor movendosi dovean

tra lo foco portare tal fardelli:

per tale carco alte grida facean. 15

Di sanguine scorrean due ruscelli,

da li occhi fino giù a le caviglie:

strisciando su le cosce fece (3) ad elli

righe vermiglie (4), somiglianti a briglie

quali poste in vita d’aberrazione 20

su vestimenti di nere (5) guerriglie.

Ei si movean sotto cavalcone (6)

su cui le gambe sine corpo ho colto (7):

così colpiti son con afflictione.

Di tale guisa fecer su lo volto 25

di Cucchi Stefano, sine sentita

mestitia: ei fu rivolto e poi sepolto:

Cotale è la grandezza sì acuita!

Ma pur è tanta la di Dio iustitia (8),

e anco se tardi, certa vien ardita. 30

Sicchè io chiesi allor: perchè iniustitia

faceste, ché voi foste lupe ingrate(9)?

Natura umana, a cosa se’ propizia!

Ma niun rispuose, per labbra legate:

e senza dir parole, similmente 35

fu lor detto in etterno : “ormai tacciate!”

Sol un di loro, forse proveniente

d’oltr’Alpe, e fu però (10) detto Tedesco(11)

in co del ponte, disse ma silente.(12)

Costì tanto nebbioso a intender riesco 40

sì poco, ché l’ pensier riman remoto

perso a indagar de lo animo lupesco.

Mi guardo dentro e paio a me esser voto

e per conforto tendo, invan, la mano,

ma sono umano: nulla m’è devoto(13). 45

E sì l’vostro martire anticristiano (14)

non puote star tra gli spirti divini:

solo chi è bestia spegne chi è umano.

Io vidi giù (15) intrecciati assai destini

ma indegni assai della divin letizia: 50

e l’duca: “non guatar chi s’avvicini!”

Pur spente de l’ umana iniustitia

le mura (16), non ha fin la sofferenza,

e se lo cor è perso in tal mestitia

pur forte si fa assai la resilienza. 55

NOTE:

(1) Si noti la rima composta, già nota a Dante (gente sconcia/ non ci ha – Divina Commedia, Inferno XXX vv. 85-87)

(2) “Frenesie” ha un duplice significato: da un lato indica l’irrazionale rabbia che esercitarono i protagonisti, uno stato di pazzia, di furore bestiale; sia come sinonimo di brama, un desiderio di potere così grande da sopprimere, come se fosse un pesante carico, la loro umanità.

(3) E’ presente una variatio: “sanguine” diviene soggetto.

(4) Inizia qui la descrizione graduale dei personaggi. Le vesti descritte sono quelle dei carabinieri: si noti il contrasto di ”vermiglie” (in rima interna con briglie), un colore forte, acceso, con “nere” (v.21), un colore tenebroso, che produce con arte pittorica un gioco di chiaroscuro, mantenendo tuttavia una cupa armonia con l’ambiente circostante.

(5) “Nere” è un’anfibologia: può esser riferito sia alle vesti che a “guerriglie”. Non si tratterebbe, dunque, di “guerre” in difesa della patria, ma di “azioni nere” e, in senso figurato, “empie” (in netto contrasto con la luce divina)

(6) Per rivestire il testo con una patina di antichità, è stato scelto come sinonimo di “ponte” il termine “cavalcone”. Tale locuzione è ripresa dal latino maccheronico medievale di M. Monicelli, noto regista italiano, che, fedele alla sua poetica, trasferì caratteri e spirito della commedia all’italiana nell’età di mezzo.

(7) “Ho colto” richiama all’espressione “cogliere di sorpresa”: in Dante va a delinearsi un susseguirsi di subitanee emozioni.

(8) Solo Dio, giudice supremo, ha la facoltà di giudicare la vita umana, e nessun altro ha il diritto di sopprimerla.

(9) La serie di domande, esplicitamente poste, porta in realtà a creare una sorta di monologo interiore.

(10) “Però” non va inteso col significato attuale, ma come sinonimo di “perciò” (dal latino per hoc).

(11) In tal caso c’è un gioco di parole: “tedesco”, in realtà, non è riferito al luogo di provenienza di uno dei dannati (a differenza dell’Alberto tedesco che incontrerà nel Purgatorio, canto VI v.97, con cui appella Alberto I d’Austria) ma semplicemente il suo cognome.

(12) Vi è una ripresa del gioco chiaroscurale dato da un contrasto intrinseco alla situazione: l’unico carabiniere che può parlare è come se non lo stesse facendo, perché immerso nel silenzio in cui è stato inabissato per anni.

(13)Dante non può esser toccato da nessuno: quest’assenza fisica è percepita come una mancanza di necessaria affettività (sinonimo di “devozione”)

(14) Nonostante la crudeltà subita, l’opera non vuole esaltare Stefano Cucchi come uomo probo.

(15) Si noti, oltre alla ripresa delle contrapposizioni, il delinearsi del luogo verticale della Divina Commedia (percorso di purificazione che comincia dall’Inferno, in basso, sino al Paradiso).

(16)La frase ricorda l’espressione di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano Cucchi, dichiarata dopo il processo: “Il muro è stato abbattuto”

