IL GIOCO SERIO DELL’AFORISMA

•5 aprile 2018 • Lascia un commento

Con il patrocinio della Società Dante Alighieri, Comitato di Reggio Emilia e Guastalla e dell’Aipla, Associazione italiana per l’aforisma

CONCORSO

IL GIOCO SERIO DELL’AFORISMA

Concorso scolastico nazionale di scrittura breve aperto agli studenti del triennio di liceo classico e scientifico

 Bando 2018 – I edizione

PRESENTAZIONE

Nella scatola degli attrezzi di un bravo artigiano aforista non possono mancare certi utensili: solide basi culturali sorrette da letture eccellenti, idee originali, il coraggio di esprimere opinioni controcorrente, inclinazione alla sintesi e un’ironia innata. L’aforisma rappresenta un genere troppo spesso misconosciuto che, in Italia, vanta tuttavia una lunga, autorevole tradizione. Un albero letterario che affonda le sue radici millenarie fra gli epigrammi di Marziale, le satire di Giovenale, le riflessioni di Marco Aurelio Imperatore. E che nel corso del Novecento ha offerto splendidi beffardi frutti, grazie a intellettuali di rango quali Giuseppe Prezzolini, Giovanni Papini, Leo Longanesi, Ennio Flaiano, e a un trio di argute poetesse, come Maria Luisa Spaziani, Alda Merini, Lalla Romano. Nel nostro Paese l’aforisma resiste anche in questo primo scorcio del XXI secolo. Una produzione di nicchia, perlopiù trascurata dalla critica ed esiliata dai circuiti del grande pubblico. E uno sparuto manipolo di aforisti che gravita attorno a piccole case editrici e che, in Gino Ruozzi, docente di Lettere all’Università di Bologna, ha trovato il suo più appassionato portavoce e paladino. Nel 2008, Anna Antolisei ha fondato il Torino in sintesi, divenuto il più prestigioso premio internazionale in materia, con iscritti da ogni parte del mondo. Sempre a Torino, nel 2011 è nata la Aipla, Associazione italiana per l’aforisma (www.Aiplaforisma.org). In questa stessa città, nel 2009 Fabrizio Caramagna ha poi dato vita al sito http://aforisticamente.com, un’agorà virtuale frequentata da 150 mila visitatori al giorno. La realtà dell’aforisma italiano, seppure minore, marginale, costituisce insomma un baluardo irrinunciabile contro il progressivo imbarbarimento del nostro nobile idioma, oggi minacciato da invadenti inglesismi, disaffezione alla lettura, analfabetismo di ritorno, tecnicismi e burocratese. E per ingaggiare, in nome dell’aforisma, una battaglia di retroguardia a difesa della lingua italiana, quale miglior strategia allora che cercare i nostri alleati proprio tra i giovani, già avvezzi alla brevità per aver navigato sui mari dei social? Colpire il bersaglio, ovvero coniugare sintesi e sapere, concisione e contenuti. Ecco l’entusiasmante gioco che questo concorso, patrocinato dall’Associazione italiana per l’aforisma, (www.Aiplaforisma.org), propone agli studenti. Li invita a duellare con il pensiero, a costruirsi una palestra privata, per allenare non i muscoli ma le sinapsi. Così da abitare un futuro più sereno, edificato sulla saggezza. Perché in effetti il percorso di meditazione che prelude a una comunicazione lucida, profonda ed equilibrata risulta formativo già di per sé. La ricerca del termine preciso, limpido, efficace si rivela inoltre un esercizio assai proficuo, viaggio che conduce alla meta, solo dopo aver superato una selva di difficoltà. Se da un lato le sfide fortificano, dall’altro ci svelano i nostri angoli segreti. Concluso l’insolito cammino, i ragazzi potrebbero addirittura sentirsi meno smarriti. Poiché, in fin dei conti, avranno conquistato un dono forse ancor più prezioso del diamante: la capacità di spiegarsi. Con se stessi. E con gli altri. Impareranno cioè a eliminare le pieghe dal groviglio delle emozioni, a orientarsi nella giungla della mente. La rinuncia al superfluo, paradossalmente, li educherà a distinguere un maggior numero di sfumature, a cogliere il fiore dei concetti. Per risolvere i rebus della vita, si tufferanno nei fondali dell’animo umano. Ricaveranno pepite d’oro dalle miniere della conoscenza. Li incontrerete sul sentiero quasi deserto dei giudizi autonomi. Vestiranno il dissenso con vocaboli seducenti. Diluiranno in un sorriso le questioni più spinose. Nella pagina scritta vedranno riflesso il volto dello spazio-tempo. Si accorgeranno che il computer portatile più sofisticato che esista è il nostro cervello. Innaffiata la consapevolezza, spunterà magari l’autostima. I giovani diventeranno perciò più sicuri. E più liberi dunque di prendere in mano le redini dei loro destini.

Lidia Sella (membro del Comitato Direttivo della Associazione italiana per l’aforisma) 

REGOLAMENTO

1) La partecipazione al concorso è gratuita, individuale e aperta agli studenti del triennio di liceo classico e scientifico.

2) Ogni partecipante può concorrere con l’invio di un solo aforisma di sua produzione.

3) Gli elaborati, in formato odt, doc o pdf, vanno inviati via posta elettronica,  all’indirizzo matteo.deb@gmail.com

Nel file, oltre al testo dell’aforisma, occorre specificare: nome e cognome del partecipante, data di nascita, indirizzo, un indirizzo di posta elettronica, numero di telefono, Istituto scolastico e sezione di appartenenza.

I dati forniti saranno trattati nel rispetto della legge sulla privacy.

4) Il 1 giugno 2018 è il termine ultimo per l’invio dell’elaborato.

5) La giuria, formata da letterati, insegnanti ed esperti di comunicazione, assegnerà i seguenti premi:

– al primo classificato 300 euro;

– al secondo 200 euro;

– al terzo 100 euro.

La giuria ha inoltre facoltà di assegnare menzioni speciali.

E il suo giudizio è insindacabile.

6) La premiazione si terrà nel prossimo mese di ottobre, in occasione della giornata di apertura dell’anno sociale del Comitato di Reggio Emilia e Guastalla della Società Dante Alighieri.

7) I vincitori sono tenuti a ritirare personalmente il premio.

8) Nella notte che precede la premiazione, i vincitori saranno ospitati in albergo a spese dell’organizzazione.

9) I testi premiati saranno pubblicati sulla pagina Facebook del concorso e sul Blog www.matteodebenedittis.wordpress.com.

10) La VI edizione del Premio Internazionale per l’aforisma, Torino in sintesi, ha dedicato a Il gioco serio dell’aforisma una sezione speciale. Gli attestati Aipla verranno poi consegnati ai vincitori sabato 27 ottobre alle 17, presso il Centro Congressi Unione Industriale, Via Fanti 17 a Torino.

11) La partecipazione al concorso vincola all’accettazione del presente regolamento.

Presidente del Comitato di Reggio Emilia e Guastalla della Società Dante Alighieri

Edmea Aldegarda Sorrivi 

Coordinamento

Matteo De Benedittis

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PRIMO PREMIO INFERNALE – APOCRIFO DANTESCO 2017 – POLIFEMO FRA GLI IRACONDI