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA

AUGUSTO NEL CIELO DI MERCURIO Occulto(1) vidi tra raggio cangiante avvolto in alta nube cuprea su cui d’argento(2) una chiave sfreggiante(3) il prence ch’a fatal mostro(4) avea bello indicato(5) per del cesar velle 5 imperiale suso fare l’idea. Dal vate magnificato che delle arme cantar volea e dell’uomo(6) margarita(7) invidieria e stelle l’albedo unqua miniato in tomo 10 ch’intimo parea alla sua pelle. Ecco, per lo disio forzuto como di ardenti fosse forza fiammelle d’esser edotto ‘l terren corpo meo volsi al beato di membra belle; 15 devoto, reverente al corifeo,(8) tanto ritenni il suo uffizio glorioso, dimandai io reo: “Sommo bene e l’esser tuo propizio rimembra ancor ogni intelletto 20 ch’usasti a Titiro(9) in supplizio, che umane menti veggion netto che rinfrescasti piaghe,tu, al pover Melibeo? Dovette seppur pretto obliar amata patria e mover. 25 Onde sen gio sì querulo flendo saepe(10) di sua usurpata rover e di sua sepe.”. “In van smovendo stai lo gran tuo ingegno. A tal sospetto non ti fermar(11), già avendo 30 accepto il disegno provvidenzial, che sin qui salendo, t’ha tua amanza aperto. Celestia che sa l’immortal solamente. Divina beninanza,(12) in sua volontate vuol benefizio 35 universo, avvegna che doglianza talor dovuta sia in sacrifizio a cotant’ara. E di che tu t’offenda se sua sustanza Iddio a tant’uffizio immola?” Diss’io:”Fa ch’io intenda 40 che anima sei sì vaga nel parlar meco”(13). Come fosse la mano benda fecimi solecchio(14) dal guardar ‘l beato che causa d’abbarbaglio(15) fu. “Ognun sa” riprese ei a parlar 45 “che non capere in triangol mai più d’angol di tre e due volte trenta,(16) così a te spetta di saver che ingiù sulla terra, lo Gran Signor consenta crebra(17) l’ingiustizia sia fatta, 50 vere tal non è(18), ma che l’om lamenta. Memento, mente(19) divina sifatta è dall’assai lungi sempre guardar; ‘l suo Nome(20) volle andasse ‘n adatta terra; foss’ea pacificata e mar 55 terrique.(21) Di l’opera ferace(22) far realtà, me si deve ringraziar. Fui io lo prescelto sì capace, che sceso nel limbo trassemi fuora,(23) tal la cagion di trovar qui pace.” 60 Fu ei ora che fosco ciel svapòra. NOTE (1) Latinismo da occulo, in questo caso infatti riprende letteralmente il verbo latino assumendo il significato di “sottrarre con un velo agli occhi altrui”, Augusto infatti si trova dietro un velo che è la nube. Il termine è presente in altri canti del Paradiso, Pd VII 56 e Pd XIX 42 (2) La chiave d’argento rappresenta il potere temporale, è questo il simbolo che introduce Augusto proprio perchè riuscì a separare potere temporale e spirituale, e fu il più eccellente capo politico. (3) Neologismo dal latino sphagis, che significa sigillo. L’aggettivo indica il fatto che sulla nube sia impresso qualcosa, in questo caso una chiave, che simboleggia un personaggio, in questo caso Augusto. (4) Ci si riferisce a Cleopatra, nel verso si riprende infatti Orazio il quale in Od. I 37 “Gioia alla morte della regina” chiama Cleopatra proprio “Fatale monstrum” (5) Latinismo, dal latino “indicare bellum”, attaccare battaglia (6) Ripresa del celeberrimo primo verso dell’Eneide “ arma virumque cano”, che qui serve a indicare e rendere riconoscibile Virgilio (7) Latinismo da margarita, perla (8)[dal lat. coryphaeus, gr. κορυϕαῖος, der di κορυϕή «cima»]. In questo caso assume il suo significato figurato ovvero Capo, esponente più rappresentativo,quindi nel caso di Augusto il capo politico più rappresentativo del progetto divino di unificazione dell’impero. (9)Riferimento alla prima Bucolica di Virgilio come metafora delle sofferenze che l’unificazione dell’impero aveva comportato a scapito di poveri innocenti ( come era Melibeo), ma che molti spesso trascurano ricordando l’età augustea letteralmente come “aurea aetas”. (10)Paronomasia tra saepe e sepe, ulteriore ripresa della prima Bucolica di Virgilio, in particolare dei versi 53-55, “hinc tibi, quae semper, vicino ab limite saepes / Hyblaeis apibus florem depasta salicti, / saepe levi somnum suadebit inire susurro;/ Tuttavia, la figura retorica assume una sfumatura diversa in questo caso, mentre Virgilio la utilizza parlando di Titiro che rimane nelle sue terre con la siepe che gli concilia il sonno col suo sussurro, in questo caso è ribaltata, è infatti riferita a Melibeo che è scacciato dalla sua siepe, il che gli provoca grande dolore. (11) Ripresa dei versi 43-45 del canto XI del Purgatorio “ Veramente a così alto sospetto non ti fermar, se quella nol ti dice che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto.” (12) Bontà. Termine di origine provenzale, frequente nella lirica duecentesca In Pd XX 99 lei [la divina volontate]… vuole esser vinta, / e, vinta, vince con sua beninanza, è la ” benignità “, la ” bontà “, con cui la volontà di Dio trionfa proprio quando sembra sconfitta, perché costretta a modificare le sue decisioni di fronte al caldo amore e alla viva speranza (v. 95) dell’uomo. In Pd VII 143 ma vostra vita sanza mezzo spira / la somma beninanza, e la innamora / di sé sì che poi sempre la disira, la ” suprema bontà ” è Dio stesso. (13) Ripresa e reinterpretazione dei versi 40-42 del canto XXIV del purgatorio«O anima», diss’ io, «che par sì vaga/di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,/e te e me col tuo parlare appaga». Tuttavia il significato di vaga non è quello dei versi danteschi, ovvero desiderosa, ma quello proprio dell’italiano corrente, ovvero poco chiaro (14)Schermo, riparo (dal sole).Farsi il solecchio: proteggersi gli occhi da una luce molto forte facendo ombra con la mano. Presente in Purg.15.14: ond’ io levai le mani inver’ la cima / de le mie ciglia, e fecimi ‘l solecchio , / che del soverchio visibile lima. (15)Abbagliamento della vista. Presente in Par.26.20: Quella medesma voce che paura / tolta m’avea del sùbito abbarbaglio, / di ragionare ancor mi mise in cura… (16) Ripresa e reinterpretazione dei versi 13-15 del canto XVIIdel Paradiso, “«O cara piota mia che sì t’insusi,/che, come veggion le terrene menti/non capere in triangol due ottusi (17)Ripetuto di frequente. Presente in Par.19.69: Assai t’è mo aperta la latebra / che t’ascondeva la giustizia viva, / di che facei question cotanto crebra . .. (18)Con “ vere tal non è” si intende che in verità non si tratta di ingiustizie. Infatti nessuna cosa voluta da Dio può essere considerata ingiustizia, nonostante agli occhi degli uomini possa sembrare tale. (19)Presenza di una figura etimologica, memento e mente infatti presentano la stessa radice (20)” Nome” indica Gesù Cristo, in ripresa quindi del verso 4 del canto XI del Purgatorio, in cui nella preghiera del pater noster Dante indica con Nome Cristo, con Valore il Padre e con Vapore lo Spirito Santo (21)Latinismo, “e” rende il complemento di moto da luogo, il “que” posposto a terra rende la preposizione coordinante “e” (22)Che produce benefici effetti. Presente in Par.11.82: Oh ignota ricchezza! oh ben ferace! (23) Riferimento al momento in cui Gesù, sceso nel limbo, fece uscire gli animi più meritevoli di coloro che erano nati prima della nascita di Cristo e I patriarchi biblici. (24)Augusto con le sue parole ha “svaporato” le foschie nella mente di Dante, palesandogli la verità PARAFRASI Vidi nascosto tra un raggio cangiante, avvolto in un’ alta nube rossastra, sulla quale era impressa una chiave d’argento, il principe che aveva attaccato battaglia contro Cleopatra, per farsi interprete del volere imperiale (di formare un vasto impero) di Giulio Cesare. Lodato dal vate (Virgilio) che aveva cantato dell’arme e dell’uomo, persino la perla e le stelle invidierebbero il candore mai descritto in nessun altro libro che sembrava intimo alla sua pelle. Per il desiderio tanto forte che provavo di conoscere ,come fosse la forza di fiammelle che ardono, mi volsi al beato dal bel aspetto; devoto e reverente nei confronti del corifeo, per quanto ritenni il suo lavoro glorioso, gli domandai io, peccatore: ”Ogni uomo ricorda ancora il tuo essere benevolo e il bene che riservasti nei confronti di Titiro in supplizio, ma chi ricorda chiaramente che allo stesso tempo rinfrescasti dolori al povero Melibeo? Egli, nonostante fosse innocente, dovette dimenticare la patria amata e andarsene. Da qui se ne andava tanto sofferente piangendo spesso il sua cespuglio e la sua siepe (quindi i suoi territori) usurpati.” (Inizia a parlare Augusto) ”Stai arrovellando invano la tua mente. Non ti bloccare a questo sospetto, poiché sei già venuto a conoscenza del disegno provvidenziale che, salendo sin qui, ti ha spiegato la tua amata Beatrice. Cose celesti, queste, che sa solamente l’immortale, ovvero Dio. La bontà divina vuole fare il bene per tutti, quindi succede che talora, si debba sacrificare a questa bontà qualche sofferenza. E di cosa ti lamenti tu, se persino Dio ha immolato il proprio figlio per questo scopo?”. Io risposi: “O anima, che nel parlarmi sei così vaga, fa che io intenda ciò che mi vuoi dire.” Come se la mia mano fosse una benda, mi coprii gli occhi per non guardare il beato ( che splendendo) fu per me causa di abbaglio. Egli riprese a parlare:” Come ognuno sa che in un triangolo non può esserci un angolo maggiore di centoottanta gradi, così tu devi sapere che Dio consente che giù sulla terra venga fatta spesso un’ ingiustizia, in verità non può essere considerata tale, ma l’uomo se ne lamenta come se così fosse. Ricordati, la mente divina è fatta in modo tale da essere molto lungimirante; (Dio) volle che suo figlio si incarnasse in una terra adatta, quando questa fosse interamente pacificata dal mare fino alla terra ferma. Si deve ringraziare me di aver reso realtà questo progetto che portò beneficio. Fui io il prescelto capace di far ciò, così che quando Gesù scese nel limbo mi trasse fuori di lì, questa la ragione per cui io trovo qui pace.” Egli fu, quindi, come un vento che ripulisce il cielo nebbioso.. COMMENTO Il protagonista di queste venti terzine è Ottaviano

Augusto, il primo imperatore romano, il quale riuscì a risollevare lo stato dopo un periodo di grande corruzione e divisione, segnato da feroci guerre civili e abbandono degli antichi mores. Come lo stesso Dante scrive nel “De monarchia” Augusto riuscì a realizzare il progetto divino della creazione di un vasto impero sotto cui nacque Gesù Cristo, ulteriore motivo per cui ho scelto di collocare questo personaggio proprio in Paradiso. Come accade molto spesso, in altri canti anche di altre cantiche, Dante ha dei dubbi che esprime o alle anime che incontra o alle sue guide. In questo caso Dante riflette sulle conseguenze che la fondazione di questo grande impero ha portato, in particolare su quelle negative che molti dimenticano, e che furono tuttavia necessarie alla realizzazione del sommo bene. Dante utilizza come metafora la prima Bucolica di Virgilio in cui è evidente come l’opera di Augusto abbia portato beneficio a molti, rappresentati da Titiro, il fortunato che riebbe le sue terre dopo che gli furono state conquistate, ma anche abbia portato sofferenze ad altri, rappresentati invece da Melibeo, costretto a cedere allo straniero i propri campi e a dimenticarli. Augusto sembra quasi stupito da questo genere di questione, gli pare infatti evidente, come è evidente che la somma degli angoli interni ad un triangolo è di centoottanta gradi, che nel portare a termine un grande progetto non possano mancare delle sofferenze per qualcuno, sebbene innocente; proprio perché ciò che conta è il bene ultimo che se ne ricaverà, soprattutto in questo caso, dove le sue azioni sono regolate dal volere di Dio. Lo stile del canto va via via semplificandosi proprio ad indicare come dopo l’incontro con Augusto, Dante abbia molto più chiaro il disegno provvidenziale, il suo scopo e soprattutto i mezzi con cui questo occorre che si misuri; l’ordine tortuoso simboleggia la contorta confusione nella mente di Dante, che si sforza di comprendere, la cui via verrà poi spianata dal discorso di Augusto. Concetto , questo, che è espresso chiaramente nel verso di commiato, dove Dante paragona Augusto ad un vento che svapora la foschia, e rende il cielo terso, così la mente di Dante dopo l’incontro non è più annebbiata dal dubbio. Augusto infatti nel parlare è molto chiaro e coinciso, ricordando così la determinazione e la saldezza che lo contraddistinsero durante il suo ruolo di capo politico. Anche il richiamo alla prima Bucolica, fatto da Dante, non è un richiamo casuale. Questo carme è ambientato in un clima agreste, i protagonisti sono dei pastori che trascorrono le loro giornate tra gare poetiche e allevamento, immersi tra i campi in una natura incontaminata. Tutto ciò riporta alla politica augustea di recupero del lavoro agreste, di coltivazione dei campi. A questo punto può essere fatto un ulteriore riferimento alla profezia di Isaia che paragona Cristo ad un virgulto per cui bisogna preparare la terra, cosa che fece Augusto portando un periodo di unione e pace, con assenza di guerre e tensioni politiche; la così detta “aurea aetas”. Età dell’oro che sembra essere anch’essa presente nel canto, soprattutto quando Augusto, prima di riprende a parlare, brilla e splende ancor più di prima, sua condizione, questa che quasi preannuncia la spiegazione che sta per fare a Dante. Numerosi sono i riferimenti a Virgilio, che ormai ha abbandonato Dante, egli tuttavia nominandolo tante volte lo loda implicitamente, oramai non più come saggia guida ma come abilissimo poeta, e facendo ciò ,in un certo senso, ringrazia Virgilio, senza il quale sarebbe stato completamente perduto. Dante incontra l’anima di Augusto nel secondo cielo, quello di Mercurio, tra gli spiriti attivi. Augusto infatti si è distinto da tutti i precedenti re e consoli per le sue azioni terrene, per le sue opere di fondamentale importanza per l’opera portata a termine successivamente da Giustiniano, anch’egli in questo cielo e il quale cita Augusto tra i suoi grandi predecessori. Egli si trova in questo cielo perché fu sicuramente guidato anche dal desiderio di fama terrena, grazie a questo infatti riuscì a liberarsi degli avversari, degli stessi Antonio e Lepido, e compiere opere tanto grandi. ( Per quanto riguarda la metrica delle terzine frequenti son figure retoriche come sinalefi e dieresi, in particolare troviamo delle sinalefi ai versi: 3, 5,16, 38, 39, 48, 55, mentre delle dieresi ai versi: 17, 18, 22, 25, 26, 28, 29, 40, 43, 45, 46, 47, 50, 53, 56, 58, 60)

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BANDO APOCRIFO DANTESCO 2018

•11 settembre 2018 • Lascia un commento

concorso patrocinato dalla

Società Dante Alighieri


puoi scaricare il bando in pdf qui: Apocrifo Dantesco Anacronistico 2018 – bando oppure continuare a leggere


Concorso di Poesia Creativa 

Apocrifo Dantesco Anacronistico

Bando 2018 – VI edizione

con altra voce tornerò poeta


Presentazione

Mettiti nei panni di Dante!