•9 febbraio 2018 • Lascia un commento

PRIMO PREMIO INFERNALE A PARIMERITO – APOCRIFO DANTESCO ANACRONISTICO 2017

Polifemo nel V cerchio dell’Inferno

di Claudia Lo Cascio, I.I.S.S. Francesco Crispi (AG), III liceo Linguistico

Sicché penitenti già condannati e ch’en la lor vita furon violenti or periscon de li stessi peccati. Tra di lor percossi sì tumescenti in etterno scontan le giuste pene 5 da sferze partite d’infiniti enti. Immersi nel fango che li contiene oltre a le genti che qua visser di ira chi vil accidia preferì al bene. Così vid’io (1) colui che delira, 10 sovente, lo sperduto mio sguardo (2) così cattura pertan che mi mira (3) : questo dal limo chiedette d’azzardo, l’occhi (4) scrutando (5) con stizza ciascuno: <<Non me guatar (6) viaggiator sì beffardo, 15 i’ son Polifemo prol di Nettuno; vissuto colà nell’isola etnea un dì vi giunse l’astuto Nessuno, che per lo suo acume ebbe l’idea d’accecarmi e disertar per il mare. 20 Or, sì lecito, per natur si crea l’imperios’impulso di ricercare degna risposta di che nell’Averno seppur innocente debba restare. In vita l’amor mi crebbe d’interno 25 per colei che parve a l’occhi sì bea, ma che m’ardore ch’i giammai governo volle ignorare quantunque sapea. Forse mai storie non più che fugaci parlaron già della mi Galatea (7) 30 e del su amor e dei disiati baci che riversò su di un sicul pastore. Omo dal vulgo etneo appellato Aci (8) fece di me un iorno suo aggressore sicché con masso gli tolsi la vita (9) 35 cagionandole sì tanto dolore. Allor déi da la bontade infinta, per ella fecero del bell’amante del già vermiglio sangue acqua pulita in etterno nel pelago sgorgante. 40 Et io che solo d’amor fui mosso un’intera vita, sconto sprezzante l’attimo di che pentir non mi posso.>> Note (1-6) I termini seguiti dalle note appartengono tutti ad uno stesso campo semantico; sono, infatti, legati alla sfera visiva e consentono così di focalizzare l’attenzione sulla natura ciclopica di Polifemo. (7) Ninfa marina dalla pelle color latte, figlia di Nereo e Doride, che, secondo l’Idillio XI di Teocrito, Polifemo conobbe grazie alla di lui madre, Toosa, anch’essa una ninfa marina. (8) Pastore siciliano, figlio del dio Fauno e della ninfa Simetide. (9) Polifemo, avendo sorpresi insieme i due amanti, strappa dall’Etna un masso gigantesco e lo scaglia contro il giovane, uccidendolo sul colpo, come narrato nel libro XIII delle “Metamorfosi” di Ovidio. Da qui nacque il mito dei “faraglioni” nel catanese. Parafrasi Sicché sono anime (penitenti) già condannate e che nella loro vita furono violenti, ora soffrono dello stesso peccato [legge del contrappasso per analogia]. Tra di loro si malmenano e sono gonfi di botte (tumescenti), scontano in eterno la giusta punizione di colpi mossi da entità diverse. Sono immersi nel fango in cui vi sono, oltre a coloro che vissero di ira, chi preferì la vile accidia al bene. Così io vidi lui che per il dolore delira e che cattura il mio sguardo sperduto poiché mi guarda (mira). Questo dal fango (limo) chiese azzardando, scrutando con stizza i volti (l’occhi) di ciascuno di noi:<<Non mi guardare, viaggiatore, così beffardo, io sono Polifemo figlio di Nettuno; vissuto là in Sicilia (isola etnea) un giorno arrivò l’astuto Nessuno, che, grazie alla sua perspicacia, ebbe l’idea di accecarmi e fuggire per il mare. Ora, com’è giusto, naturalmente si crea l’impellente (imperios’) impulso di trovare una degna risposta del perché nell’Inferno (Averno) anche se innocente debba restare. In vita m’innamorai di lei che si mostrava agli occhi così bella ma che i miei sentimenti che non controllo (governo) volle ignorare nonostante ne fosse a conoscenza. Forse storie non più che passeggere (fugaci) parlarono già della mia Galatea e del suo amore e dei desiderati baci che riversò su un pastore siciliano. Uomo dal popolo siciliano (vulgo etneo) chiamato Aci, un giorno mi fece suo aggressore sicché con un masso gli tolsi la vita causando lei (cagionandole) così tanto dolore. Allora dèi dalla bontà infinita per lei trasformarono il sangue di Aci (bell’amante) in un fiume (acqua pulita) che in eterno sgorga nel mare. Ed io, che fui mosso d’amore tutta la vita, sconto sprezzante l’attimo di cui non posso pentirmi.>> Commento Ho deciso di collocare Polifemo nel V cerchio dell’inferno poiché è considerato una figura tra le più irascibili; uno degli esempi più celebri è il suo incontro con Ulisse, in questo caso chiamato con il falso nome di “Nessuno”, durante il quale il ciclope venne accecato. Per questo Apocrifo ho scelto di riportare un’altra vicenda, forse meno nota, e che vede inizialmente Polifemo pervaso dal suo amore per la ninfa Galatea. Lei, però, ignora questi sentimenti poiché innamorata di un pastore siciliano: Aci. Quando il ciclope li scopre insieme, viene inondato da un fatale sentimento d’ira che porterà alla morte del povero amante e al collocamento di se stesso nel girone degli iracondi.

PREMIO APOCRIFO DANTESCO 2017 – PURGATORIO – ERMENGARDA NELLA CORNICE DEI LUSSURIOSI

•9 febbraio 2018 • Lascia un commento

PREMIO APOCRIFO DANTESCO2017 – PURGATORIO

ERMENGARDA NELLA CORNICE DEI LUSSURIOSI

Di Giovanni Viola, ISISS-Liceo Classico “G. Falcone” (EN)

 

Poscia ch’il priego lo padre concluso

e pel focoso viale moso ‘l piede

ebbe¹, di nova cura gran perfuso

 

fui per quell’alma ch’etterna mercede

‘n cor attendendo ver’ noi s’appressava.                   5

Ella mi disse: «Or² tu se’ l’erede

 

d’inclito mastro³ che versi intonava

dolci, d’amore; questo dianzi intesi⁴:

ben che d’umana carne ‘l corpo grava

 

quasi purgasti lo spirto dai pesi                                 10

ché Dio, Signore nostro, sì dispose».

«Alma, chi foste ‘n vita?» quindi chiesi.

 

Ed ella a me: «Tra l’ombre lussuriose

hai tu ‘nnanzi la nobil Ermingarda⁵,

che fu del Magno⁶ prima delle spose⁷,                     15

 

di Desiderio figlia longobarda⁸;

fu sì ruinoso l’ardor di passione

che per lo sposo l’etate non tarda

 

ebbi⁹, come non l’ebbe¹⁰ già Didone¹¹

relitta pria, poi martire tapina                                    20

per l’om¹² ch’ei¹³cinse d’esimie corone¹⁴.

 

Giunsi in suol strano, vergìn peregrina,

arra di pace tra genti rivali¹⁵,

sposa d’un Franco, de’ Franchi regina¹⁶,

 

lungi dai cari parenti natali.                                         25

Tosto fui mossa d’affetto verace

qual è de’ cigni, divers’animali,

 

ove lo maschio con una sol giace¹⁷,

ma ripudiommi lo sposo diletto,

sì cagionando lo spirto pugnace,                                30

 

l’ultrice brama¹⁸ del patre nel petto¹⁹:

‘nquadrava l’un contro l’altro le schiere

frattanto ch’io languivo su d’un letto

 

di fronde²⁰ ‘n cor afflitta come fiere,

quando d’inetta prole son orbate²¹;                          35

né di sollievo mi furo preghiere

 

delle donzelle del chiostro velate²²,

né presi voti, consiglio fraterno²³,

ché vincol saldo di nozze sacrate

 

m’onnubilò ‘l sentiero ver’ l’Etterno                          40

ed ora vago tra l’alme purganti.

Salvommi Quei che puote²⁴ dall’inferno,

 

dove procella trascina l’amanti²⁵,

ché pur ‘nsanendo per sì grand’amore,

quando fui sciente di nozze trionfanti                       45

 

d’immonda donna col franco signore²⁶,

pur non sfilando dal dito l’anello²⁷,

pria di spirare ver’ Lui volsi ‘l core.

 

Pei falli de’ mortali, com’agnello

sacrificò Colui che move tutto                                      50

‘l Figlio, che poscia rinacque novello²⁸.

 

Lo mio trapasso fu l’acido frutto

per quel soldato nel nome celeste²⁹:

fu fatto d’Efegènia novo lutto³⁰.

 

Tutti siam polve³¹: effimera veste                               55

è ‘l corpo perituro³² dell’umani.

Ver’ Lui va’ tosto, trascura coteste».

 

Ed io rispuosi: «Fin che non ti sani,

resti ‘n tal sede tra margin accesi³³,

figlia poi sposa d’insigni sovrani».                              60

 

E verso ‘l Cielo lo viaggio ripresi.