Inoltrati nella selva oscura e percorri migliori acque, muovendo anche tu il sole e l’altre stelle!

“In questo girone ci metterei…”

La Divina Commedia ha avuto ed avrà migliaia di lettori, e tutti si sono posti o si porranno una domanda simile a questa: io chi ci avrei messo?

Da questo gioco metaletterario è nato il progetto Apocrifi Danteschi Anacronistici: aggiungere alla Divina Commedia un incontro, preso da qualsiasi parte del tempo o dello spazio.

Per farlo bisogna imparare come si scrive un endecasillabo, come si scrive una terzina, quanti sono i contrappassi, com’è strutturato il cosmo dantesco.

E poi bisogna avere un’idea.

Chi ci metto? Perchè proprio in quel girone?

Cosa direbbe Dante a Robespierre? E a Gollum? E a Annibale? E a Lincoln? E…

Da questo gioco nasce una sfidaa tutti coloro che vogliano cimentarsi in questo progetto meta-letterario: inventa anche tu il tuo Apocrifo Dantesco!

Scegli un girone infernale, una cornice purgatoriale o una sfera paradisiaca e piazzaci il tuo cantante preferito, il più detestato uomo politico, il capitano della squadra avversaria, il tuo personaggio dei fumetti preferito, il cattivo che nei film ti ha fatto più paura ecc…!

Il tutto in rima, endecasillabi e terzine, rispettando nel dettaglio le caratteristiche del cosmo dantesco, se non vuoi essere bannato per l’eternità!!


Indicazioni poetiche

1. Mettiti nei panni di Dante.

Puoi farlo se sei uno studente o una studentessa di una delle scuolesecondarie superiori di lingua italiana.

La partecipazione è personale: non è possibilepartecipare al concorso in coppia o in gruppo.

2. Scegli un noto personaggio storico oletterario, di qualsiasi epoca storica (futuro compreso).

(Se credi di essere più bravo di Dante puoi anche spostare un personaggio già presente nella Commedia, ma devi motivare lo spostamento in modo molto credibile).

Per conoscenza in allegato si trova l’elenco dei personaggi protagonisti degli apocrifi delle precedenti edizioni del concorso.

3. Colloca coerentemente il personaggioprescelto in uno dei gironi infernali,in una delle cornici purgatorialio in uno dei cieli paradisiaci.

4. Racconta in almeno 10 e non più di 20 terzine dantesche (+ 1 verso di chiusura) l’incontro che avviene fra Dante e ilpersonaggioche hai scelto.

5. Rispetta le regole date da Dante all’aldilà, così come tutte le caratteristiche linguistiche, poetiche, grammaticali, drammatiche e narrative della Divina Commedia.

Piùtopoidanteschi sono poeticamente presenti nel tuo apocrifo, più il tuo Apocrifo Dantesco Anacronistico sarà pregiato.

Insomma, deve sembrare scritto da Dante.


Indicazioni tecniche

6.Quota di partecipazione.

La quota di partecipazione individuale al concorso è di 5 euro, da versarsi alle seguenti coordinate bancarie:

– Banca Prossima – Fil. Di Milano

– IBAN: IT43D0335901600100000143556

– CAUSALE: “Partecipazione concorso apocrifo dantesco + nome partecipante”

7.I premi.

7.1.Prima categoria: Premi “Apocrifo Dantesco Anacronistico 2017”

Verranno aggiudicati i tre seguenti premi:

  • Miglior Apocrifo Dantesco Anacronistico Infernale 2017”,

  • Miglior Apocrifo Dantesco Anacronistico Purgatoriale 2017”,

  • Miglior Apocrifo Dantesco Anacronistico Paradisiaco 2017”.

Ognuno di questi tre classificati riceverà un premio di 100 euro.

Gli Apocrifi vincitori (così come gli Apocrifi ritenuti meritevoli) saranno pubblicati sulla pagina facebook dedicata al concorso, e sul blog del presidente di giuria, rispettivamente agli indirizzi:

www.facebook.com/ApocrifoDantescoAnacronistico

www.matteodebenedittis.wordpress.com.

https://sway.com/Fwab2BH6NvZNvtEA

Tutti i vincitori riceveranno un attestato di partecipazione. Gli altri partecipanti lo riceveranno solo su loro richiesta.

7.2.Seconda categoria: Premi speciali.

La giuria si riserva la possibilità di insignire di premi speciali tutti gli apocrifi che, a suo insindacabile giudizio, ne saranno meritevoli.

8. La giuria.

Lagiuriasarà composta da insegnanti, studenti ed ex studenti del Liceo Scientifico “San Gregorio Magno” di S.Ilario D’Enza (Re). Inoltre, la giuria sarà composta anche dai vincitori delle precedenti edizioni che desiderino farne parte.

La giuria valuterà le seguenti condizioni di vittoria:

– la perfezione formale dell’Apocrifo(un solo endecasillabo o una sola rima non corretti pregiudicano gravemente la vittoria. Inoltre è richiesta perfezione grammaticale e sintattica. In altri termini: se pensi che due parole facciano rima quando hanno le ultime lettere uguali non sei pronto per questo concorso; se pensi che un endecasillabo abbia sempre undici sillabe non sei pronto per questo concorso);

– la sua coerenza con l’universo dantesco (ad esempio i contrappassi, le caratteristiche tipiche dei gironi, delle cornici e delle sfere, l’organizzazione dello spazio oltremondano, la lingua dantesca…);

l’originalità, lo stupore, la novità e la profondità psicologica dell’incontro narrato dall’Apocrifo.

La giuria si riserva altresì la possibilità di non aggiudicare uno o più premi, qualora non ci fossero le condizioni sufficienti per assegnarlo.

9.Cosa inviare.

9.1.L’apocrifo.

Invia i file del tuo Apocrifo Dantesco Anacronistico all’indirizzo mailapocrifodantesco@gmail.comentro il 31 dicembre 2018.

I file devono essere tutti in duplice formato testo(.doc, .rtf, .odt…) e pdf. Si prega di impaginare l’apocrifo secondo le indicazioni contenute nell’allegato B.