 

NOTE

  1. Poscia … ebbe: l’intera espressione fa riferimento all’incontro, appena conclusosi, tra Dante e Guido Guinizzelli. Questi, dopo aver chiesto all’autore della Commedia di recitare per lui un padrenostro davanti a Dio (Purgatorio, XXVI, 127-130), «disparve per lo foco» (cfr. Purgatorio, XXVI, 134). – padre: predecessore (cfr. Purgatorio, XXVI, 97).
  2. disse: «Or… : dialefe.
  3. inclito mastro: si fa riferimento a Guido Guinizzelli.
  4. questo dianzi intesi: l’anima aveva ascoltato la conversazione tra Dante e Guido Guinizzelli da una delle due schiere di anime.
  5. Ermingarda: Ermengarda è il nome attribuito da Alessandro Manzoni a Desiderata nella tragedia Adelchi. La donna, figlia dei sovrani longobardi Desiderio (cfr. nota 7) e Ansa, fu la prima delle mogli di Carlo Magno (cfr. nota 5) e morì a soli ventidue anni nel 776 nel monastero di San Salvatore in Brescia.
  6. Magno: Carlo, figlio di Pipino il Breve e Bertrada di Laon e sovrano dei Franchi, al quale sarebbe stato attribuito il titolo elativo di Magno (abbreviazione di Magnus imperator) in seguito all’incoronazione imperiale del Natale dell’800.
  7. prima delle spose: Ermengarda rivendica il ruolo di prima moglie di Carlo, il quale non solo l’aveva ripudiata, ma aveva anche sposato in successive nozze l’alemanna Ildegarde.
  8. di Desiderio figlia longobarda: Desiderio, nobile di Brescia, in seguito alla morte di Astolfo, sovrano dei Longobardi, fu da essi eletto re nel 756. Si noti come Ermengarda si presenti prima quale moglie di Carlo e, subito dopo, quale figlia di Desiderio.
  9. etate non tarda / ebbi: anastrofe.
  10. ebbi … ebbe: poliptoto.
  11. Didone: regina fenicia. Nell’Eneide di Virgilio ella si innamorò, per intervento di Venere, dell’eroe troiano profugo a Cartagine. In seguito alla partenza di Enea, costretta a prendere atto del fallimento del suo amore, Didone si tolse la vita sul rogo.
  12. l’om: si fa riferimento ad Enea.
  13. ei: Ermengarda si riferisce a Virgilio, guida di Dante e autore dell’Eneide, in cui egli aveva cantato le imprese dell’eroe troiano, figlio d’Anchise.
  14. fu sì ruinoso … d’esimie corone: similitudine. Come l’eccessiva delusione per la partenza di Enea aveva indotto Didone al suicidio, così lo smisurato amore di Ermengarda fu causa della sua prematura morte.
  15. arra di pace tra genti rivali: Bertrada, vedova di Pipino il Breve, con lo scopo di stringere un’alleanza con i Longobardi, propose a Desiderio due matrimoni: uno tra Ermengarda, figlia di Desiderio, e suo figlio Carlo e l’altro tra Adelchi, figlio di Desiderio, e sua figlia Gisla. Le prime nozze si svolsero nel 770, le seconde non furono concluse (cfr. Adelchi, Notizie storiche).
  16. sposa d’un Franco, de’ Franchi regina: chiasmo e poliptoto.
  17. qual è de’ cigni… giace: metafora. Ermengarda contrappone la condotta del cigno, animale fedele alla compagna per tutta la vita, al ripudio voluto dal marito Carlo nei suoi confronti. – diversi: strani.
  18. lo spirto pugnace / l’ultrice brama: chiasmo.

19: l’ultrice brama del patre nel petto: allitterazione di labiali, dentali e liquide.

20: languivo … fronde: Ermengarda, estenuata dal dolore, si accascia tra le foglie nel giardino del monastero di San Salvatore in Brescia.

21: come fiere … son orbate: similitudine. Ermengarda paragona lo strazio per la lontananza dal marito alla sofferenza delle bestie, quando vengono private dei cuccioli.

22: Né di sollievo… velate: neanche le preghiere delle monache del monastero di San Salvatore alleviarono la sofferenza di Ermengarda. – donzelle del chiostro velate: iperbato.

  1. consiglio fraterno: Ansberga, badessa del monastero di San Salvatore, propose alla sorella Ermengarda di vestire la «sacra spoglia» (cfr. Adelchi, IV, 88-95), ma ella rifiutò.
  2. Quei che puote: perifrasi per indicare Dio (cfr. Paradiso, I, 62).
  3. dall’inferno … l’amanti: riferimento alla pena eterna delle anime dei lussuriosi nel II cerchio dell’Inferno (cfr. Inferno, V, 31-45).
  4. ché pur ‘nsanendo … franco signore: quando Ansberga spiegò alla sorella che Carlo aveva sposato Ildegarde (cfr. nota 6), Ermengarda cominciò a delirare, straziata dal duplice tradimento del marito, il ripudio prima e le «inique nozze» dopo (cfr. Adelchi, IV, 139-188). – nozze trionfanti / immonda donna: chiasmo.
  5. pur non sfilando dal dito l’anello: Ermengarda chiese alla sorella una modesta urna funeraria, esprimendo il desiderio che non le fosse sfilata dall’anulare la fede nuziale, simbolo del sacro vincolo del matrimonio con Carlo (cfr. Adelchi, IV, 80-88).

28: Pei falli … rinacque novello: si fa riferimento al sacrificio di Cristo sulla croce per volontà di Dio con lo scopo di liberare gli uomini dal peccato. Tale exemplum è in netto contrasto con quanto Ermengarda pronuncerà subito dopo. – Colui che move tutto: perifrasi per indicare Dio.

29: Lo mio trapasso … nome celeste: si fa riferimento a Desiderio, che dichiarò guerra ai Franchi, invocando la protezione divina. La morte di Ermengarda serve ad espiar dunque le colpe del padre longobardo.

30: fu fatto d’Efegènia novo lutto: metafora. La morte di una figlia per la brama di guerra del padre era stata già descritta da Sofocle nella tragedia Ifigenia in Aulide. Simili risultano a tal proposito le figure di Agamennone-Ifigenia e di Desiderio-Ermengarda. Il riferimento ai personaggi della tradizione mitologica greca verrà ripreso anche nel Paradiso (cfr. Paradiso, V, 68-72).

  1. Tutti siam polve: parole di Ermengarda nella tragedia manzoniana (cfr. Adelchi, IV, 83).
  2. effimera veste / corpo perituro: chiasmo.
  3. tra margin accesi: le anime dei lussuriosi camminano divise in due schiere tra le fiamme (cfr. Purgatorio, XXVI, 28-29).

 

PARAFRASI

Dopo che il mio predecessore ebbe finito di chiedere a me [di rivolgere a Dio una preghiera per lui] ed ebbe mosso il passo verso la strada invasa dalle fiamme, fui animato da un nuovo e grande interesse per quell’anima che, attendendo nel cuore di giungere in Paradiso, si avvicinava verso di noi.

Ella mi disse: «Dunque tu sei l’erede di quel celebre maestro che recitava versi dolci e d’amore; poc’anzi ascoltai ciò: sebbene il tuo corpo sia appesantito dalla carne umana, hai quasi purificato il tuo spirito dai peccati, poiché lo stabilì Dio, nostro Signore».

«Anima, chi foste in vita?» dunque chiesi.

Ed ella mi rispose: «Tra gli spiriti lussuriosi [del Purgatorio] hai di fronte la nobile Ermengarda, che fu la prima delle mogli di Carlo Magno e figlia longobarda di Desiderio; la mia brama d’amore fu tanto funesta che a causa del mio sposo non ebbi una vita longeva, come non l’ebbe allora Didone, prima abbandonata e poi vittima infelice per quell’uomo che Virgilio cinse di corone insigni. Giunsi in terra estera come vergine straniera, [fui] garanzia di pace tra popoli nemici, sposa di un Franco e regina dei Franchi, lontano dai cari genitori. Fui subito destata da un sentimento sincero [per Carlo], qual è quello dei cigni, animali strani, dove il maschio rimane fedele ad un’unica compagna, ma il mio amato sposo mi ripudiò, così suscitando nell’animo di mio padre l’indole bellicosa e la brama di vendetta: l’uno schierava l’esercito contro l’altro, mentre io mi consumavo in un letto di foglie, desolata nel cuore come le bestie, quando sono private dei cuccioli indifesi; non mi furono di conforto le preghiere delle monache velate del monastero [di San Salvatore], né presi i voti, quale consiglio fraterno, poiché il saldo vincolo delle nozze consacrate mi offuscò la strada verso Dio e adesso vago tra le anime del Purgatorio. Dio mi salvò dall’Inferno, dove una tempesta di vento trascina le anime dei lussuriosi, poiché, pur perdendo il senno per il mio amore smisurato, quando venni a conoscenza del matrimonio gioioso di una donna abietta con il sovrano franco, pur non sfilando la fede nuziale dall’anulare, prima di esalare l’ultimo respiro, rivolsi il cuore verso Lui. Per i peccati dei mortali Colui che muove tutto sacrificò come un agnello il Figlio, che dopo rinacque a nuova vita. Il mio decesso fu un amaro giovamento per quel soldato [che combatteva] in nome di Dio: fu rinnovata la morte di Ifigenia. Tutti siamo polvere: il corpo degli esseri umani destinato a morire è una veste effimera. Va’ subito verso Dio, non ti curare di queste [anime del Purgatorio]».

E io risposi: «Fino a quando non avrai purificato te stessa, resterai in questo luogo circondato dalle fiamme, figlia e poi sposa di sovrani illustri».

E ripresi il mio viaggio verso il Paradiso.

 

COMMENTO

La collocazione di Ermengarda nel Purgatorio non è casuale. La figlia di Desiderio non potrebbe essere condannata al II cerchio dell’Inferno, in quanto donna devota a Dio. Tuttavia non potrebbe neppure accedere al Paradiso, poiché ella rifiutò di vestire la «sacra spoglia», sentendosi ancora profondamente legata al marito Carlo e ponendosi in una situazione opposta a quella di Costanza d’Altavilla, anima beata del Cielo della Luna, che fu costretta a lasciare il chiostro con sommo dolore per un matrimonio indesiderato con Enrico IV.

Sebbene Ermengarda incarnasse simbolicamente il sacrificio per espiare le colpe del padre Desiderio, a causa di una smisurata passione d’amore per il marito che l’aveva ripudiata, perse il senno, cominciò a delirare e chiese alla sorella che non le fosse sfilata dall’anulare la fede nuziale.

Dunque il peccato, per cui ella viene collocata tra le anime lussuriose del Purgatorio, consiste proprio nel suo smisurato amore per lo sposo franco.

 

TOTO’ RIINA al cospetto di MINOSSE – PRIMO PREMIO PARIMERITO APOCRIFO DANTESCO 2017

•9 febbraio 2018 • Lascia un commento

PRIMO PREMIO INFERNALE A PARIMERITO – APOCRIFO DANTESCO ANACRONISTICO 2017

TOTO’ RIINA ALLA GIURIA DI MINOSSE

UN CAPO MAFIOSO

Di GiacomoGiomi, Liceo Scientifico “E. Fermi”, Cecina (LI), IV sez. D

 

O tu che scendi al doloroso ospizio,

anima trista e malidetta in terra,

omai sprofonda a l’etterno supplizio!

 

Giustizia supra te il suo pugno serra

di lui che in vita desti per tuo duce                            5

che mai seguisti, ché facesti guerra

 

ai frati di quell’isola, gran luce

di quel di Federigo, da te omai

resa dolente; tutto ciò produce

 

lo malo affar, ch’è Cosa Nostra, sai,                           10

che te già duca scelse, gran bastardo,

che da cent’anni e più effonde li rai.

 

Io, gran de l’Ade giudice, a te ardo

d’ira, che s’i potessi assetar voglia,

non sette, sotto l’aspro e duro dardo                          15

 

de le bestie di rosso fium, gran doglia,

ma volte venti e sei (tremenda pena!)

la spira mia ti strozzerà la spoglia.

 

Massacri e stragi ordisti con gran lena,

come di Lazio, Amelio e di Capaci.                           20

Mostr’eri: per Italia eri cangrena.

 

U’ Curtu ti chiamavan i seguaci,

fosti assassino, boia, tu gran Belva;

ducesti a lo spirar omini audaci.

 

Com’un predon, che l’omo onesto in selva                25

sequestra truce per aver ritorno

d’argento e d’oro gran lucro, ch’imbelva

 

ognun, tu fé sparir sì da dintorno

molti, non ratti ma uccisi da tuoi,

che per te fu molesto averli attorno.                           30

 

Costoro stan là ove tu non puoi,

sotto ‘l rapace d’alto Giove l’ala

in Puro Regno. Starvi tu non vuoi?

 

Sì giusti spirti, zelo li immortala:

La Torre, lo buon Padre, quel di nome                                  35

Libero, e’l General che per te esala

 

colà stan, con Piersanti, quel che come

quel ch’è ‘l Primo d’Italia ora si chiama,

e quei due ch’ebber mio stesso cognome

 

di pretore: Falcone, la cui grama                                40

morte fu in foco bellico (o che Dite!),

e Borsellino: da il monte tua trama

 

per lui addusse lutto. O quante vite!

E innocenti con lor altri perfino,

poscia che tu di poi non fosti mite,                            45

 

ché il primo pelo reseti assassino,

per non mandar insulto giù in la strozza.

Quanta morte il fetor che già Peppino

 

disse creò; tu ben sai quanto zozza.

Chi che relitto sta a colorar l’erba,                             50

chi ‘l cui vestigio sparì ne la pozza,

 

chi che di corpo pezzi il voler serba.

E viri e mogli e infanti a perder vita;

e i più di lor a me non disser verba.

 

Ma una pulzella ahimè ricordo: Rita,                         55

nata in partito vostro, ma ‘l dolore

menolla a la giustizia. Ma perita

 

è omai, ché buttò sì con ardore

dono, di già perduto il pa’ novello:

di lui già rimembrai. Ma or, orrore                            60

 

chiamati. Cadi giù in lo gran budello!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PARAFRASI

 

O tu che giungi in questo luogo di dolore, anima malinconica e maledetta in terra, sprofonda omai nel luogo del supplizio eterno! La giustizia serra il suo pugno sopra di te, la giustizia di colui che in vita hai fatto credere che fosse tua guida, ma che non hai mai seguito, poiché ti sei scontrato con gli abitanti della Sicilia, gran luce del regno di Federico II, da te omai addolorata; tutto questo produce l’affare malvagio, che è Cosa Nostra, sai, che allora ti scelse come capo, tu uomo privato della luce e dell’amore di Dio come un figlio non voluto, che da più di cento anni sparge il suo male come il sole sparge i suoi raggi. Io, il gran giudice dell’Inferno, brucio di rabbia contro di te, che se potessi fomentare il mio desiderio, non sette volte, sotto la freccia pungente e dura dei centauri del fiume di sangue, grande tormento, ma ventisei volte (terribile punizione!) la mia coda ti strozzerà l’anima. Hai ordito con grande impegno massacri e stragi, come quella di viale Lazio, di via D’Amelio e di Capaci. Eri un essere abominevole: per l’Italia eri come un male incurabile. I (tuoi) seguaci ti chiamavano U’ Curtu, sei stato un assassino, un boia, tu che eri la gran Belva; hai portato all’ultimo respiro uomini audaci. Come un razziatore, che sequestra nella foresta un uomo onesto violentemente per avere come riscatto un grande guadagno di argento e di oro, che rende chiunque una bestia, tu così hai fatto sparire dai paraggi molti, non rapiti ma ammazzati dai tuoi, dato che per te era scomodo averli attorno. Questi stanno là dove tu non puoi, sotto l’ala dell’aquila del sommo Giove, nel Paradiso. Non vorresti starci tu? Spiriti così giusti, che la loro operosità rende immortali: Pio La Torre, il buon Padre Pino Puglisi, quello che di nome si chiamava Libero, e il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, che è morto per colpa tua, lassù stanno, con Piersanti che si chiama come quello che adesso è primo cittadino dell’Italia, e quelli che ebbero il mio stesso titolo di giudice: Falcone, la cui morte fu nel fuoco esplosivo come in una guerra (o che Inferno!), e Borsellino: dalla montagna il tuo malvagio piano per la sua morte indusse un grande lutto. O quante vite! E con loro perfino altri innocenti, dopo che tu da quel momento non sei più stato tranquillo, perché con il primo pelo dell’adolescenza sei diventato un assassino, per non sopportare un insulto. Quanta morte lo sterco che già disse Peppino Impastato creò: sai bene quanto sporco. Coloro che stanno lasciati a sporcare con il sangue l’erba, coloro il cui corpo sparì nella pozza di acido, coloro il cui corpo è fatto a pezzi per il tuo volere. Uomini, donne e bambini che perdono la vita; e la maggior parte di loro non mi rivolsero parole. Ma una ragazza ahimè ricordo: Rita, nata nella vostra fazione, ma il dolore la avvicinò alla giustizia. Ma omai è morta, poiché gettò con così grande ardore il dono della vita, omai morto il nuovo padre: di lui già ho già riportato alla mente il ricordo. Ma ora, l’orrore ti chiama. Cadi giù nel gran budello infernale!

 

 

 

NOTE

 

V.1: l’intero verso è stato ripreso parzialmente dal Canto V dell’Inferno (cfr. Inf. V, v.16), all’inizio del quale compare Minosse. L’uso di questa formula, usata dal Giudice per appellarsi a Dante, riconduce il lettore, appunto, a questa figura e alla sua corte (intesa come corte giuridica), ambientazione del mio apocrifo.

V.2: si può affermare che Riina fosse già maledetto prima della sua morte, odiato tanto da suscitare gioia nel momento in cui è stato annunciato che era ormai in fin di vita, la sera del 16 novembre 2017. Inoltre, non è stata celebrata alcuna messa ufficiale durante il suo funerale.