L’oggettodella mail dev’essere:

Apocrifo Dantesco seguito dalnome del personaggio prescelto e dal girone/cornice/cielo dantesco nel quale è stato posizionato.

9.2.I dati.

Allega anche un file di testo con i tuoi dati: nome, cognome, data di nascita, indirizzo di residenza, contatti mail e telefonici, scuola e classe di appartenenza (che saranno trattati ai sensi delle vigenti leggi sulla privacy).

9.3.La ricevuta.

Allega anche la ricevuta del versamento della quota di partecipazione.

10.Documenti aggiuntivi: il commento.

Al fine di rendere perfettamente comprensibile l’Apocrifo Dantesco Anacronistico si consiglia all’autore di allegare alla mail anche un proprio Commento all’ApocrifoDantesco(che può anche prevedere la parafrasidell’Apocrifo stesso).

Tale Commento serve ad esplicare alcuni passaggi delle terzine che necessitano di nota, a spiegare gli eventuali neologismi o a chiarire in prosa le licenze poetiche utilizzate.

Al fine di semplificare la correzione, si prega di impaginare l’apocrifo numerando i versi uno ogni cinque.

11.Scadenze e premiazione.

Entro la fine difebbraio 2019sarannocomunicati tramite mail e messaggio facebook i vincitori del concorso, che dovranno ritirare il premio personalmente, pena la non assegnazione del premio stesso, nel corso della cerimonia di premiazione che avverrà in data e luogo che saranno comunicate personalmente ai vincitori e agli altri partecipanti tramite sulla pagina facebook http://www.facebook.com/ApocrifoDantescoAnacronistico e sul blog http://www.matteodebenedittis.wordpress.com.

In ogni caso la cerimonia di premiazione non avverrà oltre la fine dell’anno scolastico 2016/2017.

L’organizzazione offre ai vincitori: il pernottamentola sera antecedente la premiazione e un rimborso per le spese di viaggiopari a 50 euro.

12.Accettazione.

L’atto di partecipazione a questo concorso comporta l’intera accettazione del presente regolamento e il giudizio insindacabile della giuria.

Apocrifo Dantesco Anacronistico

non dirmi che non ci avevi mai pensato…



Allegato A – Elenco apocrifi delle precedenti edizioni

Prima edizione – 2013

inferno (6 partecipanti)

Petrarca nel cerchio degli accidiosi

Dott. Jekyll nel girone dei violenti contro gli altri

Piramo e Tisbe nel girone dei suicidi (vincitore)

Belen nella bolgia dei consiglieri fraudolenti

Michele Misseri nella zona dei traditori dei parenti

Gheddafi nella zona dei traditori della patria

purgatorio (1 partecipante)

Alberto Sordi nella cornice dei golosi

paradiso (2 partecipanti)

Dante incontra se stesso nel cielo di Mercurio

Mozart nel cielo di Mercurio (vincitore)

totale: 9 partecipanti

Seconda edizione – 2014

inferno (16 partecipanti)

Bellini e Maria Malibran nel girone dei lussuriosi

Lesbia nel girone dei lussuriosi

Berlusconi nel girone dei lussuriosi

Caparezza nel cerchio degli iracondi

Galileo Galilei nel cerchio degli eretici

Bin Laden nel girone dei violenti contro gli altri

Brigante Pagnotta nel girone dei predoni e omicidi

Nerone nel girone dei tiranni

Hitler nel girone dei suicidi

Einstein nella bolgia dei consiglieri fraudolenti

Lord Henry Wotton nella bolgia dei consiglieri fraudolenti

Osama Bin Laden e Obama nella bolgia dei seminatori di discordia

Atreo nella zona dei traditori dei parenti (vincitore)

Gheddafi nella zona dei traditori della patria

Mussolini nella zona dei traditori della patria

Schettino nella zona dei traditori degli ospiti

purgatorio (5 partecipanti)

Clorinda nella schiera dei morti di morte violenta

Pia Tolomei 2.0 nella schiera dei morti di morte violenta

Un politico nella schiera dei morti di morte violenta

Alberto Sordi nella cornice degli avari (vincitore)

Dante incontra se stesso nella cornice dei lussuriosi

paradiso (3 partecipanti)

Torquato Tasso nel cielo di Mercurio (vincitore)

Artemisia Gentileschi nel cielo della Luna

Dante incontra se stesso nel cielo di Mercurio

premio speciale monaca di Monza (1 partecipante)

Gertrude fra i lussuriosi dell’inferno

totale: 25 partecipanti

Terza edizione – 2015

inferno (21 partecipanti)

Francesco Spagnolo nella selva oscura

Benedetto xvi fra gli ignavi

Didonefra i lussuriosi

Leopardifra gli eretici (vincitore)

Cesare Borgiafra i violenti

Alberico II fra i violenti

Clitemnestrafra i violenti

Macbethfra i violenti

Vlad III fra i violenti

Mumpy Sarkar fra i suicidi

Orlandofra i suicidi

Primo Levi fra i suicidi

Rita Atria fra i suicidi

Adenolfofra i sodomiti

Matteo Renzi fra gli ipocriti

Frate Cipolla fra i simoniaci

Berlusconifra i consiglieri fraudolenti

Lupinfra i ladri

Rousseaufra i traditori

Mussolinifra i traditori

Kangarsfra i traditori

purgatorio (9 partecipanti)

Magellano fra i tardi a pentirsi

Oriana Fallaci fra i morti di morte violenta

Dan Brown fra i superbi

Napoleone fra i superbi

Salvador Dalì fra i superbi (vincitore)

Tony Scott fra i superbi

Martina Raimondifra gli iracondi

Pascalfra gli accidiosi

Turingfra i lussuriosi

paradiso (3 partecipanti)

Eduardo De Filippo nel cielo di mercurio

Falconee Borsellinonel cielo di giove

Elia Barbetti nel primo mobile

premio speciale Lancillotto (1 partecipante)

Lancillotto fra i lussuriosi del purgatorio (vincitore)

Quarta edizione – 2016

inferno (3 partecipanti)

Andromacanel limbo

Frollofra i lussuriosi

Giordano Brunofra gli eretici (vincitore)

purgatorio (1 partecipante)

Foscolofra i lussuriosi (vincitore)

paradiso (3 partecipanti)

De Gasperi nel cielo di mercurio (vincitore)

Totò e Peppinonel cielo di mercurio

Quinta edizione – 2017

inferno (6 partecipanti)

Talete e Massenzio nell’Acheronte

Totò Riina alla giuria di Minosse (vincitore)

Dorian Gray fra i lussuriosi

Polifemofra i violenti (vincitore)

Kantfra i consiglieri fraudolenti

Papa Alessandro VI fra gli ipocriti

purgatorio (3 partecipanti)

Dario Fo nella prima balza dell’antipurgatorio

Ermengardafra i lussuriosi (vincitore)

Max Pezzali nel paradiso terrestre

Allegato B – Impaginazione – istruzioni

ESEMPIO DI IMPAGINAZIONE CORRETTA

Copia-incolla ciò che segue sul tuo file di lavoro.

TITOLO APOCRIFO

La gloria di colui che tutto move (1)

per l’universo penetra, e risplende


in una parte più e meno altrove.

Nel ciel che più de la sua luce prende

fu’ io, e vidi cose che ridire
 5

né sa né può chi di là sù discende;

perché appressando sé al suo disire(2),

nostro intelletto(3) si profonda tanto,


che dietro la memoria non può ire.

Veramente quant’ io del regno santo 10

ne la mia mente potei far tesoro,


sarà ora materia del mio canto.

O buono Appollo(4), a l’ultimo lavoro


fammi del tuo valor sì fatto vaso,


come dimandi a dar l’amato alloro. 15

Infino a qui l’un giogo di Parnaso


assai mi fu; ma or con amendue


m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso.

Entra nel petto mio, e spira tue


sì come quando Marsïa traesti
 20

de la vagina de le membra sue.

O divina virtù, se mi ti presti


tanto che l’ombra del beato regno


segnata nel mio capo io manifesti,

vedra’mi al piè del tuo diletto legno 25

venire, e coronarmi de le foglie


che la materia e tu mi farai degno.

Sì rade volte, padre, se ne coglie


per trïunfare o cesare o poeta,

colpa e vergogna de l’umane voglie, 30

che parturir letizia in su la lieta


delfica deïtà dovria la fronda


peneia, quando alcun di sé asseta.

Poca favilla gran fiamma seconda:


forse di retro a me con miglior voci
 35

si pregherà perché Cirra risponda.

Surge ai mortali per diverse foci
…

NOTE

(1) Nota esplicativa numero uno

(2) Nota esplicativa numero due

(3) Nota esplicativa numero tre

(4) Nota esplicativa numero quattro

PARAFRASI

La parafrasi dell’apocrifo si impagina così. La parafrasi dell’apocrifo si impagina così. La parafrasi dell’apocrifo si impagina così. La parafrasi dell’apocrifo si impagina così. La parafrasi dell’apocrifo si impagina così. La parafrasi dell’apocrifo si impagina così.

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COMMENTO

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Diario dello scrittore – Sei storie della rabbia

•4 maggio 2018 • Lascia un commento

DIARIO DELLO SCRITTORE – SEI STORIE DELLA RABBIA

copertina - sei storie.png

Maggio 2018, esce LE SEI STORIE DELLA RABBIA (Gribaudo).

Sei storie illustrate a colori per aiutare i bambini a gestire il sentimento della rabbia. I no che fanno arrabbiare, gelosie e invidie, le piccole grandi ingiustizie, le burle dei compagni… Tanti racconti da leggere per imparare a far sbollire la rabbia.

Ho scritto questo libro nell’agosto 2017, le illustrazioni sono state fatte nell’autunno seguente.
Dopo Dinotrappole e Smarfo, Le sei storie della rabbia è il mio terzo libro di narrativa.

SCHEDA
Età: 3+ (infanzia)
Battute: 16.000
Copertina ed illustrazioni: Francesco De Benedittis

Marchio:
GRIBAUDO
Data d’uscita: 3, Maggio, 2018
Collana: Le sei storie
Pagine: 96
Prezzo: 9,90€
ISBN: 9788858021699

Lo trovate in tutte le librerie e anche qui:
http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/le-sei-storie-della-rabbia/
https://www.amazon.it/sei-storie-della-rabbia/dp/885802169X
https://www.ibs.it/sei-storie-della-rabbia-libro-matteo-de-benedittis/e/9788858021699

Diario dello scrittore – SMARFO

•4 maggio 2018 • 1 commento

DIARIO DELLO SCRITTORE – S.M.A.R.F.O.

Copertina - Smarfo.png

Giugno 2017, esce S.M.A.R.F.O.

Da quando i loro genitori si sono separati anche Lorenzo e Francesca non sono più sulla stessa lunghezza d’onda: il primo è sempre iperconnesso, l’altra ha messo al bando cellulare e videogiochi. Lui sta con i Cliccati e vive a colpi di click, lei esplora il mondo insieme agli Sconnessi. Ma il fantasma di Urre incombe sui due gruppi, e i gemelli devonosincronizzarsi al più presto per risolvere il mistero.

Ho scritto questo libro fra aprile e maggio 2016, poi il lavoro di editing è durato tutta estate, perchè mi era venuto troppo lungo.
Un paio di mesi dopo Dinotrappole, il 20 giugno 2017, S.M.A.R.F.O. è in libreria.

SCHEDA
Età: 8+ (quarta elementare)
Pagine: 128
Battute: 60.000
Copertina ed illustrazioni: Marta Baroni

Copertina flessibile: 128 pagine
Editore: Mondadori (20 giugno 2017)
Collana: Oscar primi junior
Lingua: Italiano
ISBN-10: 8804676191
ISBN-13: 978-8804676195
DIMENSIONI 19,0 X 12,5 CM
CONFEZIONE BROSSURA

Lo trovate in tutte le librerie e anche qui:
http://www.ragazzimondadori.it/libri/smarfo-matteo-de-benedittis/
https://www.amazon.it/S-M-R-F-Matteo-Benedittis/dp/8804676191
https://www.ibs.it/smarfo-libro-matteo-de-benedittis/e/9788804676195

Dinotrappole! – Ed SanPaolo, aprile 2017

•4 maggio 2018 • 4 commenti

DIARIO DELLO SCRITTORE – DINOTRAPPOLE

Aprile 2017, esce Dinotrappole.

Una spassosa storia a base di dinosauri e trappole, pubblicata dalla casa editrice SanPaolo.

Davide Abissali, detto Dino, è un bambino con una grande passione per i dinosauri. Vorrebbe addirittura essere uno di loro!

Quando scopre i resti di uno strano uovo, Dino non ha dubbi: è quello di un dinosauro che si nasconde da qualche parte nel giardino di casa sua. È un’occasione unica per fare la conoscenza del suo animale preferito. Decide di catturarlo chiedendo aiuto a Sara, sua amica e compagna di classe.

Ma come si cattura un dinosauro?

Ovvio!

Con le dinotrappole!

Ho scritto questo libro fra marzo e aprile 2016, poi il lavoro di editing (che si è limitato ai refusi) si è svolto fra maggio e giugno. Un anno dopo era in libreria, presentato a Bologna nell’occasione della Children Book Fair!