V.3: l’aggettivo etterno, prettamente dantesco, riconduce all’eternità delle pene infernali, caratteristica fondamentale di questo regno, al punto che nella Divina Commedia viene subito presentata con la prosopopea della Porta Infernale (cfr. Inf. III, vv.1-9).

V.5: come la maggior parte dei mafiosi, Riina era un assiduo cattolico. In realtà, secondo Minosse egli avrebbe solo dato a credere di essere religioso, non seguendo assolutamente gli insegnamenti del Signore con i suoi atti criminali. Si critica così questo atteggiamento tipico dei mafiosi, credenti e praticanti in modo falso.

VV.6-8: si fa riferimento alle attività criminali di Cosa Nostra, che hanno rovinato la Sicilia, un tempo il fiore del regno dell’imperatore Federico II (si pensi alla nascita della poesia siciliana, che andrà poi ad influenzare quella toscana fino allo Stilnovo, e quindi allo stesso Dante), ma che ormai, a causa della Mafia, è caduta in disgrazia. La guerra è dunque principalmente metaforica, sebbene ci siano state delle vere e proprie guerre fra famiglie mafiose, note come Prima e Seconda Guerra di Mafia, la prima durante gli anni ’60 e la seconda durante gli anni ’80.

V.10: la Mafia è un malo affar, con la quale si ha un guadagno materiale attraverso attività criminali, come ad esempio il traffico di droghe, armi, merci contraffatte, prostituzione, gioco d’azzardo, rapine, corruzione, riciclaggio di denaro sporco, tutti crimini che Dante punirebbe con i cerchi più profondi dell’Inferno. Cosa Nostra è il nome della Mafia siciliana, fra le tre grandi mafie italiane (Cosa Nostra in Sicilia, Camorra in Calabria e ‘ndrangheta in Campania) quella più violenta e sanguinaria.

V.11: il termine duca, pur non essendo un termine prettamente toscano (forma più coerente col volgare fiorentino sarebbe duce, che deriva, come il lombardo duca e il veneto doge, dalla radice latina dux), è utilizzato da Dante all’interno della Commedia per indicare Virgilio, la sua guida nei primi due regni. Per estensione di significato, Minosse chiama Riina duca, ad indicare il suo ruolo di guida, stavolta in senso negativo, della Mafia siciliana. Altra particolarità è il termine bastardo, che viene utilizzato con valore metaforico per indicare il fatto che Riina è stato talmente crudele da essere privo della luce e dell’amore di Dio come se fosse un suo figlio non voluto, considerando l’essere umano come “figlio” di Dio (il Signore stesso si è incarnato in un uomo sotto forma del figlio Cristo), in contrapposizione con l’atteggiamento religioso tipico del mafioso (cfr. nota v.5).

V.12: non si ha una data precisa per quanto riguarda l’origine della Mafia in quanto tale, ma dato lo stretto legame che ha la sua nascita con il concetto di latifondo, ritengo che l’atteggiamento mafioso abbia avuto origine in un’epoca molto precedente al XX secolo, periodo di suo maggior sviluppo. Un primo uso del lemma è comunque accertato nell’opera teatrale I mafiusi de la Vicaria, di Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca, datata 1863, ben più di cento anni fa. La metafora della Mafia che diffonde i suoi raggi malvagi come se fosse un Sole, poi, è caratterizzata dall’uso del termine effonde (cfr. lat. effundere, lett. “versare fuori”), che fa pensare ad un liquido: dato il contesto, è logico pensare ad un veleno.

V.13: in quanto figura della mitologia greca classica, Minosse fa riferimento all’Inferno con il termine Ade, in riferimento all’omonimo re degli Inferi, nonché fratello di Zeus. Si può quindi considerare come un caso di metonimia.

VV.14-15: l’uso voluto delle allitterazioni della S e della T mettono in risalto l’asprezza e la durezza della parlata di Minosse, dovuta sia all’odio che egli, in quanto “magistrato”, prova nei confronti di Riina, sia al tipico ringhiare e gridare del Giudice (cfr. Inf. V, vv.  4-21). Il ringhiare di Minòs è poi reso attraverso l’uso di alcuni versi “chiocci”, in cui l’accentazione risulta parzialmente errata, in quanto, prese in considerazione la quarta e la sesta sillaba del verso, in genere sempre accentate entrambe, solo una delle due lo è. La presenza di versi e rime aspre e chiocce è una delle particolarità dell’Inferno dantesco, caratterizzato da uno stile rotto e cupo, in opposizione con lo stile alto e sublime, ispirato all’Eneide, del Paradiso, evidenziando l’eccezionale “plurilinguismo” dantesco, come lo definisce il critico Gianfranco Contini. Tornando a Minosse, lo stesso Dante utilizza versi “chiocci” per la sua parlata, ben due sui tre totali pronunciati dal demone (cfr. Inf. V, vv. 16 e 20).

V.16: il richiamo ai Centauri e al rosso fium, cioè il Flegetonte, fiume di sangue bollente, nonché penultimo dei fiumi infernali originatisi dalle lacrime del Veglio di Creta (in ordine discendente: Acheronte, Stige, Flegetonte e Cocito), evidenzia l’ovvia destinazione di Riina: il Settimo Cerchio, fra i violenti contro il prossimo. Tale destinazione e il suo relativo contrappasso (l’anima è immersa nel fiume proporzionalmente alla quantità di sangue versato in vita) risultano ancora più scontati se si pensa a uno dei dannati che Dante pone in questo Girone: il tiranno Dionisio di Siracusa, che come Riina causò grande dolore alla Cicilia (cfr. Inf. XII, vv. 105-108).

V.17: in vita, Riina fu condannato a ventisei ergastoli. Per questo, oltre che per la rabbia, Minosse afferma di volerlo avvolgere con la coda ventisei volte, come se i nove Cerchi infernali non fossero sufficienti.

V.18: si fa riferimento al metodo di assegnazione della pena eterna: dopo aver ascoltato la confessione e i peccati dei dannati, Minosse avvolge la coda attorno al giudicato tante volte quanto è il numero del girone a lui destinato. Il termine spoglia, che indica letteralmente il cadavere, il corpo privo dell’anima, è qui riferito per metonimia all’anima stessa del dannato.

V.20: sono qui elencate alcune delle stragi legate a Riina: in particolare la strage di viale Lazio (10 dicembre 1969, regolamento di conti fra famiglie mafiose, in cui Riina partecipò attivamente), quella di Capaci (23 maggio 1992, fu fatto saltare in aria un tratto dell’autostrada A29, uccidendo il giudice Falcone con la moglie e la scorta) e quella di via d’Amelio (19 luglio 1992, fu ucciso il giudice Borsellino con cinque uomini della scorta per l’esplosione di un’autobomba, mentre il magistrato stava andando a visitare la madre. Il detonatore era collegato al citofono del palazzo).

V.21: il chiasmo sostantivo-verbo verbo-sostantivo mette in risalto i due estremi: mostro, qui inteso come “prodigio” in senso negativo, e cangrena, forma arcaica del termine “cancrena” (cfr. lat. gangraena, dal gr. γάγγραινα, lett. “putrefazione dei tessuti”).

VV.22-23: Totò Riina era soprannominato principalmente in due modi: U’ Curtu (lett. “il corto”) per via della bassa statura, e La Belva, per via della sua ferocia e crudeltà. In questi versi si esplicita per la prima volta l’identità del dannato, senza però mai nominarlo direttamente.

V.24: latinismi come ducesti (cfr. lat. ducisti, II Sing. del perfetto di duco) e omini (cfr. lat. homo, “uomo”) sono presenti nel testo, ad indicare l’aspetto arcano ed erudito della figura del Giudice infernale, un tempo uomo dell’età classica.

VV.25-30: la similitudine in queste terzine paragona il “far sparire” degli uomini onesti da parte di un predone e di Riina. Il primo li rapisce violentemente per ottenere un ricco riscatto di denaro, mentre il mafioso li elimina, non rapendoli ma uccidendoli, perché semplicemente sono scomodi per i suoi tornaconti. Tutto ciò evidenzia la particolare crudeltà di Riina. In queste terzine si riprendono due concetti già presentati da Dante nella Commedia: il primo è l’immagine della selva come luogo oscuro e pericoloso, come già visto nella Selva Oscura (cfr. Inf. I) e nella Selva dei Suicidi nel VII Cerchio (cfr. Inf. XIII); il secondo è la concezione negativa del denaro, causa dell’avarizia umana, che rende chiunque una belva. Possiamo vedere tutto questo in Dante nell’allegoria della cupidigia e dell’avidità, rappresentata dalla lupa (cfr. Inf. I, vv. 49-54), la peggiore delle tre fiere che Dante incontra nella Selva del Peccato, insieme al leone (superbia) e alla lonza (lussuria), oltre che nell’invettiva contro i mercanti fiorentini, la cui avidità è fra le cause della rovina della città (cfr. Inf. XVI, vv.73-75).

VV.31-33: si fa riferimento al Cielo di Giove, sesto nel Paradiso, in cui stanno le anime beate degli spiriti giusti, ossia di coloro che in vita mostrarono un grande impegno nella giustizia civile. Tra le anime presenti in questo Cielo sono di spicco personaggi del calibro di Traiano, David, Rifeo, Ezechia, Guglielmo II d’Altavilla e Rifeo, tutti famosi per il loro impegno nella giustizia terrena. Qui, le anime dei Beati si dispongono a formare l’immagine di un’aquila, uccello sacro al dio Giove nonché simbolo dell’Impero. Le anime precedentemente citate, fra i più alti e nobili spiriti di quel Cielo, vanno a comporre l’occhio dell’Aquila: David è la pupilla, mentre gli altri compongono l’arcata superiore (cfr. Par. XVIII-XIX-XX). Le anime degli omini audaci ammazzati dal boss sono quindi parte di quella stessa Aquila. Nel v. 33 inoltre Minosse esprime ulteriormente il proprio disprezzo per Riina, provocandolo, chiedendogli se per caso non volesse egli trovarsi fra i Beati, sottolineando però ulteriormente la sua grave pena e i suoi peccati.

V.34: sì giusti spirti fa ovviamente riferimento agli spiriti giusti, le anime beate che risiedono nel VI Cielo (cfr. nota vv. 31-33).

VV.35-38: è qui presentato un elenco di alcuni dei giusti spirti vittime del boss. Sono tuttavia una misera parte di tutte le vittime impegnate contro la Mafia di cui Riina ha causato la morte. I personaggi non sono mai direttamente nominati per intero, rispettando la tradizione dantesca, che prevede un largo uso di epiteti (cfr. Purg. VI, vv. 13-24). Pio la Torre (1927-1982) fu un deputato e sindacalista, nel corso della sua carriera politica propose una legge che introducesse il reato di associazione mafiosa (Legge Rognoni-La Torre, approvata il 13 settembre 1982), assieme ad una norma che prevedesse la confisca dei beni ai mafiosi. Fu assassinato il 30 aprile 1982. Don Pino Puglisi (1937-1993), con il suo impegno educativo e sacerdotale, tolse dalle strade di Palermo numerosi bambini e ragazzi che, senza il suo aiuto, sarebbero stati inglobati nella vita mafiosa. Dopo una serie di minacce di morte, il 15 settembre 1993, il giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, fu ucciso davanti al portone di casa sua. È stato proclamato beato il 25 marzo 2013, il primo martire di Chiesa ucciso dalla Mafia. Libero Grassi (1924-1991) fu un imprenditore, diventato un simbolo della lotta al potere mafioso dopo essersi rifiutato di pagare il pizzo preteso da Cosa Nostra, denunciando i suoi estorsori pubblicamente e rifiutando la scorta personale. Fu assassinato il 29 agosto 1991. Carlo Alberto dalla Chiesa (1920-1982) fu un Generale dei Carabinieri che, a seguito dei brillanti risultati ottenuti contro il terrorismo delle Brigate Rosse durante gli Anni di Piombo, fu nominato prefetto di Palermo con la speranza che ottenesse con Cosa Nostra gli stessi risultati. Giunto nel maggio 1982 in città, fu però di fatto abbandonato dallo Stato, il cui impegno nei confronti di dalla Chiesa venne a mancare. Fu assassinato con la moglie e l’agente di scorta il 3 settembre 1982. Infine, Piersanti Mattarella (1935-1980), fratello dell’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (cfr. vv. 37-38), fu presidente della regione Sicilia, il suo impegno contro la Mafia, esplicitato in un suo violento discorso a seguito dell’omicidio di Peppino Impastato (9 maggio 1978), insieme al precedentemente nominato Pio La Torre, si ebbe nel tentativo di riorganizzare il governo regionale in modo da ridurre i casi di infiltrazioni mafiose e di corruzione. Fu assassinato il 6 gennaio 1980. Ciascuno di questi personaggi, uccisi nel periodo in cui Riina era capo di Cosa Nostra, rappresenta l’opposizione al potere mafioso in ambiti diversi: legislativo (La Torre), spirituale e educativo (Puglisi), economico (Grassi), militare (dalla Chiesa), politico e amministrativo (Mattarella).

VV.39-40: il termine cognome è usato nel suo senso latino, cioè quello di indicare la gens di appartenenza, con valore metaforico: il cognomen in questo caso è il titolo di pretore, usato qui come sinonimo di “giudice”, come se Minosse fosse, in un certo senso, un antenato dei giudici terreni, fra cui, appunto, Falcone e Borsellino. Questo accentua la sua empatia nei confronti di questi ultimi.

VV.40-42: Giovanni Falcone (1939-1992) e Paolo Borsellino (1940-1992) sono stati senza dubbio fra i più importanti esponenti della lotta contro la Mafia. Minosse li nomina esplicitamente, a sottolineare la loro importanza e il senso di affetto che prova per loro più che per gli altri. Furono impegnati nel maxiprocesso di Palermo, un processo penale per crimini mafiosi, dal 1986 al 1992 con la sentenza finale della Corte di Cassazione, anche se in genere si parla di maxiprocesso in riferimento solo al processo di primo grado, conclusosi il 16 dicembre 1987, con 475 imputati e circa 200 avvocati difensori. Il processo di primo grado si concluse con l’assegnazione di pesantissime condanne: ben 19 ergastoli e pene detentive per un totale di circa 2665 anni di reclusione. Da qui Riina inizierà la sua guerra contro lo Stato italiano, ordinando l’omicidio di Falcone e Borsellino (cfr. nota v. 20). L’aggettivo bellico, riferito al fuoco dell’esplosione che uccise Falcone risulta quindi azzeccato; inoltre, la successiva esclamazione di Minosse al v. 41 riconduce all’inferno in terra creato da Riina, terribile come la città di Dite, la parte più profonda e oscura dell’Inferno. In più, il fuoco richiama il contrappasso degli eretici, la prima schiera di dannati in questa parte del Regno (cfr. Inf. X-XI). Per quanto riguarda invece Borsellino, il monte a cui si fa riferimento al v. 42 è un monte che si può facilmente vedere rivolgendosi verso nord dall’Albero della Pace presente ad oggi in via d’Amelio, in memoria della strage. Su quel monte è chiaramente visibile un grande edificio: è possibile che il killer, o lo stesso Riina, stesse osservando da quell’edificio l’esplosione nel momento in cui è avvenuta.

V.43: addusse lutto è una citazione al proemio dell’Iliade, in relazione alla classicità della figura di Minosse, nonché al dolore causato da Riina (Cantami, o Diva, del pelide Achille/ l’ira funesta che infiniti addusse/ lutti agli Achei […], proemio dell’Iliade, trad. di Vincenzo Monti).

V.46: Riina ha compiuto il suo primo omicidio, per il quale fu condannato a dodici anni di carcere, a soli diciannove anni: la vittima era un suo coetaneo, ucciso dal futuro boss (si noti che Riina aveva già avuto dei contatti con il mafioso Luciano Liggio che lo aveva introdotto cosca mafiosa locale) durante una rissa.

V.47: l’intero verso riprende la prima battuta, successiva al coro di apertura, della tragedia Romeo e Giulietta di William Shakespeare (trad. Salvatore Quasimodo). Nell’Atto I, Scena I, Sansone, un servo della famiglia Capuleti, si rivolge al compare Gregorio con questi termini: Sulla mia parola, Gregorio, non manderemo insulti giù nella strozza. Afferma quindi di non voler sopportare insulti da parte dei Montecchi. La scena, inizialmente di stampo fortemente comico, si evolverà poi in un vero e proprio scontro che coinvolgerà, oltre a Montecchi e Capuleti, tutti i cittadini di Verona. È quindi evidente il parallelismo con la “guerra” mafiosa, che coinvolse innumerevoli innocenti. Certamente Dante non avrebbe costruito questo verso come citazione a Shakespeare, essendo quest’ultimo nato circa 300 anni dopo Dante Alighieri, anche se comunque sappiamo che Dante era a conoscenza della rivalità fra le due famiglie veronesi (cfr. Purg. VI, vv.106-108).