SCHEDA

Età: 7+ (seconda elementare)

Pagine: 63

Battute: 40.000

Copertina ed illustrazioni: Maddalena Gerli

1ª edizione aprile 2017

Collana NARRATIVA SAN PAOLO RAGAZZI

Formato 14 x 21,5 cm – BROSSURA CON ALETTE

Disponibile anche in formato eBook

CDU R6N 119

ISBN/EAN 9788821599736

Lo trovate in tutte le librerie e anche qui:

http://www.edizionisanpaolo.it/varie_1/ragazzi/narrativa-san-paolo-ragaz/libro/dinotrappole.aspx

https://www.amazon.it/s/?ie=UTF8&keywords=dinotrappole&tag=amamitsp-21&index=aps&hvadid=80058222131546&hvqmt=p&hvbmt=bp&hvdev=c&ref=pd_sl_1j5zwd4jsk_p

https://www.ibs.it/dinotrappole-libro-matteo-de-benedittis/e/9788821599736

IL GIOCO SERIO DELL’AFORISMA

•5 aprile 2018 • Lascia un commento

Con il patrocinio della Società Dante Alighieri, Comitato di Reggio Emilia e Guastalla e dell’Aipla, Associazione italiana per l’aforisma

CONCORSO

IL GIOCO SERIO DELL’AFORISMA

Concorso scolastico nazionale di scrittura breve aperto agli studenti del triennio di liceo classico e scientifico

 Bando 2018 – I edizione

PRESENTAZIONE

Nella scatola degli attrezzi di un bravo artigiano aforista non possono mancare certi utensili: solide basi culturali sorrette da letture eccellenti, idee originali, il coraggio di esprimere opinioni controcorrente, inclinazione alla sintesi e un’ironia innata. L’aforisma rappresenta un genere troppo spesso misconosciuto che, in Italia, vanta tuttavia una lunga, autorevole tradizione. Un albero letterario che affonda le sue radici millenarie fra gli epigrammi di Marziale, le satire di Giovenale, le riflessioni di Marco Aurelio Imperatore. E che nel corso del Novecento ha offerto splendidi beffardi frutti, grazie a intellettuali di rango quali Giuseppe Prezzolini, Giovanni Papini, Leo Longanesi, Ennio Flaiano, e a un trio di argute poetesse, come Maria Luisa Spaziani, Alda Merini, Lalla Romano. Nel nostro Paese l’aforisma resiste anche in questo primo scorcio del XXI secolo. Una produzione di nicchia, perlopiù trascurata dalla critica ed esiliata dai circuiti del grande pubblico. E uno sparuto manipolo di aforisti che gravita attorno a piccole case editrici e che, in Gino Ruozzi, docente di Lettere all’Università di Bologna, ha trovato il suo più appassionato portavoce e paladino. Nel 2008, Anna Antolisei ha fondato il Torino in sintesi, divenuto il più prestigioso premio internazionale in materia, con iscritti da ogni parte del mondo. Sempre a Torino, nel 2011 è nata la Aipla, Associazione italiana per l’aforisma (www.Aiplaforisma.org). In questa stessa città, nel 2009 Fabrizio Caramagna ha poi dato vita al sito http://aforisticamente.com, un’agorà virtuale frequentata da 150 mila visitatori al giorno. La realtà dell’aforisma italiano, seppure minore, marginale, costituisce insomma un baluardo irrinunciabile contro il progressivo imbarbarimento del nostro nobile idioma, oggi minacciato da invadenti inglesismi, disaffezione alla lettura, analfabetismo di ritorno, tecnicismi e burocratese. E per ingaggiare, in nome dell’aforisma, una battaglia di retroguardia a difesa della lingua italiana, quale miglior strategia allora che cercare i nostri alleati proprio tra i giovani, già avvezzi alla brevità per aver navigato sui mari dei social? Colpire il bersaglio, ovvero coniugare sintesi e sapere, concisione e contenuti. Ecco l’entusiasmante gioco che questo concorso, patrocinato dall’Associazione italiana per l’aforisma, (www.Aiplaforisma.org), propone agli studenti. Li invita a duellare con il pensiero, a costruirsi una palestra privata, per allenare non i muscoli ma le sinapsi. Così da abitare un futuro più sereno, edificato sulla saggezza. Perché in effetti il percorso di meditazione che prelude a una comunicazione lucida, profonda ed equilibrata risulta formativo già di per sé. La ricerca del termine preciso, limpido, efficace si rivela inoltre un esercizio assai proficuo, viaggio che conduce alla meta, solo dopo aver superato una selva di difficoltà. Se da un lato le sfide fortificano, dall’altro ci svelano i nostri angoli segreti. Concluso l’insolito cammino, i ragazzi potrebbero addirittura sentirsi meno smarriti. Poiché, in fin dei conti, avranno conquistato un dono forse ancor più prezioso del diamante: la capacità di spiegarsi. Con se stessi. E con gli altri. Impareranno cioè a eliminare le pieghe dal groviglio delle emozioni, a orientarsi nella giungla della mente. La rinuncia al superfluo, paradossalmente, li educherà a distinguere un maggior numero di sfumature, a cogliere il fiore dei concetti. Per risolvere i rebus della vita, si tufferanno nei fondali dell’animo umano. Ricaveranno pepite d’oro dalle miniere della conoscenza. Li incontrerete sul sentiero quasi deserto dei giudizi autonomi. Vestiranno il dissenso con vocaboli seducenti. Diluiranno in un sorriso le questioni più spinose. Nella pagina scritta vedranno riflesso il volto dello spazio-tempo. Si accorgeranno che il computer portatile più sofisticato che esista è il nostro cervello. Innaffiata la consapevolezza, spunterà magari l’autostima. I giovani diventeranno perciò più sicuri. E più liberi dunque di prendere in mano le redini dei loro destini.

Lidia Sella (membro del Comitato Direttivo della Associazione italiana per l’aforisma) 

REGOLAMENTO

1) La partecipazione al concorso è gratuita, individuale e aperta agli studenti del triennio di liceo classico e scientifico.

2) Ogni partecipante può concorrere con l’invio di un solo aforisma di sua produzione.

3) Gli elaborati, in formato odt, doc o pdf, vanno inviati via posta elettronica,  all’indirizzo matteo.deb@gmail.com

Nel file, oltre al testo dell’aforisma, occorre specificare: nome e cognome del partecipante, data di nascita, indirizzo, un indirizzo di posta elettronica, numero di telefono, Istituto scolastico e sezione di appartenenza.

I dati forniti saranno trattati nel rispetto della legge sulla privacy.

4) Il 1 giugno 2018 è il termine ultimo per l’invio dell’elaborato.

5) La giuria, formata da letterati, insegnanti ed esperti di comunicazione, assegnerà i seguenti premi:

– al primo classificato 300 euro;

– al secondo 200 euro;

– al terzo 100 euro.

La giuria ha inoltre facoltà di assegnare menzioni speciali.