VV.48-49: si fa riferimento alla famosa frase pronunciata da Peppino Impastato, importante e nota vittima di Cosa Nostra: la Mafia è una montagna di merda.

VV.50-52: sono qui presentati tre possibili trattamenti che la Mafia riserva al corpo delle proprie vittime: o lasciato a terra, nel caso delle vittime uccise a sangue freddo in momenti inaspettati, che vengono abbandonate a sporcare l’erba di sangue, o sciolto nell’acido, per non lasciare alcuna traccia, o fatto a pezzi, generalmente attraverso l’uso di esplosivi. La presenza dell’anafora del chi accentua ulteriormente l’intensità e la crudeltà degli assassini mafiosi.

V.53: il polisindeto della e ha un valore rafforzativo, come l’anafora nei versi precedenti. I termini viri e mogli richiamano il latino: si definiva vir l’uomo forte, l’eroe, il marito, mentre mulier era la donna maritata; sono dunque termini che indicano persone degne di rispetto.

V.54: se si escludono i mafiosi stessi uccisi nelle lotte fra famiglie, poche delle vittime della Mafia si sono presentate alla giuria di Minosse, alla quale si presentano tutte le anime destinate all’Inferno. Queste anime dunque sono state necessariamente destinate o al Purgatorio o al Paradiso, il che mostra quanto tutte le vittime fossero innocenti e prive di colpe.

VV.55-60: Minosse fa riferimento alla vicenda di Rita Atria (1974-1992). La ragazza era figlia di un mafioso, Vito Atria, ucciso in un agguato nel 1985. Questo la portò ad avvicinarsi ancora di più al fratello Nicola, che prese le redini delle attività mafiose paterne e dal quale raccolse confidenze sulle dinamiche mafiose della zona. Nel 1991, Nicola fu ucciso, e la moglie Piera Aiello, presente durante l’omicidio e alla quale Rita era legata, decise di collaborare con la Polizia. Rita decise quindi di seguire l’esempio della cognata e di diventare testimone di giustizia. Il primo a raccogliere le sue rivelazioni non è altri che Paolo Borsellino, che diventa quasi un nuovo padre per la ragazza. Una settimana dopo la strage di via d’Amelio, distrutta dal dolore per la morte di Borsellino, Rita si suicida a Roma all’età di soli diciassette anni. Per questo motivo, Minosse l’ha incontrata all’Inferno, per poi giudicarla e spedirla nella Selva dei Suicidi nel VII Cerchio. Minosse è dunque particolarmente triste e irato con Riina, poiché le sue malvagi trame hanno condotto, seppur indirettamente, degli innocenti alle pene eterne dell’Inferno. Forse è questa la più grave colpa di Riina attraverso l’occhio dantesco, alla fine di un climax ascendente che permea tutto il canto: l’uccisione diretta degli avversari, l’eventuale morte di persone innocenti prive di colpa e quindi con una possibilità di salvezza nell’Aldilà, e la morte di coloro che, innocenti e spinti dal dolore per i propri cari, rifiutano quell’unica vita dono di Dio, destinati quindi alla sofferenza eterna. A livello lessicale, sono da notare il termine partito, in Dante relativo esclusivamente al concetto di fazione politica, ma che vista l’influenza della Mafia a livello politico è comunque coerente, e la forma verbale menolla: il verbo menare è infatti tipico del lessico trecentesco, con il significato oggi perduto di “portare, condurre”. Agisce inoltre in questo caso la Legge Tobler-Mussafia.

VV.60-61: l’espressione or, orrore si può vedere come una forma estrema di paronomasia. Da notare anche l’allitterazione della lettera r. La violenta conclusione del canto porta all’inevitabile caduta di Riina nelle intricate profondità dell’Inferno. La forza di questa discesa è evidenziata dall’uso dell’imperativo (cadi giù). Il termine budello indica quanto la discesa all’Inferno sia tortuosa e aspra, oltre a fare riferimento alla natural burella, la grotta naturale che Dante e Virgilio percorrono per tornare a riveder le stelle (Inf. XXXIV, v. 139). La grotta, intricata come se fossero delle budella, è sfruttata dai due poeti per salire (cfr. Inf. XXXIV, vv. 88-139): il termine budello, in antitesi, indica quindi l’Inferno che viene celermente percorso da Riina verso il suo profondo e eterno dolore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COMMENTO

 

Il canto è strutturato come un monologo, forma particolare nella Commedia, che dà voce non a uno spirito, ma a una delle numerose creature demoniache pagane presenti nell’Inferno dantesco: Minosse, il giudice infernale. Tuttavia, attraverso le sue parole si conosce un personaggio estremamente attuale per i lettori del XXI secolo, anche per la sua recentissima morte. Si parla di Salvatore Totò Riina, capo della Mafia siciliana, “Cosa Nostra”, deceduto il 17 novembre 2017. Il contrasto fra la figura quasi arcaica e mitologica del Giudice e la figura contemporanea del boss mafioso accentua l’universalità del poema dantesco. In tutto questo, la figura di Dante sta in disparte, osservando la scena, forse spinto da Virgilio. Con lui sta il lettore, che assiste senza intervenire a un momento molto particolare, più unico che raro: a seguito della confessione del dannato, infatti, la giustizia che anima Minosse lo porta, con il suo ringhiare e la sua parlata rotta e aspra, visibile sia nelle allitterazioni che nella metrica “chioccia” di alcuni versi, ma allo stesso tempo erudita, come si evince dalla presenza di termini latineggianti, a rivolgersi direttamente a Riina, attaccandolo, provocandolo, esplicitandogli il suo odio, ricordandogli tutte le sue colpe e tutto il sangue che ha versato. Emerge quindi un uomo che fingeva di seguire Dio, che tormentò la Sicilia con le sue attività criminali, che fu il mandante di stragi e omicidi, per colpa di cui sono morti innocenti. Minosse vorrebbe strozzare la sua anima, avvinghiandola con la sua coda non solo sette volte ma ben ventisei, lo stesso numero degli ergastoli a cui fu condannato Riina in vita, come a indicare che per quelli come lui non basta uno dei nove Cerchi, ma ne servirebbero altri appositamente creati, ben più in profondità. Con questa espressione si indica inoltre la scontata destinazione del dannato, ovvero il Flegetonte, il fiume di sangue bollente, fra predoni e omicidi, immerso fino alla punta dei capelli, nonché bersaglio dei temibili centauri, insieme ad al siracusano Dionisio, che come lui fé Cicilia aver dolorosi anni (Inf. XII, v. 108). Attraverso le parole di Minosse prende forma quella che è una vera e propria invettiva contro Riina e contro la Mafia, che ha però un’altra faccia: quella delle figure positive legate alla giustizia e all’Antimafia. Minosse ne cita alcuni, posti nel Cielo di Giove, sesto Cielo del Paradiso, sede degli spiriti giusti come, ad esempio, gli Imperatori Traiano e Costantino, David, Ezechia, Guglielmo II e Rifeo, appunto per il loro impegno per la giustizia, elencati, come spesso fa Dante, attraverso l’uso prevalente di epiteti. Si parla di Pio La Torre, Don Pino Puglisi, Libero Grassi, Carlo Alberto dalla Chiesa, e i due grandi magistrati, a cui Minosse si sente particolarmente legato, avendo loro svolto in vita il suo stresso incarico, ossia Falcone e Borsellino. Ma non finisce qui: altri, uccisi nei peggiori modi, uomini, donne e bambini. Innocenti per la maggior parte (se si escludono i mafiosi stessi uccisi nelle lotte fra famiglie) come testimoniato dal fatto che non si rivolsero a Minosse, e poiché tutte le anime dannate dell’Inferno vengono giudicate dal re di Creta, ne consegue che queste anime sono direttamente giunte al Purgatorio o al Paradiso. Ma la Mafia ha portato anche alcuni innocenti all’Inferno, come nel caso di Rita Atria, testimone di giustizia, suicidatasi a seguito dell’uccisione di Borsellino, che per lei era come un padre. Il tutto si conclude con la violenta discesa di Riina nel budello infernale, come chiamato dalla profondità dei suoi gravi peccati.

Vediamo dunque il motivo per cui trattare una figura così peculiare. Intanto per la sua attualità, che come già detto in precedenza rende universale il poema dantesco; in secondo luogo per denunciare una terribile realtà che caratterizza da sempre il nostro Paese attraverso una delle sue figure chiave. Ma con il Male c’è sempre un Bene contrastante: ed è qui il vero obiettivo di questo canto, ossia l’esaltazione di quei personaggi che si sono impegnati contro questo male, questo Inferno in terra, attraverso la punizione del Male in persona. È attraverso la consapevolezza e la conoscenza che si può contrastare la Mafia. Non serve essere magistrati. Nonostante la morte di Riina, la Mafia non morirà finché sarà accettata da qualcuno. Sapere è il primo e più importante passo per combattere quella che, come diceva Peppino Impastato, è una montagna di merda.

TRE REGOLE PER I MESSAGGI VOCALI

•17 gennaio 2018 • 1 commento

Queste righe prendono lo spunto dall’articolo I messaggi vocali sono il male assoluto

E’ un articolo ben scritto, che potrebbe essere convincente, ma che è sostanzialmente sbagliato.

O, almeno, fortemente incompleto.

Accusa i messaggi vocali di essere il male assoluto, e sostiene che i messaggi vocali sono i selfie della comunicazione, disfunzionali, ridicoli e arroganti.

Forse chi abusa dei messaggi vocali risulta essere disfunzionale, ridicolo e arrogante, ma un uso corretto di questo strumento non è “il male assoluto”, anzi.

1) Ogni comunicazione non è fatta solo di concetti, ma anche di emozioni. Il messaggio vocale riesce a rendere meglio di un testo scritto tutta la gamma emotiva che la comunicazione porta con sè. Il tono della voce, ad esempio, riesce a rendere lo stato d’animo di chi comunica, o la sua ironia – cosa impossibile tramite il testo scritto. E, quindi, il messaggio vocale riesce a dare una comunicazione più completa, che può evitare i fastidiosi fraintendimenti del testo scritto.

Quindi, nelle situazioni in cui trasmettere anche le emozioni è importante, un messaggio vocale è più chiaro e più completo di un testo scritto.

E’, quindi, più funzionale.

2) L’antenato nobile del messaggio vocale non è il “walkie talkie”, come dice l’articolo de Linkiesta, bensì la “segreteria telefonica”. Al walkie talkie manca l’aspetto fondamentale del messaggio vocale (che è invece proprio della segreteria telefonica): la registrazione.

La registrazione consente di rimandarne l’ascolto a quando si avrà tempo.

E chi manda un vocale lo sa (o dovrebbe saperlo): un vocale non può essere ascoltato sempre o subito. Chi manda un vocale deve tenere presente che verrà ascoltato dal ricevente quando sarà possibile, e per questo il buon utilizzatore di messaggi vocali sa che, magari, non verrà ascoltato immediatamente, ma quando il ricevente avrà tempo e modo di ascoltare (ad esempio, quando finisce di lavorare, perchè non in tutti i posti di lavoro è possibile mettersi ad ascoltare un vocale – dove invece sarebbe leggibile un testo scritto).

Il vocale attende pazientemente che chi riceve abbia tempo: è mite, non arrogante.

3) Il vocale richiede al ricevente di prestare più attenzione: è vero. Richiede di avere pazienza, richiede ascolto, richiede tempo. Forse è per questo che i vocali irritano chi è frenetico, chi è schiavo della fretta o dell’imperativo dei c*zzi suoi.

Ascoltare un vocale richiede altruismo, richiede concentrazione verso l’altro, richiede generosità. Altro che ridicoli, altro che “male assoluto” (definizione, questa sì, ridicola): i messaggi vocali portano con sè un significato che sfiora l’amore verso il prossimo, o, se non vogliamo esagerare, almeno alcune caratteristiche che ci rendono profondamente umani.

Come per tutti gli strumenti molto potenti, è necessario un minimo di galateo.

Il messaggio vocale non è il male assoluto, per nulla. E’ uno strumento, e come tutti gli strumenti può essere usato bene o male. In particolare gli strumenti digitali e connessi a internet.

Suggerisco TRE REGOLE per usare bene i vocali.

1) Non si usano per comunicazioni di lavoro, nei confronti dei propri dipendenti o colleghi (è una comunicazione che ha caratteristiche di intimità che non si sposano con il mondo del lavoro, ma solo col mondo degli affetti).

2) Mandarne pochi (li usa solo quando non può fare altrimenti).

3) Mandarli corti (a meno che non sia certo che un messaggio di otto minuti possa in qualche modo far piacere al ricevente).

Chi seguirà queste regole minime non risulterà nè arrogante, nè disfunzionale, nè ridicolo.

E riuscirà ad avere una comunicazione più completa.

LOGAN – breve recensione con spoiler

•15 gennaio 2018 • 1 commento

…è un film di wolverine che va OLTRE wolverine. Un wolverine che rimpiange di essere stato wolverine (non l’ho chiesto io) e la famosa morale dei supereroi (picchiare i cattivi) non funziona più: uccidere fa schifo, anche se sono i cattivi. Bellissimo il parallelismo fra la morale dei grandi western (amati da Xavier, sublimati nella famigliola del west che li accoglie, citati da Laura alla fine) e “le balle” dei fumetti. Non c’è una sola scena venuta male, non c’è una sola battuta di troppo.

Perché LOGAN è meglio dei Batman di NOLAN? Perché i batman si prendevano sul serio (giustamente, essendo così anche il batman dei fumetti), mentre wolverine, rispetto a batman, si prende in giro (come quello dei fumetti, infatti). Logan che spara per uccidere quando gli artigli sono ormai inutili. Logan che viene ucciso da ciò che lo rende immortale (l’adamantio). Logan che affronta il suo passato (e anche il suo clone, cioè se stesso). Logan che dice “a fare questo faccio schifo” riferendosi ai suoi affetti, parafrasa al contrario la sua frase chiave: “sono il migliore in quello che faccio”.

Tutto Logan è un film che va oltre i luoghi comuni del supereroismo, superandoli e rivivendoli.

Bellissimo.

STAR WARS VIII – GLI ULTIMI JEDI – recensione con spoiler

•15 gennaio 2018 • 1 commento

ATTENZIONE SPOILER

 

…in una saga dove *tutti sono parenti di tutti*, il colpo di scena è che Kay NON è sorella di Kylo.

L’altro colpo di scena è che Kay NON è figlia di qualcuno (ce lo ripetono venti volte, che viene dal nulla).

Per il resto i nuovi personaggi sono talmente poco carismatici da non incontrare nessunissimo interesse. Il taglio vuole essere quello del “passiamo dagli *eroi* delle prime trilogie alle *persone normali* della terza trilogia” e questa idea non convince. Io vado a vedere STAR WARS per spade laser e astronavi ed eroi e cavalieri, mica persone normali (Rose, Finn, Kay stessa). Delle persone normali ne incontro già abbastanza tutti i giorni (e già me ne frega così così) figuriamoci se me ne frega vederne anche al cinema. (E poi STAR WARS vorrebbe essere una storia epica, e l’epica da sempre parla di eroi, quindi le persone normali, in un’opera epica, stonano. Ma se proprio vuoi mettere le persone normali nell’epica impara da Ariosto – e il suo Medoro, il soldato semplice che sposa la desideratissima Angelica – oppure, se preferisci opere anglofone, impara da Tolkien – i suoi hobbit sono il prototipo delle persone normali, ma hanno un carisma, un fascino, una simpatia, una sofferenza completamente lontana dall’antipatico squallore che emanano di personaggi come Finn e Rose).

Ecco, manca la sofferenza.

Ne “Gli ultimi Jedi” nessuno soffre (tranne me, pensando agli otto euro del biglietto): l’albero jedi e i libri bruciano, e nessuno gliene frega niente. Gente si sacrifica, e anche se non si sacrificava era lo stesso. Leia sta per morire, e invece no, non è morta, sta benissimo e non soffre nemmeno. L’addestramento jedi di Kay (tappa in cui la sofferenza è fondamentale) è inesistente. Perfino Luke muore senza soffrire. L’unico che soffre un po’ è il casco di Kylo, e infatti Kylo è forse l’unico personaggio che si salva, perchè almeno soffre un po’. Rian Johnson dovrebbe imparare da GRRMartin, o dalla Rowling, come si fanno soffrire i propri personaggi. Inoltre molti personaggi secondari entrano ed escono dalla trama senza lasciare nessun ricordo di loro (il capitano Hondo, ad esempio. Fosse stato sostituito con Leia tutta la trama sarebbe girata molto meglio, Leia avrebbe avuto la sua morte gloriosa, non avrebbe usato la forza per la prima e ultima volta senza un senso, e non avremmo messo in scena un personaggio inutile e ridicolo come la Hondo).

Anche qua, il colpo di scena è che *l’unico personaggio che doveva morire (Leia) NON muore*.

*Molto bello* che anche i cattivi finalmente abbiano il loro robottino malefico come aiutante, speriamo che nell’episodio IX abbia più spazio che non venti secondi in tutto