E il suo giudizio è insindacabile.

6) La premiazione si terrà nel prossimo mese di ottobre, in occasione della giornata di apertura dell’anno sociale del Comitato di Reggio Emilia e Guastalla della Società Dante Alighieri.

7) I vincitori sono tenuti a ritirare personalmente il premio.

8) Nella notte che precede la premiazione, i vincitori saranno ospitati in albergo a spese dell’organizzazione.

9) I testi premiati saranno pubblicati sulla pagina Facebook del concorso e sul Blog www.matteodebenedittis.wordpress.com.

10) La VI edizione del Premio Internazionale per l’aforisma, Torino in sintesi, ha dedicato a Il gioco serio dell’aforisma una sezione speciale. Gli attestati Aipla verranno poi consegnati ai vincitori sabato 27 ottobre alle 17, presso il Centro Congressi Unione Industriale, Via Fanti 17 a Torino.

11) La partecipazione al concorso vincola all’accettazione del presente regolamento.

Presidente del Comitato di Reggio Emilia e Guastalla della Società Dante Alighieri

Edmea Aldegarda Sorrivi 

Coordinamento

Matteo De Benedittis

PRIMO PREMIO INFERNALE – APOCRIFO DANTESCO 2017 – POLIFEMO FRA GLI IRACONDI

•9 febbraio 2018 • Lascia un commento

PRIMO PREMIO INFERNALE A PARIMERITO – APOCRIFO DANTESCO ANACRONISTICO 2017

Polifemo nel V cerchio dell’Inferno

di Claudia Lo Cascio, I.I.S.S. Francesco Crispi (AG), III liceo Linguistico

Sicché penitenti già condannati e ch’en la lor vita furon violenti or periscon de li stessi peccati. Tra di lor percossi sì tumescenti in etterno scontan le giuste pene 5 da sferze partite d’infiniti enti. Immersi nel fango che li contiene oltre a le genti che qua visser di ira chi vil accidia preferì al bene. Così vid’io (1) colui che delira, 10 sovente, lo sperduto mio sguardo (2) così cattura pertan che mi mira (3) : questo dal limo chiedette d’azzardo, l’occhi (4) scrutando (5) con stizza ciascuno: <<Non me guatar (6) viaggiator sì beffardo, 15 i’ son Polifemo prol di Nettuno; vissuto colà nell’isola etnea un dì vi giunse l’astuto Nessuno, che per lo suo acume ebbe l’idea d’accecarmi e disertar per il mare. 20 Or, sì lecito, per natur si crea l’imperios’impulso di ricercare degna risposta di che nell’Averno seppur innocente debba restare. In vita l’amor mi crebbe d’interno 25 per colei che parve a l’occhi sì bea, ma che m’ardore ch’i giammai governo volle ignorare quantunque sapea. Forse mai storie non più che fugaci parlaron già della mi Galatea (7) 30 e del su amor e dei disiati baci che riversò su di un sicul pastore. Omo dal vulgo etneo appellato Aci (8) fece di me un iorno suo aggressore sicché con masso gli tolsi la vita (9) 35 cagionandole sì tanto dolore. Allor déi da la bontade infinta, per ella fecero del bell’amante del già vermiglio sangue acqua pulita in etterno nel pelago sgorgante. 40 Et io che solo d’amor fui mosso un’intera vita, sconto sprezzante l’attimo di che pentir non mi posso.>> Note (1-6) I termini seguiti dalle note appartengono tutti ad uno stesso campo semantico; sono, infatti, legati alla sfera visiva e consentono così di focalizzare l’attenzione sulla natura ciclopica di Polifemo. (7) Ninfa marina dalla pelle color latte, figlia di Nereo e Doride, che, secondo l’Idillio XI di Teocrito, Polifemo conobbe grazie alla di lui madre, Toosa, anch’essa una ninfa marina. (8) Pastore siciliano, figlio del dio Fauno e della ninfa Simetide. (9) Polifemo, avendo sorpresi insieme i due amanti, strappa dall’Etna un masso gigantesco e lo scaglia contro il giovane, uccidendolo sul colpo, come narrato nel libro XIII delle “Metamorfosi” di Ovidio. Da qui nacque il mito dei “faraglioni” nel catanese. Parafrasi Sicché sono anime (penitenti) già condannate e che nella loro vita furono violenti, ora soffrono dello stesso peccato [legge del contrappasso per analogia]. Tra di loro si malmenano e sono gonfi di botte (tumescenti), scontano in eterno la giusta punizione di colpi mossi da entità diverse. Sono immersi nel fango in cui vi sono, oltre a coloro che vissero di ira, chi preferì la vile accidia al bene. Così io vidi lui che per il dolore delira e che cattura il mio sguardo sperduto poiché mi guarda (mira). Questo dal fango (limo) chiese azzardando, scrutando con stizza i volti (l’occhi) di ciascuno di noi:<<Non mi guardare, viaggiatore, così beffardo, io sono Polifemo figlio di Nettuno; vissuto là in Sicilia (isola etnea) un giorno arrivò l’astuto Nessuno, che, grazie alla sua perspicacia, ebbe l’idea di accecarmi e fuggire per il mare. Ora, com’è giusto, naturalmente si crea l’impellente (imperios’) impulso di trovare una degna risposta del perché nell’Inferno (Averno) anche se innocente debba restare. In vita m’innamorai di lei che si mostrava agli occhi così bella ma che i miei sentimenti che non controllo (governo) volle ignorare nonostante ne fosse a conoscenza. Forse storie non più che passeggere (fugaci) parlarono già della mia Galatea e del suo amore e dei desiderati baci che riversò su un pastore siciliano. Uomo dal popolo siciliano (vulgo etneo) chiamato Aci, un giorno mi fece suo aggressore sicché con un masso gli tolsi la vita causando lei (cagionandole) così tanto dolore. Allora dèi dalla bontà infinita per lei trasformarono il sangue di Aci (bell’amante) in un fiume (acqua pulita) che in eterno sgorga nel mare. Ed io, che fui mosso d’amore tutta la vita, sconto sprezzante l’attimo di cui non posso pentirmi.>> Commento Ho deciso di collocare Polifemo nel V cerchio dell’inferno poiché è considerato una figura tra le più irascibili; uno degli esempi più celebri è il suo incontro con Ulisse, in questo caso chiamato con il falso nome di “Nessuno”, durante il quale il ciclope venne accecato. Per questo Apocrifo ho scelto di riportare un’altra vicenda, forse meno nota, e che vede inizialmente Polifemo pervaso dal suo amore per la ninfa Galatea. Lei, però, ignora questi sentimenti poiché innamorata di un pastore siciliano: Aci. Quando il ciclope li scopre insieme, viene inondato da un fatale sentimento d’ira che porterà alla morte del povero amante e al collocamento di se stesso nel girone degli iracondi.